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    Dove guarda la Russia?

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    Dopo l’Ucraina, cosa? Si rischia un conflitto più grande? Oppure le tensioni si smaltiranno progressivamente? Ci poniamo qualche domanda per spiegare cosa potrà succedere ora, e proviamo anche a rispondere.

    1. Ucraina e Russia si preparano alla guerra, dopo la secessione della Crimea?

    Nessuno dei due contendenti intende combattere. L’Ucraina non vuole usare la forza per riprendere il controllo della sua provincia ribelle perché sa che gran parte dell’opinione pubblica locale sarebbe comunque contraria a tornare indietro e soprattutto perché non vuole dare alla Russia il casus belli per un’invasione su larga scala delle sue province orientali a maggioranza russa. Mosca dal canto suo ha già ottenuto ciò che voleva – il controllo di Sebastopoli e della penisola, strategici per la sua flotta del Mar Nero – e vuole solo che l’attenzione internazionale venga distolta e che non ci siano ripercussioni.

    2. Dopo l’Ucraina, la Russia intende fare lo stesso con altri Stati?

    A volte nei media si paventa la possibilità che la Russia operi allo stesso modo anche altrove, tuttavia è bene non generalizzare. L’azione russa in Crimea riprende quella già svolta nel 2008 con la Georgia e si basa su un’idea di base abbastanza semplice: prendere il controllo di fatto di parti di stati limitrofi con maggioranze locali filorusse, in aree strategicamente importanti. Questa descrizione si applicherebbe bene non solo a parte dell’Ucraina, ma anche ad alcuni paesi baltici, alla Bielorussia e forse per qualche analista un po’ audace sarebbe il preliminare per una serie di azioni volte a “dare l’assalto” a gran parte dell’Europa dell’Est. In realtà l’azione di Mosca risponde anche ad alcune caratteristiche importanti che ci aiutano a capire fino a che punto il Presidente russo Vladimir Putin potrebbe davvero spingersi.

    3. Quali sono queste caratteristiche?

    Sia la Georgia nel 2008 sia l’Ucraina ora sono sì territori “contesi” con l’Occidente, nel senso che si scontrano elementi filo-occidentali con quelli filo-russi, ma nessuno dei due fa parte della NATO. Significa che nessuno dei due può richiedere l’intervento militare dei partner occidentali e vedere questi ultimi OBBLIGATI a intervenire dal Patto Atlantico. Il termine “obbligati” è importante perché l’Occidente non ha intenzione di scatenare una guerra con la Russia ma contemporaneamente non potrebbe permettersi di perdere la faccia sconfessando quello stesso principio base della NATO (mutua difesa) che ne è stato il pilastro fin dalla sua fondazione. In altre parole l’Ucraina (e prima la Georgia) non è così vitale per USA e UE da scatenare una risposta militare, né essi sono costretti a farlo. Per la Russia, che pure non desidera uno scontro diretto, è il modo per guadagnare un vantaggio strategico sapendo che non affronterà una risposta militare occidentale.
    Per questo motivo la Russia potrebbe provare ad annettere la Transnistria (regione della Moldavia già sotto occupazione russa da anni) senza timore di particolari rappresaglie, ma non attaccherà i paesi baltici o la Polonia che fanno parte dell’UE e della NATO e che comporterebbero un’automatica dichiarazione di guerra che, ora, nessuno vuole.
    Rimane il dubbio sull’Ucraina orientale e meridionale, ancora sotto il controllo di Kiev: difficile che Mosca desideri lo scontro diretto con le truppe ucraine tramite invasione tradizionale, ma è pur sempre vero che la popolazione locale potrebbe decidere di voler seguire le orme della Crimea. O la Russia favorire tale scelta. In ogni caso rimane difficile ipotizzare una risposta armata occidentale in risposta.

    Un recente sondaggio presentato dall'Economist
    Un recente sondaggio presentato dall’Economist

    4. Perché la Russia sente il bisogno di  espandere in questo modo la sua presenza politica e militare? Cosa teme?

    Per i leader di Mosca, l’espansione progressiva a est dell’Unione Europea, il possibile allargamento della NATO e perfino i nascenti legami energetici europei nel Caucaso rappresentano una sorta di accerchiamento strategico della Russia che invece, da sempre, ha tra le sue esigenze strategiche quella di mantenere attorno a sé una serie di “cuscinetti” o paesi sotto la propria egida che servano a espandere ulteriormente la propria influenza fuori dai confini e, contemporaneamente, ne garantiscano la sicurezza.

    La Russia non desidera lo scontro con l’Occidente, ma vedere l’Ucraina che torna filo-europea, rischiare di perdere Sebastopoli e in generale osservare una riduzione della propria autorità nei confronti dei vicini è vista come una minaccia importante, l’inizio di un’opera che possa portare, in futuro, alla sottomissione dell’intero paese alla volontà occidentale. O almeno è questa l’intepretazione che Putin e i suoi collaboratori propongono al popolo russo.

    5. Dunque nessun rischio di guerra seria? Si può stare tranquilli?

    Purtroppo in questi casi non si può mai essere troppo sicuri. Se da un lato né la Russia né l’Occidente desiderano uno scontro, non si può ignorare il fatto che nessuno dei contendenti può permettersi di perdere la faccia. Per Putin in particolare significa non potersi mostrare debole, e rischiare di perdere supporto popolare in patria. Per gli USA e l’Europa significa non sembrare impotenti e dunque perdere un’importante battaglia culturale e politica che potrebbe spingere altri a “osare troppo”. In definitiva infatti il problema è tutto qui: se anche tutte le parti sono convinte di cercare di non esasperare troppo la situazione, dall’altra esistono limiti che nessuno può permettersi di vedere oltrepassati. Se tutte le parti in gioco continueranno ad evitare di oltrepassare quelle “linee rosse” non dette che rappresentano il limite tra il poter evitare una provocazione e sentirsi obbligati a rispondere, allora le tensioni, pur rimanendo, non porteranno a un conflitto. Se qualcuno invece sbaglia i conti, l’altro potrebbe vedersi costretto a reagire in maniera estrema e allora potrebbe non essere più possibile tornare indietro. Lungi dal voler essere una visione catastrofica, è però un monito a ricordarsi che questo gioco di tensioni equivale a camminare sulla lama di un rasoio: non bisogna sbagliare mai. Per ora è andata bene.

    Lorenzo Nannetti

    Lorenzo Nannetti

    Nato a Bologna nel 1979, appassionato di storia militare e wargames fin da bambino, scrivo di Medio Oriente, Migrazioni, NATO, Affari Militari e Sicurezza Energetica per il Caffè Geopolitico, dove sono Senior Analyst e Responsabile Scientifico, cercando di spiegare che non si tratta solo di giocare con i soldatini. E dire che mi interesso pure di risoluzione dei conflitti… Per questo ho collaborato per oltre 6 anni con Wikistrat, network di analisti internazionali impegnato a svolgere simulazioni di geopolitica e relazioni internazionali per governi esteri, nella speranza prima o poi imparino a gestire meglio quello che succede nel mondo. Ora lo faccio anche col Caffè dove, oltre ai miei articoli, curo attività di formazione, conferenze e workshop su questi stessi temi.

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    7 Commenti

    1. Beh, se guardo la cartina geografica su questa questione vedo una parte dell’Ucraina annessa dalla Russia, ma non vedo altri “sconfinamenti”.

    2. Beh, certamente. E i Russi iniziano per primi le loro. E i Cinesi per primi le loro. E gli indiani per primi le loro. E così via. In generale, ogni nazione ha il proprio interesse e si muove per proteggerlo ed è proprio la combinazione di queste dinamiche (e di tante altre, come i rivolgimenti sociali ed economici) a sviluppare ciò che accade nel mondo. La situazione in Ucraina ad esempio è l’evoluzione della crisi del 2008, a sua volta l’evoluzione della situazione del paese dopo la caduta dell’URSS. Impossibile spiegarla senza tenere conto di tutti questi fattori.

    3. credo di sapere a cosa mirano…la mia era un’ osservazione ironica, dato che sono proprio gli Usa che iniziano per primi le loro manovre..

    4. Ciao Sara. In Ucraina? A due cose, in parte descritte proprio nell’articolo: 1) evitare di essere coinvolti in un conflitto che non li interessa e 2) riuscire a dare una risposta forte (ma non eccessiva) alle azioni russe che non dia un’idea di debolezza. In altre parole, si tratta di motivazioni diplomatiche e di influenza molto importanti per Washington.

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