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Iran e Israele si incontrano a Venezia

In 3 sorsiGrazie alla collaborazione tra la regista franco-iraniana Zar Amir Ebrahimi e il regista israeliano Guy Nattiv, Iran e Israele hanno dimostrato come l’arte, in questo caso il cinema, possa rivelarsi un potente strumento di dialogo. Presentato al concorso Orizzonti della Mostra del Cinema di Venezia, Tatami è molto più di un film: è l’incontro tra due Paesi dipinti come nemici, è l’affronto al regime islamico iraniano, è la voce negata alle vittime di persecuzioni.

1. AVVERSARI

A partire dalla rivoluzione islamica del 1979 i rapporti tra Iran e Israele hanno iniziato gradualmente a incrinarsi, fino a spezzarsi del tutto nei primi anni Novanta del secolo scorso: subito dopo il crollo dell’Unione Sovietica e la sconfitta dell’Iraq nella Guerra del Golfo (1991), entrambi i Paesi intrapresero una linea più aggressiva, sfociata in dichiarata inimicizia. Ad acuire le tensioni è lo sviluppo del programma nucleare iraniano, condannato da quella che prende il nome di dottrina Begin: Israele non deve solo poter colpire chiunque, ma deve essere anche l’unico in grado di farlo per rendere sicuro il monopolio nucleare israeliano. Il pensiero iraniano, secondo cui Israele viene definito “piccola Satana” (in persiano Shaytân-e Kuchak) – sotto l’ala del “grande Satana” (Shaytân-e Bozorg), ovvero gli Stati Uniti – sembrava dunque destinato a perdurare nel tempo. Date le circostanze, l’Iran, come sottolinea la trama del film, ha talvolta proibito ai suoi atleti di competere contro gli israeliani. Tratto da un fatto realmente accaduto nel 2019, che vede al centro della vicenda il judoka iraniano Saeid Mollaei, al quale fu ordinato di lasciare le partite ai Campionati mondiali di judo per evitare di affrontare l’israeliano Sag Muki, Tatami dà voce alla realtà ferma e intransigente dell’odierno Iran.

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Fig. 1 – Due iraniani passeggiano davanti a un murales satirico che mostra la rappresentazione dello stato di Israele, bendato e con una bomba, Teheran, 25 ottobre 1989

2. UNA COLLABORAZIONE CLANDESTINA

Questa collaborazione alla regia è un’evidente volontà di superare le barriere geografiche e politiche al fine di raccontare la realtà di tanti cittadini e cittadine costretti a fuggire dalla terra natale per mantenere la propria libertà di pensiero. A causa della potenziale e pericolosa reazione da parte del Governo iraniano, il film è stato interamente girato a Tbilisi, in Georgia, un luogo neutrale e facilmente accessibile da entrambi i registi. A sfidare il regime iraniano, infatti, non è soltanto la collaborazione con un regista israeliano: i temi toccati nel film mirano a denunciare la condizione di centinaia di sportivi vittime delle limitazioni imposte dal regime. Le difficoltà incontrate dai registi riflettono infatti gli impedimenti insiti nei due contesti. L’inevitabile scontro con lo Stato è uno dei focus della pellicola, che analizza da vicino e verosimilmente l’esperienza di un’atleta costretta a una significativa scelta di vita: rinunciare alla competizione conformandosi alla volontà del regime o lottare per il primo posto?
La giuria della categoria Orizzonti del festival del cinema di Venezia così motiva l’assegnazione del premio: “Gli eventi politici dell’ultimo anno hanno ricordato al mondo quanto affermare la propria individualità sotto un sanguinario regime clericale come quello degli ayatollah iraniani possa costare caro. Il film rappresenta in maniera essenziale ed efficace la forza di volontà della protagonista nell’accettare questa sfida laica“.

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Fig. 2 – La regista Zar Amir Ebrahimi e il regista Guy Nattiv all’Ottantesima edizione della Mostra Internazionale del Cinema di Venezia, 2 settembre 2023

3. IL CINEMA ALLEATO DELLA PROTESTA

La settima arte è pressoché sempre stata voce della resistenza civile in Iran. Per questo motivo registi del calibro di Asghar Farhadi, Oscar al miglior film straniero nel 2012 e nel 2017, sono stati costretti a riparare lontano dal loro Paese d’origine, dove le pellicole vengono frequentemente censurate e proibite. Il regista Saeed Roustayi e il produttore Javad Norouzbeigi, autori del film Leila’s Brothers, presentato al festival di Cannes nel 2022, sono stati condannati dal tribunale di Teheran a sei mesi di carcere per aver incluso nella pellicola delle sequenze che riportano proteste e manifestazioni, comprese quelle per la morte di Mahsa Amini lo scorso anno. La mancanza di libertà trova terreno fertile nel cinema come mezzo di espressione e canale di comunicazione: Jafar Panahi, Navid Mihandoost, Farhad Delaram sono solo alcuni dei registi imputati di propaganda antigovernativa. Oltre alle accuse, sono state imposte pene detentive e divieti fino a vent’anni di realizzare nuove pellicole, anni durante i quali dovranno seguire un corso di cinema approvato dalle Autorità e non potranno collaborare con altri professionisti del settore. Ed è con questi presupposti che Zar Amir Ebrahimi e Guy Nattiv hanno coraggiosamente dato voce a una dolente verità, dimostrando al contempo come l’arte con il suo linguaggio simbolico possieda la capacità di superare barriere e preconcetti.

Maryam Naieby

Immagine di copertina: “Drive-in cinema” by Picturepest is licensed under CC BY

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Perchè è importante

  • Le relazioni bilaterali tra Iran e Israele risultano particolarmente compromesse in seguito all’inasprimento dei rapporti nazionali e internazionali avvenuto negli ultimi decenni. I due Paesi impongono norme stringenti ai rispettivi popoli, limitandone significativamente il dialogo.
  • Su questo sfondo prende forma la collaborazione tra l’attrice e regista iraniana Zar Amir Ebrahimi e il regista israeliano Guy Nattiv: il film Tatami è un primato mondiale capace, da un lato, di riflettere la vicinanza tra i due popoli, dall’altro, le insidie e le difficoltà con le quali si è costretti a fare i conti.
  • Da decenni il cinema iraniano è sottoposto a una gravosa censura che impedisce ad attori e registi di esprimere e manifestare liberamente attraverso l’arte la propria linea di pensiero.

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