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    La pace e’ l’ultima a morire?

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    I tumulti in Medio Oriente hanno colto Israele impreparata. La caduta di Mubarak mette in forse il trattato di pace con L’Egitto, unico alleato di peso rimasto nella regione dopo il brusco raffreddamento delle relazioni con la Turchia. Un esito islamista della rivoluzione egiziana rende una nuova guerra arabo-israeliana una possibilità

    FRA SPERANZA E TIMORE – In Israele la speranza per un esito democratico delle rivoluzioni arabe si mischia alla preoccupazione per gli equilibri nelle regione. La caduta di Mubarak in Egitto, Ben-Ali in Tunisia, e i tumulti in Bahrein (a maggioranza sciita ma governato dai sunniti) che l’Arabia Saudita sta cercando di reprimere, segnano l’indebolimento dell’asse sunnita e il rafforzamento della posizione dell’ Iran.

    LA GIUNTA MILITARE – L’apparato militare ha assunto il compito di guidare la transizione. Il leader del consiglio militare,  Mohamed Hussein Tantawi, ha segnalato che l’atteggiamento verso Israele non e’ cambiato e il trattato di pace non è in discussione. Tuttavia diverse mosse della giunta non fanno ben sperare gli israeliani:  primo, non aver ancora ripristinato la fornitura di gas ad Israele, interrotta dopo che il gasdotto era stato colpito circa un mese fa; secondo, aver nominato un ministro degli esteri, Nabil el-Araby, che ha immediatamente chiesto l’apertura del valico di Rafah, il che significherebbe la fine della collaborazione egiziana al mantenimento dell’embargo su Gaza; terzo, aver indetto un referendum, approvato con il 77% di sì, che fissa le elezioni fra soli quattro mesi – a Giugno si terranno quelle per il Parlamento e a Settembre le presidenziali –  permettendo alla Fratellanza Musulmana di capitalizzare il vantaggio organizzativo di cui gode; quarto, aver permesso il transito nel canale di Suez alle navi iraniane, contraddicendo una consuetudine consolidata, senza ispezionarle.

    L’esercito israeliano ha avanzato l’ipotesi che una di queste navi trasportasse le armi trasferite sul cargo diretto a Gaza, intercettato dalla marina miliare israeliana. A bordo c’erano settantamila pallottole per fucile Kalashnikov, quasi tremila proiettili per mortaio, e, soprattutto, sei sofisticati missili anti-nave C-704.

    Durante la guerra in Libano del 2006, Hezbollah sorprese il mondo colpendo con un missile una corvetta Sa’ar 5 della marina militare israeliana, danneggiandola e uccidendo quattro marinai. Hamas non ha dimostrato di possedere tale capacità durante l’attacco a Gaza (2008-2009). Se dovesse entrare in possesso di questo tipo di armi, come l’esercito israeliano teme, Hamas sarebbe in grado di limitare la libertà di movimento della marina di Gerusalemme nel corso di future operazioni militari. Per questo la prosecuzione della cooperazione dell’Egitto nel mantenere Gaza sigillata è considerata centrale per Israele.

    SINAI – In Egitto gli ufficiali chiedono la revisione di alcune clausole del trattato in merito al prezzo del gas e alla demilitarizzazione del Sinai. Nelle settimane della crisi Israele ha acconsentito il dispiegamento di forze militari per proteggere Sharm e il valico di Rafah, e potrebbe anche valutare limitati modifiche del trattato per permettere un più efficace controllo del Sinai da parte dell’Esercito egiziano. Durante la crisi il Sinai, il cui territorio e grande tre volte Israele, si era trasformato in un’area senza legge per trafficanti di armi e gruppi jihadisti tra i quali Hamas ha cercato di espandere la sua rete di contatti. Se il Sinai diventasse in una rampa di lancio per razzi e colpi di mortaio indirizzati ai civili israeliani, e il nuovo Egitto si dimostrasse non capace o non interessato a combattere il fenomeno, sortite dell’esercito israeliano oltre il confine potrebbero diventare pericolosa fonte di frizione tra i due stati.

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    EQUILIBRIO MILITARE – Per il riconoscimento di Israele e il passaggio nella sfera di influenza statunitense, l’Egitto è stato negli anni compensato con quasi 36 miliardi di dollari di aiuti dagli USA. Da allora questi finanziamenti hanno permesso all’esercito egiziano di recuperare parte del gap tecnologico che aveva permesso ad Israele di prevalere nelle quattro guerre combattute contro gli stati arabi tra il 1948 e il 1973. L’esercito egiziano è totalmente dipendente dai trasferimenti di denaro da Washington, che svanirebbero in caso di conflitto, ma se l’Egitto che uscirà dalla transizione si dimostrerà meno amichevole verso Israele, perfino aggressivo, la prospettiva di un’altra guerra arabo-israeliana diventerebbe concreta e l’esito di tale confronto difficile da prevedere.

    L’Esercito egiziano conta approssimativamente il doppio degli effettivi di quello israeliano. Dispone di circa 3.500 carri armati (di cui 1000 M1A1 Abrams prodotti in Egitto) contro i 3.700 di Israele (di cui 1.500 Merkava, prodotti in Israele).  L’aviazione conta circa 200 aerei da combattimento operativi (F16s e Mirage2000) contro più di 400 aerei israeliani (f16s e f15s). La marina egiziana è la più grande della regione, vantando 10 fregate, ma le navi Israeliane hanno migliori strumenti di acquisizione bersaglio e guerra elettronica. I sistemi di difesa anti-area dell’Egitto sono basati su tecnologia americana, ma Israele dispone di una sofisticata difesa anti-aerea multi strato, integrata con tecnologie antimissile di ultima generazione come l’Iron Dome (sviluppato in Israele e in corso di dispiegamento), e in caso di conflitto su larga scala potrebbe contare su tecnologie americane esclusive come THAAD e PAC-3. In guerre di media durata, la capacità di riparare o sostituire l’equipaggiamento distrutto, o procurarne di nuovo, è importante quando la dotazione iniziale, e in questo Israele ha un deciso vantaggio.

    La bilancia pende in favore di Israele nel confronto diretto con l’Egitto. Se altri attori regionali fossero coinvolti, in particolare Siria e Iran ma potenzialmente anche la Turchia, l’esito di una guerra sarebbe più incerto. In caso di sconfitta convenzionale Israele potrebbe valutare, tra le altre opzioni, l’utilizzo delle armi nucleari, anche se in uno scenario di questo tipo la conseguenza più probabile potrebbe essere un intervento delle forze occidentali per ottenere il cessate il fuoco.

    Luca Nicotra

    redazione@ilcaffegeopolitico.net

    Redazione
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    Il Caffè Geopolitico è una Associazione di Promozione Sociale. Dal 2009 parliamo di politica internazionale, per diffondere una conoscenza accessibile e aggiornata delle dinamiche geopolitiche che segnano il mondo che ci circonda.

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