utenti ip tracking
giovedì 17 Giugno 2021

Mosul: storia di un’atroce normalità

In breve

  • Mosul non colpisce sul piano stilistico ma la sua rappresentazione della battaglia di Mosul contro lo Stato Islamico, ispirata da un reportage giornalistico, gli ha valso il plauso della critica e molta attenzione in Medio Oriente.
  • Il film trascina lo spettatore nella realtà cruda della guerra urbana e sostituisce i classici corpi scelti americani con combattenti locali sotto l’incessante fuoco dei miliziani dell’ISIS.
  • La rappresentazione della guerrra è plastica, senza moralismi, personaggi in crisi o valutazioni ideologiche di alcun genere, puro e rivoluzionario realismo di guerra.

Dove si trova

Ascolta l'articolo

RecensioneSe sul piano stilistico “Mosul” non rientra tra i capolavori della cinematografia, la raffigurazione della guerra che presenta è certamente di forte impatto. Non marines, ma combattenti di Mosul. Non eroi o soldati in crisi di coscienza, ma persone entrate nella normalità (e nella banalità) della guerra. Non denunce, ma rappresentazioni plastiche. Il tutto condito da un finale struggente.

Mosul è un film ambivalente. Non ha una sceneggiatura articolata o una fotografia di particolare qualità e la trama prosegue senza sviluppi di nota fino alle scene finali. Manca anche qualsiasi riferimento al contesto politico-militare in cui si svolge la storia. Mosul è un film di guerra che ricorda un reportage, ambientato in uno scenario particolarmente realistico di guerra urbana nella Mosul dove si combatte contro l’ISIS. Ed effettivamente la storia nasce da un giornalista, Luke Mogelson del New Yorker, che a Mosul ha seguito una pattuglia della SWAT di Niniveh. Embedded in termini tecnici. Lì, in una città spettrale e surreale, Mogelson ha seguito gli uomini di cui il film racconta. Il risultato? Un successo di critica al Festival di Venezia e un’enorme attenzione sui social in tutto il Medio Oriente.

Embed from Getty Images

Fig. 1 – Produttori, regista e attori del cast di “Mosul” alla 76a edizione del Festival del Cinema di Venezia, 4 settembre 2019

Il protagonista è un giovane poliziotto iracheno che a inizio film viene salvato e si unisce a questa pattuglia della SWAT. Una missione c’è, ma il protagonista ne viene tenuto all’oscuro. Da lì il film si dipana portando lo spettatore nel mezzo della guerra. L’ambientazione è certamente realistica. Sono gli otto mesi della faticosa battaglia di Mosul, durante i quali un fronte frammentato fatto di esercito iracheno, peshmerga curdi, milizie sciite delle Forze di Mobilitazione Popolare, gruppi tribali e forze della coalizione internazionale, che mal si sopportavano l’un l’altro, strapparono la seconda città irachena dalle mani dell’ISIS. In questo scenario si muove la SWAT di Niniveh, in una guerra senza fronte e senza linee chiare, dove le spie dello Stato Islamico si celano ovunque, soprattutto tra la polizia locale.
Questa è una guerra urbana e nei teatri urbani le truppe occidentali non ci entrano volentieri. Nei centri urbani devastati dai bombardamenti, e anche al di fuori essi, sono le forze locali a combattere e a cadere come foglie al vento. E così anche nel cinema le forze speciali non sono più appannaggio di marines o Navy Seals, di soldati alti e grossi, resi quasi invincibili da supporto aereo e tecnologia. Il film infatti ricorda bene che a sconfiggere lo Stato Islamico, l’unica guerra mediorientale conclusa degli ultimi anni contro il grande nemico della civiltà, sono stati tanti gruppi militari e paramilitari iracheni, siriani, curdi e iraniani. E in questo caso specifico una banda di poliziotti rinnegati, formata da soli abitanti di Mosul, costretta ad acquistare le munizioni da altre milizie.

Embed from Getty Images

Fig. 2 – Regista e attori principali di Mosul alla première del Toronto Film Festival, 9 settembre 2019

Così la pattuglia si riprende la propria città dai miliziani dell’ISIS passo dopo passo, casa dopo casa. Un aspetto dei conflitti urbani a cui non siamo abituati è l’idea che la guerra entri nell’intimità della casa. Si combatte nei soggiorni, nelle camere da letto, negli scantinati: come la guerra entra nelle quotidianità abbandonate delle famiglie di Mosul, così la quotidianità entra nella guerra e anche i membri della pattuglia si prendono i loro momenti di frugale relax casalingo, e di preghiera, tra un combattimento e l’altro.
Tutti i film di guerra vengono valutati in base alla narrazione della guerra che essi propongono. Qui si erge Mosul in tutto il suo magistrale realismo. Scompaiono sia i grandi eroi di guerra sia i personaggi tragici in crisi di coscienza, categorie tipiche delle pellicole hollywoodiane. Rimangono degli uomini deumanizzati che uccidono senza particolare riguardo un nemico che rimane senza volto, tanto nel film quanto nella realtà. Così scompaiono le categorie morali ed emergono le piccole atrocità che la guerra si porta sempre con sé lasciando lo spettatore inerme, incapace di condannare o di giustificare, ma fermo lì ad osservare, in silenzio. In breve, questo è Mosul. Una storia di guerra, che non lascia spazio a interpretazioni politiche o messaggi ideologici. Un film che porta nuove categorie sul grande schermo, quali la quotidianità nella guerra e i combattenti locali. Un film di sangue e brutalità che alla fine ricorda a tutti ciò per cui vale veramente la pena combattere.

Corrado Cok

Immagine di copertina: “Suhail Dabbach in Mosul (Netflix film)” by PhotoBucketCC is licensed under CC BY

Corrado Cok
Corrado Cok

Spirito mittleuropeo e cuore mediterraneo, con una triennale in diplomazia ed un master in risoluzione dei conflitti del King’s College. Dopo Rabat e Parigi, ho lavorato per un anno a Bruxelles nel settore dell’advocacy su questioni legate a conflitti e processi di pace. Ora ho iniziato a fare esperienza sul campo tramite un progetto umanitario in Gibuti. Le aree del mondo di cui sono appassionato sono Medio Oriente, Nord Africa e, da qualche tempo, anche Africa occidentale ed orientale.

Ti potrebbe interessareCORRELATI
Letture suggerite