utenti ip tracking
mercoledì 21 Aprile 2021

Emirati: arabi, uniti e liberali?

In breve

  • Lo scorso novembre sono state annunciate riforme che sembrano segnare una svolta liberale per gli EAU
  • Le riforme si accordano alle necessità della variegata popolazione emiratina, costituita per l’88% da expats, e mirano ad attrarre nuove risorse dall’estero
  • Attrarre professionisti, investimenti e turisti è tanto più importante date le conseguenze economiche della pandemia
  • La recente apertura con Israele ha portato a galla una discordanza tra la volontà di apparire come un Paese moderno e tollerante e la reale situazione dei diritti umani negli Emirati

 

Dove si trova

Ascolta l'articolo

Analisi – Le recenti riforme progressiste annunciate dagli EAU si inseriscono in una strategia mirata alla crescita dell’economia nazionale e, pur rispondendo a un tentativo di rebranding della Monarchia, non riescono tuttavia a mascherare le sue più ampie lacune nel rispetto dei diritti umani.

LA PRESUNTA SVOLTA LIBERALE

All’inizio dello scorso novembre gli Emirati Arabi Uniti (EAU) hanno annunciato alcune riforme in materia di libertà personali e diritto di famiglia che dovrebbero essere rese esecutive nel corso dei prossimi mesi, e che segnalano un certo allentamento del conservatorismo in seno alla Monarchia federale emiratina. Ad aver fatto più notizia è la depenalizzazione del consumo di alcolici: la riforma elimina la necessità di una licenza per il consumo di alcolici, permettendone così il libero utilizzo ai maggiori di anni 21, in luoghi adibiti o privati. Sulla stessa linea, le coppie non sposate potranno apertamente vivere insieme – una “concessione” che sembra ancora ben lontana in altri Paesi arabi generalmente più liberali, quali il Marocco. Tuttavia rimane da capire se tale misura implichi una conseguente depenalizzazione dei rapporti sessuali fuori dal vincolo del matrimonio. Tra i comportamenti depenalizzati dalle nuove riforme figura invece con chiarezza il suicidio. Saranno poi inasprite le pene per le violenze contro le donne, incluso il reato di stalking, giungendo sino all’esecuzione per i reati di violenza sessuale contro minori e disabili. Non saranno più previste attenuanti, infine, per i delitti di onore.
Nuove misure sono state introdotte anche per divorzio ed eredità, sinora integralmente trattati secondo la shari‘a, anche quando si trattava dei numerosissimi expats che affollano gli Emirati. Le recenti riforme prevedono invece che il divorzio segua le leggi del Paese ove è stato contratto il matrimonio e che la divisione dei beni dopo un decesso sia conforme alla legge in vigore nello Stato di cittadinanza del defunto, fatta eccezione per le proprietà acquistate negli Emirati – tutto questo in caso non vi sia un testamento, la cui deposizione è peraltro resa trasversalmente più semplice dalle nuove norme.
L’annuncio delle suddette riforme è stato accompagnato da un buon consenso a livello internazionale, eppure, prima di gridare alla svolta liberale, è bene comprendere quali motivazioni siano alla base di queste misure che permettono, anche se solo in parte e solo in determinati casi, un certo allontanamento dall’imprinting shariatico del Paese.

Embed from Getty Images

Fig. 1 – La moschea Sheikh Zayed ad Abu Dhabi. Emirati arabi uniti, 2015

UNA SOCIETÀ IN RAPIDA EVOLUZIONE

Secondo le dichiarazioni governative, queste riforme sono finalizzate a tenere il passo con una società in rapida evoluzione – ma di quale società stiamo parlando nello specifico? Gli EAU rappresentano un mosaico di circa 200 nazionalità, ove poco meno del 90% della popolazione, che tocca i 10 milioni ed è più che triplicata negli ultimi venti anni, è costituita da non emiratini.
Le riforme avvicinano così la legge alle necessità dei variegati abitanti degli Emirati, con particolare attenzione ai lavoratori altamente qualificati: da una parte queste nuove misure forniscono più libertà nella gestione della propria vita personale, impedendo per esempio che la figlia di un expat europeo residente negli EAU riceva la metà dell’eredità rispetto al proprio fratello; dall’altra, forniscono un’immagine più moderna e sicura del Paese, anche per quanto riguarda la protezione delle donne. Ciò risponde al progetto di attrare nuove risorse in modo continuativo, mirando a trasformare gli Emirati in una destinazione dove non solo uomini – che a oggi rappresentano il 69% della popolazione, – ma anche donne e intere famiglie vogliano trasferirsi, contribuendo dunque in prospettiva alla crescita economica nazionale.

Embed from Getty Images

Fig. 2 – Un gruppo di donne sulla spiaggia di Dubai, gennaio 2019

IN NOME DELLA CRESCITA ECONOMICA, ORA PIÙ CHE MAI

L’ambizione di alimentare l’economia nazionale assume ulteriore significato in un anno come il 2020. La pandemia ha infatti colpito anche l’economia emiratina: nel corso dell’ultimo anno il PIL degli EAU ha subito un calo del 6,6% (FMI). Se lo shock petrolifero ha senza dubbio contribuito a questo risultato, è importante anche sottolineare come gli EAU, in virtù della propria economia globalizzata e interdipendente, si siano rivelati particolarmente vulnerabili alle ricadute economiche della crisi sanitaria. In questo quadro, che ha determinato anche il posticipo di Expo Dubai a ottobre 2021, è sempre più importante continuare a mantenere un alto flusso di professionisti così come di investimenti verso il Paese, coltivando l’obiettivo di un sistema economico competitivo, diversificato e basato sulle conoscenze – tanto locali quanto internazionali. In questa direzione possono dunque contribuire le recenti riforme, che mirano a rendere gli Emirati molto più expat-friendly. Non solo: la recente apertura di costume potrà favorire anche il turismo emiratino, nel tentativo di attrarre nuovi arrivi dopo il fisiologico rallentamento causato dalla pandemia – gli arrivi turistici internazionali in Medio Oriente sono diminuiti del 73,4% nel periodo da gennaio a ottobre 2020. Il turismo ha infatti un certo spessore economico per gli Emirati: nel 2019, il settore Travel&tourism ha rappresentato l’11,9% del PIL nazionale e ha generato 745mila opportunità di lavoro. Il numero dei turisti arrivati negli EAU è aumentato di oltre 5 milioni dal 2015 al 2019.

Embed from Getty Images

Fig. 3- Una vista del Burj Khalifa, Dubai 2017

UN REBRANDING ALL’INSEGNA DELLA TOLLERANZA. MA FINO A CHE PUNTO?

Proprio il settore del turismo emiratino sta esplorando nuovi orizzonti grazie alla recente svolta nella politica estera della federazione: a partire dalla firma degli Accordi di Abramo a metà settembre 2020, circa 50mila turisti israeliani hanno già visitato il Paese arabo. Da parte di Tel Aviv si teme tuttavia che le norme conservatrici in voga nella Monarchia del Golfo possano portare a incidenti diplomatici con i turisti israeliani ed eventualmente incrinare i rapporti con Abu Dhabi, tanto che il Ministero per gli affari esteri israeliano ha emesso un documento contenente una serie di raccomandazioni ai propri cittadini diretti negli Emirati.
La percezione degli Emirati come Paese conservatore, tradizionalista e non democratico non si accorda certo con la volontà emiratina di presentarsi a livello internazionale come moderno promotore di convivenza e tolleranza, un obiettivo quanto mai emerso proprio in seguito all’apertura dei rapporti con Tel Aviv, ma che il Paese aveva già sbandierato nel 2019, ribattezzato “anno della tolleranza”. È dunque anche in seno a questo tentativo di rebranding che si possono inquadrare le recenti riforme. Tuttavia queste misure piuttosto sensazionalistiche non cambiano certo il volto di un Paese tristemente noto per le violazioni dei diritti umani.  
Numerose Organizzazioni internazionali si sono recentemente esposte in difesa di alcuni attivisti – emiratini o meno – incarcerati per aver criticato il governo, esponendo così la mancanza di libertà di espressione negli EAU. Quanto alla condizione femminile, nonostante le riforme sopracitate, la legislazione in materia di divorzio e diritto di famiglia rimane estremamente discriminatoria per le donne emiratine. L’omosessualità è fortemente ostracizzata da leggi che prevedono pene sino a 14 anni nell’Emirato di Abu Dhabi e sino a 10 a Dubai. Infine – e paradossalmente, data la strategia in atto per attrarre manodopera straniera  – un tema estremamente caldo, qui come altrove nel Golfo, è quello dei diritti dei lavoratori migranti: nonostante alcune recenti revisioni, vige tuttora negli EAU il sistema della Kafala, che offre ampio spazio a pratiche di sfruttamento e abusi, soprattutto verso i lavoratori meno qualificati.
In questo quadro le indicazioni di Tel Aviv che invitano i turisti israeliani a evitare argomenti sensibili – quali la politica locale, le decisioni governative e il trattamento dei migranti – hanno destato scalpore e indignazione negli ambienti israeliani più progressisti, e non solo.

Lorena Stella Martini

Immagine di copertina: Photo by hisalman is licensed under CC BY-NC-SA

Lorena Stella Martini
Lorena Stella Martini

Nata a Milano nel 1993, scrivo di area MENA per il Caffè Geopolitico dal 2017. Ho conseguito una laurea triennale in Scienze Linguistiche per le relazioni internazionali, specializzandomi in lingua araba, un Master di I livello in Middle Eastern Studies e una laurea magistrale binazionale in Analyse Comparée des Sociétés Mediterranéennes tra l’Italia e il Marocco. Mi interesso in particolar modo di tematiche legate ai diritti umani, alle questioni di genere e ai movimenti sociali nella regione MENA.

Ti potrebbe interessareCORRELATI
Letture suggerite