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lunedì 18 Gennaio 2021

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Sahel, un mosaico verde contro la desertificazione

In breve

  • La Great Green Wall Initiative (GGWI) è la più grande opera di riforestazione e lotta alla desertificazione del pianeta.
  • La GGWI potrebbe rivelarsi un game-changer per il Sahel, ovvero un’opportunità di cambiamento per una delle zone più povere del mondo.
  • La diversa conformazione territoriale dei Paesi coinvolti ha fatto si che la grande muraglia verde oggi appaia come un mosaico di ecosistemi in armonia fra loro.

Dove si trova

In 3 sorsiIl progetto interafricano della Grande Muraglia Verde, sostenuto da Organizzazioni nazionali e internazionali, potrebbe essere una chiave di volta per la regione del Sahel, fornendo nuovi posti di lavoro, supportando la popolazione locale e creando ambienti resilienti al cambiamento climatico.

1. CHE COS’È IL GREAT GREEN WALL?

La Great Green Wall Initiative per il Sahara e il Sahel (GGWSSI) è un programma interafricano lanciato nel 2008 dalla Convenzione delle Nazioni Unite per la lotta alla desertificazione (UNCCD) e dall’Unione Africana. Nel 2007 sono stati 11 i Paesi africani ad aver sottoscritto l’iniziativa: Gibuti, Eritrea, Etiopia, Sudan, Ciad, Niger, Nigeria, Mali, Burkina Faso, Mauritania e Senegal. Con il tempo la squadra si è allargata grazie alla partecipazione di altri Stati africani, della Francia e di tre “Maradona” del panorama degli Istituti e Organizzazioni internazionali: FAO, UE e Banca Mondiale. Gli obiettivi principali sono quelli di invertire il processo di degradazione e desertificazione del suolo nella regione del Sahara e del Sahel, incentivare la sicurezza alimentare e aiutare le popolazioni di queste aree ad adattarsi al cambiamento climatico. In concreto questo significa erigere una muraglia verde di 8mila chilometri lungo tutto il Sahel, dalle coste atlantiche del Senegal alle coste orientali di Gibuti, tale da attraversare 12 Paesi contemporaneamente. Una sorta di ponte verde in mezzo al deserto.

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Fig. 1 – Piccole piante di acacia nel tratto senegalese del Great Green Wall

2. UN POSSIBILE PUNTO DI SVOLTA

Considerando anche l’ambizione di risanare 50 milioni di ettari di territorio, di stoccare 250 milioni di tonnellate di diossido di carbonio, di fornire supporto a 300 milioni di abitanti e di munire 10 milioni di nuclei famigliari di nuove tecnologie per un’agricoltura resiliente al cambiamento climatico, è evidente che l’intento e il potenziale di questa iniziativa siano fra i più vasti degli ultimi 50 anni, capaci di cambiare per sempre le dinamiche del Sahel. L’area, infatti, presenta uno dei livelli più alti di povertà multidimensionale del mondo e uno dei climi più impegnativi del pianeta, che, insieme, creano un indice di sviluppo umano più basso persino dei Paesi dell’Africa australe. Grazie alla coordinazione panafricana del progetto, alla sua estensione geografica e agli investimenti di carattere nazionale e internazionale, la GGW potrebbe portare cambiamenti su larga scala e nel lungo periodo, fra i quali un ripensamento del modo di fare business, ad oggi non efficace, e la formazione di un’attitudine resiliente da adottare anche nei confronti delle Agende per lo sviluppo (Agenda 2030 dell’Unione Africana).

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Fig. 2 – Durante la conferenza COP21 del 2015 in Francia il padiglione del Ciad offriva la possibilità di conoscere il progetto del Great Green Wall tramite la tecnologia 3D

3. COVID-19: STRESS TEST PER IL FUTURO

L’attitudine alla resilienza sembra essere la ricetta più congeniale per affrontare la più grande opera di riforestazione al mondo, estesa su Paesi che, seppure legati dalla stessa latitudine, presentano comunque caratteristiche diverse. Pregio e difetto allo stesso tempo, questa convivenza fra ecosistemi ha fatto sì che il muro diventasse più che altro un mosaico, permettendo a ogni Paese coinvolto di intraprendere le misure più idonee per la salvaguardia del proprio territorio e della popolazione. Per esempio il Senegal, maggior contributore all’iniziativa, ha optato per orti polivalenti e 30mila ettari di terreno risanati, mentre il Niger porta avanti la pratica della naturale rigenerazione della terra, riutilizzando la vegetazione degradata durante i periodi di siccità grazie a processi di rivitalizzazione delle radici. Nonostante la sempre difficoltosa raccolta di dati sulla qualità dei terreni e nonostante ad oggi sia stato realizzato, secondo le stime ufficiali, solo il 4% dell’intera opera, il proseguimento dell’iniziativa continua a rappresentare una finestra di opportunità per il Sahel, che sta testando la propria attitudine resiliente davanti al restringimento dei fondi nazionali e internazionali a causa della Covid-19.

Francesca Carlotta Brusa

Photo by makunin is licensed under CC BY-NC-SA

Francesca Carlotta Brusa
Francesca Carlotta Brusa

Francesca Carlotta Brusa, 24 anni, da Imola, Emilia-Romagna. Giovane laureanda in Relazioni Internazionali, curiosa lettrice di geopolitica e amante dell’Africa, dove, per altro, ho malauguratamente lasciato un pezzo di me. Avendo avuto la fortuna di viaggiare molto, sono cresciuta  convinta di essere una cittadina del mondo oltre che del mio Paese ed è proprio del mondo che voglio parlare. Ecco perché sono qui. Amante di cibo, cani e volontariato, ho individuato il mio spirito guida nell’unica vera rockstar del nostro tempo: Mario Draghi.

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