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    È il più giovane capo di Stato del mondo e governa una terra abitata da 24 milioni di persone profondamente indottrinate. Terzo membro della famiglia Kim a guidare la Corea del Nord, ha studiato per alcuni anni sotto pseudonimo alla International School of Berne in Svizzera venendo a contatto con la cultura occidentale. A più di due anni dalla sua ascesa ai vertici politici e militari nordcoreani, ha smentito quegli analisti che prevedevano sotto di lui un rapido crollo del sistema comunista nel Paese.

    LA ‘DINASTIA KIM’ – Fino a poco tempo fa Kim Jong-un era una figura quasi del tutto sconosciuta a livello mondiale e anche i più esperti in fatto di dinamiche politiche in Asia orientale non lo ritenevano adatto al ruolo di supremo leader di un Paese così controverso. Ma in una terra dove ogni informazione è ampiamente filtrata, conoscere le dinamiche interne alla famiglia Kim, che da più di sessant’anni domina la zona settentrionale della penisola coreana, è compito arduo. Kim Jong-un è infatti nipote di Kim Il-sung, il “Presidente eterno” che ha governato la Repubblica democratica popolare per oltre 45 anni e ha instaurato un regime comunista che nel corso del tempo si è distaccato dai modelli sovietico e cinese. Dopo di lui giunse il figlio, Kim Jong-il, che illuse il mondo accettando la proposta di dialogo giunta dalla Corea del Sud con la Sunshine Policy, per poi richiudersi su se stesso in un ostinato isolazionismo condito dai primi due test atomici effettuati dal Paese.

    Il processo che ha portato il giovane terzogenito del “Caro Leader” a scalare le gerarchie del Partito coreano dei lavoratori (o Workers’ Korean Party, WPK) rimane misterioso, così come lo è stata la sua data di nascita: venuto al mondo ufficialmente nel 1983, per un periodo gli venne attribuito un anno in più, in modo da permettere al popolo di festeggiare nel 2012 i suoi trent’anni, i cento del nonno e i settanta del padre (finti anche questi, Kim Jong-il era nato nel 1941 e non nel 1942).

    IL PASSAGGIO DI CONSEGNE Quando il 19 dicembre 2011 la tv di Stato nordcoreana ha annunciato la morte di Kim Jong-il, era diventato ormai chiaro come l’erede designato fosse il giovane Jong-un. Nei mesi successivi, il “Grande Successore”, come venne subito soprannominato dai media nazionali, si è insediato all’interno di tutte le Istituzioni nazionali, diventando Primo Segretario del WPK, Presidente dell’importante Commissione di Difesa Nazionale e Comandante supremo delle Forze Armate. La propaganda si è subito affrettata a esaltare le grandi capacità del nuovo capo di Stato, abile nel parlare correttamente diverse lingue e sempre pronto a gesti benevoli nei confronti dei compatrioti.

    In realtà gli organi di informazione hanno avuto un bel daffare a mascherare alcuni vizi del giovane leader, che a differenza dei suoi predecessori fa più fatica a tenere separate vita pubblica e privata: giusto per fare un esempio, è ormai nota la passione di Kim Jong-un per il basket NBA e i Chicago Bulls, tanto da aver invitato più di una volta in Corea del Nord l’ex cestista americano Dennis Rodman, causando l’ira del presidente Obama e del suo staff.

    Inizialmente tutto ciò lasciava pensare a un nuovo inizio per il cosiddetto “Stato eremita”, nel quale il Paese si sarebbe lasciato alle spalle il totale isolamento grazie a una guida che aveva avuto l’opportunità di conoscere la cultura occidentale e che avrebbe potuto introdurre alcuni suoi elementi in una società costretta suo malgrado a mantenere in vita le tradizioni imposte dal regime. Ma i due anni appena trascorsi hanno dimostrato che si trattava di semplice illusione.

    Una fase dell'edizione 2008 dei Grandi Giochi di Massa e di Prestazione Artistica di Arirang, a Pyongyang
    Una fase dell’edizione 2008 dei Grandi Giochi di Massa e di Prestazione Artistica di Arirang, a Pyongyang

    LE TENSIONI CON L’OCCIDENTE Il 12 febbraio 2013 la Corea del Nord ha effettuato il terzo test nucleare della sua storia, il primo da quando Kim Jong-un è salito al potere: gli Stati Uniti e la Corea del Sud hanno immediatamente reagito programmando una serie di esercitazioni militari congiunte da svolgere non lontano dal confine tra i due Stati coreani. Questi reciproci “affronti” hanno dato il via a una crisi durata due mesi: a marzo Kim ha minacciato gli Usa di essere pronto ad attaccarli con la bomba atomica, mentre a inizio aprile ha imposto la chiusura del complesso di Kaesong, fondamentale polo industriale gestito unitariamente da nord e sudcoreani avente come scopo lo sviluppo dell’economia dei primi grazie ai capitali dei secondi, i quali traggono profitto dall’utilizzo di una manodopera a basso costo.

    Dopo aver toccato livelli preoccupanti, lo scontro a suon di proclami si è affievolito, anche grazie a una tattica prudente da parte della diplomazia americana riassumibile con la frase: «Sembra un bluff, ma è meglio non fidarsi». La tensione è scesa nel corso dell’anno e ciò ha indotto Kim a riaprire le fabbriche di Kaesong nel settembre del 2013.

    Dunque tanto rumore per nulla? No, semplicemente il “Giovane Capitano” ha applicato gli insegnamenti dei suoi avi: intimorire il mondo paventando lo spettro di un’apocalisse nucleare in cambio di qualcosa. E quel qualcosa sono aiuti economici e alimentari, così importanti per un Paese in enorme difficoltà da almeno tre decenni.

    IL CONSOLIDAMENTO DEL POTERE – La prima fase del “regno” di Kim Jong-un sembra essere terminata a inizio 2014 con la messa in stato d’accusa dello zio Jang Song-thaek, vice-presidente della Commissione di Difesa Nazionale, che è stato processato e condannato a morte per tradimento. Questo fatto ha chiuso un ciclo di epurazioni voluto dal giovane dittatore che ha portato alla rimozione dai loro incarichi di 100 dei 218 gerarchi del Partito.

    Nonostante le pressioni internazionali, il “Brillante Compagno” continua sulla strada tracciata dal padre, utilizzando in maniera massiccia i campi di concentramento e “rieducazione”, dove si stima potrebbero essere rinchiusi fino a 200mila oppositori del regime. Qualcosa sul fronte delle relazioni con l’esterno sembra si stia muovendo, ma in senso negativo: la Cina, ultimo vero alleato, ha cominciato a spazientirsi, specialmente dopo le recenti tensioni con l’Occidente. A Pechino il ruolo di arbitro tra Stati Uniti e Corea del Nord proprio non piace, perché mette la Repubblica comunista al centro dell’attenzione generale. In più resta sempre la netta contrapposizione con la Corea del Sud, tra lanci di razzi, invasioni territoriali e minacce di guerra che non lasciano speranze per una riunificazione della penisola in tempi brevi.

    Kim Jong-un sa che dovrà mantenere il giusto equilibrio tra la sfrontatezza con la quale minaccia il mondo e la cautela nel gestire i rapporti con il grande amico asiatico. Rimane velata dal mistero la situazione interna: alle elezioni per il rinnovo della Suprema Assemblea del Popolo, avvenute lo scorso marzo, Kim ha ottenuto il 100% dei voti nella propria circoscrizione. Risultato a dir poco controverso, che non aiuta a comprendere il reale apprezzamento che il dittatore gode all’interno della popolazione, ma che mostra come la “dinastia Kim” abbia ancora ben saldo il potere nelle proprie mani.

    Nicolò Canonico

    Nicolò Canonico
    Nicolò Canonico

    Sono nato a Perugia nel 1991 e mi sono laureato in Scienze Politiche e Relazioni Internazionali all’Università di… Perugia (insomma, casa e bottega). Appassionato di politica, giornalismo e storia contemporanea. Mi sono occupato per 4 mesi di Unione europea grazie al tirocinio universitario FISE-Finestra sull’Europa. Nel tempo libero seguo e scrivo di calcio e di football americano, con l’illusione che quest’ultimo mi darà l’opportunità di realizzare uno dei miei tanti sogni: andare a zonzo per gli Stati Uniti

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