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    Elezioni: Kabul si prepara al voto – II

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    In attesa che si aprano le urne in Afghanistan per le elezioni presidenziali, permangono i dubbi sul corretto svolgimento di questa importante tornata elettorale, e le complessità del sistema afgano lasciano di fatto aperto ogni scenario relativo alla possibile accettazione del risultato elettorale.

    Leggi qui la prima parte dell’articolo

    LA SFIDUCIA SUL SISTEMA ELETTORALE è certamente un elemento che rende il processo di transizione fumoso già in partenza, messo in crisi anche dall’eventualità che i brogli e la violenza diffusa possano attentare alla libera espressione della sovranità popolare. Circa 300.000 osservatori internazionali si occuperanno di monitorare lo svolgimento leale delle elezioni, mentre restano evidenti le logiche clientelari celate dietro la commissione elettorale indipendente afgana IEC (Independent Election Commission for Afghanistan). Proprio alla guida di questo organo è stato  posto un fedelissimo di Hamid Karzai, Ahmad Yusuf Nuristani, già portavoce del presidente uscente.

    L’eredità che le precedenti elezioni presidenziali hanno lasciato nella memoria collettiva è l’idea di un sistema altamente corrotto, tanto da lasciare una buona fetta della società del tutto indifferente all’esito delle votazioni. Il popolo afgano, infatti, è in larga misura convinto che il cambiamento di governo non apporterà consistenti miglioramenti alla struttura politico-sociale e a questa convinzione facilmente condivisibile, si unisce la rassegnazione dell’elettorato nei confronti del voto di Aprile.

    LA POLITICA INTERNA necessita tempestivamente il rilancio dell’economia paese, stantia e confinata alla sola, seppur tristemente fruttuosa, produzione di oppio; ma imprescindibile è anche un’azione mirata alla stabilizzazione e alla sicurezza, sfide che il nuovo presidente non potrà ignorare anche alla luce del ritiro delle truppe internazionali. La corruzione dilagante, la complessa condizione della donna e il rispetto dei diritti umani rimangono punti importanti nella futura agenda politica ma sembrano parte di un farraginoso dedalo irrisolvibile che nella sfiducia sociale e nell’insicurezza del paese trova la sua ragion d’essere.

    LA SFIDA PIU’ SIGNIFICATIVA delle prossime elezioni è insita nell’affluenza alle urne. Il coinvolgimento delle regioni rurali in cui  vive l’80% della popolazione è fortemente pregiudicato dalla minaccia dei Taliban che incitano a boicottare le elezioni attraverso intimidazioni e dichiarando di mettere in pericolo chiunque si rechi presso i seggi elettorali.  La partecipazione delle aree più isolate e remote, lontane dai grandi insediamenti urbani, in cui più forte è il radicamento dei Taliban, è messa in dubbio anche dalla geografia ostile (la difficoltà di raggiungere i seggi elettorali data l’aspra morfologia del territorio) oltre che dalle forti pressioni esercitate dai signori della guerra, imposti nei villaggi subentrando ai khan (le guide delle tribù afgane organizzate secondo un ordine gerarchico e riconosciute per saggezza, coraggio e competenze oratorie) mediante il traffico di armi e droga.

    elezioni afghanistanLA SCARSA CONSAPEVOLEZZA POLITICA facilmente rischia di far disperdere i voti, soprattutto in un paese storicamente gerarchizzato che ha edificato la sua struttura sociale attraverso una fitta rete di alleanze tra i capi clan. Il personalismo e il legame etnico-tribale risulta molto forte e, per questo motivo, ogni candidato ha proposto come vicepresidente membri di altri gruppi etnici per meglio attrarre i voti delle variegate componenti etniche del paese.

    LA TRANSIZIONE DEMOCRATICA ha un obiettivo molto ambizioso da conseguire: abbandonare l’ombra dei brogli che nel 2009 avevano arenato il processo elettorale dando spazio alle contestazioni violente e limitare l’insorgenza talebana. Garantire un sicuro trasferimento di potere risulta, infatti, la componente imprescindibile per l’inaugurazione di una democrazia propriamente detta, seppur non si possano escludere prevedibili irregolarità negli scrutini e nella registrazione dei votanti (risulta che ad Herat il numero di aventi diritto superi quello della popolazione). La condanna sulla limpidezza del voto da parte degli osservatori, rischierebbe, tuttavia, di aggravare maggiormente la situazione provocando un vuoto di potere che certamente l’Afghanistan non può permettersi in questo periodo convulso e non privo di problematiche.

    TREPIDA ATTESA – A una settimana dalle elezioni presidenziali, questi restano i quesiti cruciali che animano lo scetticismo dilagante tra la popolazione afgana e gli esperti d’area. Una sfiducia emersa proprio dal profilo dei candidati che riflette l’incapacità del governo uscente di riformare la giustizia, perseguire e condannare penalmente i responsabili di gravi crimini contro l’umanità e i signori della guerra, che ancora oggi popolano i seggi del parlamento a danno di un effettivo ed efficiente cambiamento del paese. L’affluenza alle urne, la chiarezza nella votazione, la transizione pacifica e la limitazione della violenza: l’Afghnaistan guarda a questi imperativi mentre noi rimandiamo le incertezze alla prossima settimana, mantenendo viva la speranza che il passaggio di potere non venga inabissato dalla sfiducia popolare e da una violenza fondamentalista non più tacita, ma pronta ad emergere per attentare alla sovranità popolare. La transizione potrebbe rivelarsi ulteriormente dannosa per Kabul e decretare un’ennesima sconfitta per il precario sistema di sicurezza interno, messo in piedi a fatica durante l’impegno internazionale e ben lontano dal poter giocare un ruolo chiave per la stabilità del paese.

    Giorgia Perletta

    Giorgia Perletta
    Giorgia Perletta

    Accento abruzzese e occhi di mandorla, un mix che dalla nascita (un Martedì del 1990) mi ha tatuato addosso le forti radici e l’esotismo d’Oriente. Sono dottoranda in Istituzioni e Politiche presso l’Università Cattolica di Milano dove ho conseguito una laurea in Sociologia e Giornalismo, una (magistrale) in Relazioni Internazionali e, (non c’è due senza tre), un Master in Middle Eastern Studies. Ho vissuto per 5 mesi a Seul -quando da Nord schieravano i missili al confine dichiarando lo stato di guerra- e lavorato a Milano in una redazione tele-giornalistica nazionale. La mia rosa dei venti punta verso il Medio Oriente e, soprattutto, verso l’Iran, Paese che mi ha fatto innamorare di una molteplicità dei suoi aspetti; tra questi il Persiano, che ho iniziato a studiare un’estate all’Università di Teheran.

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