utenti ip tracking
mercoledì 2 Dicembre 2020
More

    Speciale COVID-19

    L’UE unita contro le minacce comuni

    In 3 sorsi - Il 19 novembre si è tenuta la...

    Il secondo lockdown e la frenata dell’economia francese

    In 3 sorsi - L’economia francese, già fortemente provata, vede stime...

    Che cosa succede in Portogallo?

    In 3 sorsi - Tra aumento dei casi di Covid-19, elezioni...

    Covid e tribù dominano le elezioni in Giordania

    In 3 sorsi - Le elezioni parlamentari in Giordania non hanno...

    I rapporti (vecchi e nuovi) tra Bruxelles e Kiev

    In breve

    Dove si trova

    Puoi leggerlo in 3 min.

    A Mosca non avranno sorriso. Il 21 marzo, Kiev ha sottoscritto la parte politica dell’Accordo di associazione con l’Unione europea. Una firma rinviata più volte, l’ultima delle quali il 29 novembre a Vilnius dal deposto presidente ucraino, Viktor Yanukovich.

    IL VERTICE DI VILNIUS – Parlando al termine del vertice lituano tra i partner orientali e i rappresentati dell’Unione europea, Yanukovich motivava così la scelta di rallentare il percorso verso Bruxelles: «Kiev necessita di un aiuto economico da parte dell’Ue prima di poter firmare l’Accordo di associazione». Il riferimento era alle sofferenze economiche ancora attuali (il debito pubblico ucraino, secondo il Fondo monetario internazionale, quest’anno sarà intorno al 50% del PIL) e che Mosca avrebbe provato ad attenuare il 17 dicembre, sottoscrivendo un’intesa con la quale si impegnava ad acquistare titoli di Stato ucraini per un valore di 15 miliardi di dollari. L’accordo prevedeva anche uno sconto sul prezzo del gas: la compagnia statale russa Gazprom avrebbe venduto a Kiev 1.000 metri cubi di gas a 268,50 dollari, rispetto ai circa 400 precedenti. Ma dietro al rifiuto di Yanukovich c’erano motivazioni non soltanto economiche: Bruxelles chiedeva, come condizione fondamentale, la liberazione dell’ex premier Yulia Tymoshenko, condannata a sette anni di reclusione per abuso di potere. Sottoscrivendo l’Accordo con l’Ue (atto che forse avrebbe evitato lo scatenarsi delle proteste di piazza), Yanukovich avrebbe sancito un avvicinamento all’Unione europea nell’ambito del Partenariato Orientale (PO).

    Vladimir Putin e Dmitry Medvedev
    Vladimir Putin e Dmitry Medvedev

    IL PARTENARIATO ORIENTALE – Voluto fortemente da Polonia e Svezia, il Partenariato Orientale affianca – proponendosi di garantire così risultati più efficaci – la Politica europea di vicinato (PEV), promossa da Bruxelles dal 2003 e applicata «ai Paesi confinanti con l’Ue per mare o per terra». Lo scopo è migliorare i rapporti con i vicini europei, ovvero le sei ex Repubbliche sovietiche (Armenia, Azerbaigian, Bielorussia, Georgia, Moldova e Ucraina), promuovendo «un’associazione politica più stretta e – spiega il Consiglio europeo – un’integrazione economica con l’Ue». Come? Con la «creazione di una zona di libero scambio», favorendo la libera circolazione dei cittadini, nonché mirando al rafforzamento della sicurezza energetica e a uno sviluppo sostenibile. Pur offrendo al momento soltanto una partnership – e non un’adesione totale all’Ue, – Bruxelles pone però una condizione da soddisfare: il progressivo adattamento (attraverso riforme costituzionali e dei sistemi elettorale e giudiziario) delle legislazioni nazionali alle norme europee. Piccola nota: al momento, Kiev non ha ancora sottoscritto la parte economica dell’Accordo.

    I TIMORI DI MOSCA – Gli intenti europei non hanno mai convinto il Cremlino della loro bontà: già nel 2009 l’allora presidente russo Dmitry Medvedev, intervenendo in occasione del 23esimo summit Ue-Russia, espresse tutta la propria preoccupazione: «Non vorremmo che il PO si trasformasse in un partenariato contro di noi». Mosca teme infatti di perdere la propria influenza – a vantaggio di Bruxelles – nell’ex area sovietica, dove vivono 76 milioni di abitanti (46 dei quali solo in Ucraina). Un’eventualità inaccettabile per Putin, deciso a contrapporre il progetto dell’Unione euroasiatica, che, nonostante il recente allontanamento di Kiev, procede comunque. E così a fine maggio il Kazakistan, la Bielorussia e la stessa Federazione russa aderiranno ad Alma Ata all’Unione economica eurasiatica, impegnandosi ad abbandonare dal 1° gennaio 2015 l’Unione doganale che li unisce dal 2010, in favore di una cooperazione economica e istituzionale, per poi procedere – più avanti – a un’unione politica vera e propria.

    Le recenti proteste di piazza a Kiev
    Le recenti proteste di piazza a Kiev

    I PRIMI VANTAGGI – Pur avendo compiuto solo il primo “passo” verso una maggiore collaborazione con l’Ue, Kiev ha già ottenuto qualche piccolo vantaggio: un miliardo di euro di aiuti (a metà marzo, il presidente della Commissione europea José Manuel Barroso ne annunciò 11) e l’abolizione – dalla fine d’aprile fino massimo al 1° novembre 2014 – di quasi tutte le tariffe doganali sulle merci importate dall’Ucraina, misura che riguarderà il 94,7% dei beni industriali e tutti i prodotti agricoli, permettendo a Kiev di risparmiare almeno 500 milioni di euro l’anno. Cifre non esorbitanti, ma che potrebbero contribuire a migliorare la già difficile situazione economica del Paese.

    KIEV GUARDA A OVEST – Il nuovo corso ucraino sembra aver ben chiare le priorità: allontanarsi dalla sfera d’influenza russa, avvicinandosi all’Unione europea e alla NATO, che con l’accentuarsi della crisi ha annunciato l’intenzione di rafforzare la propria presenza nella regione. In questo senso qualche giorno fa, la Rada Verkhovna (il Parlamento ucraino, per intenderci) ha approvato il disegno di legge n. 4561, che consente l’ingresso sul territorio ucraino di Forze Armate di Paesi stranieri «per la partecipazione a esercitazioni a carattere multinazionale». La legge prevede il coinvolgimento di un massimo di 2.500 militari ucraini e di un egual numero complessivo per quelli degli Stati partner. Partner che non saranno soltanto economici, ma anche – a questo punto – militari.

    Mirko Spadoni

    Mirko Spadoni
    Mirko Spadoni

    Romano, classe ’88, ha abbandonato i suoi sogni di gloria molto presto: sarebbe voluto diventare presidente di una squadra di calcio. E così, dopo aver conseguito una laurea in Comunicazione, ha deciso di limitarsi a raccontarne le gesta (dei presidenti e dei loro stipendiati, s’intende). Compreso che il pallone – e la Lazio – non sono tutto nella vita, si è dedicato anche ad altro: alla politica e all’economia per un quotidiano online di un istituto di ricerca, per poi innamorarsi definitivamente della geopolitica. Una passione che coltiva con buona pace della letteratura e dei colori biancocelesti.

    Ti potrebbe interessareCORRELATI
    Letture suggerite

    1 commento

    LASCIA UN COMMENTO

    Inserisci qui il tuo commento
    Inserisci il tuo nome