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    Il cancro o l’Aids?

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    Con queste parole il Premio Nobel per la Letteratura Mario Vargas Llosa ha descritto la scelta alla quale saranno chiamati gli elettori peruviani per il ballottaggio delle elezioni presidenziali previsto per il 5 giugno. I due candidati che hanno superato il primo turno, Ollanta Humala e Keiko Fujimori, rappresentano due versioni dei populismi che per decenni hanno imperversato in America Latina. Rappresentano davvero un pericolo per la democrazia e lo sviluppo del Paese?

    ESITO PREVEDIBILE? – Domenica 10 aprile, in occasione delle elezioni parlamentari e presidenziali, le urne peruviane hanno restituito un verdetto in parte atteso, e in parte preoccupante. Il primo turno è stato superato da Ollanta Humala, candidato della coalizione di sinistra “Alianza Gana Perù”, che ha ottenuto il 31,78% delle preferenze contro il 23,49% di Keiko Fujimori, esponente della coalizione di destra “Fuerza 2011” e figlia dell'ex dittatore Alberto, che attualmente sta scontando una condanna in carcere per essere stato riconosciuto come mandante di diverse uccisioni di oppositori. Al terzo posto si è classificato Pedro Pablo Kuczynski, mentre l'ex Presidente Alejandro Toledo non è riuscito ad andare più in là del quarto posto, confermando il trend dei sondaggi che lo davano in calo di consensi. Si tratta di un risultato che conferma in parte i pronostici, rivelando l'elevata frammentazione politica del Perù, una democrazia ancora giovane in cui le organizzazioni partitiche non sono ancora riuscite a mettere radici salde: non è un caso se il cartello elettorale della Fujimori è stato creato appena lo scorso anno.

     

    LA SITUAZIONE – I cittadini della nazione andina saranno quindi chiamati nuovamente a votare il 4 giugno, giorno nel quale, parafrasando le parole del Premio Nobel per la Letteratura Mario Vargas Llosa, “dovranno scegliere tra l'Aids o il cancro”, riferendosi a Humala e Fujimori. Come mai tanta durezza nel descrivere i due candidati preferiti dall'elettorato? Il fatto è che i vincitori del primo turno sono esponenti delle due facce del populismo, di sinistra e destra, che tanta fortuna ha avuto in America Latina negli ultimi decenni (e che ancora continua ad averne: citiamo solo gli esempi di Hugo Chávez in Venezuela e di Evo Morales in Bolivia). Per questo motivo i due candidati alla poltrona presidenziale sono visti con sospetto da più parti. Da una parte c'è Ollanta Humala, che nel 2006 si presentò alle elezioni con un programma elettorale di matrice socialista e anti-statunitense, in aperta ostilità agli USA che hanno oggi invece nel Perù uno dei maggiori partner in Sudamerica. L'Humala del 2011, che si definisce come nazionalista, appare a dire il vero piuttosto cambiato e il suo programma decisamente più moderato, nonché la decisa presa di distanze da Chávez, che aveva tentato di “tirargli la volata” nei giorni precedenti al voto, devono avere giocato un ruolo positivo per il suo successo. Si tratta solo di sapiente strategia di comunicazione (i responsabili della campagna elettorale di Humala sono gli stessi di Lula in Brasile) o di una vera virata verso il centro dello schieramento politico?

    Dall'altra parte c'è Keiko Fuimori, figura relativamente nuova della politica peruviana. La discussa eredità politica del padre, presidente autoritario del Perù dal 1992 al 2000, sembra avere giocato più a suo favore che a suo svantaggio, a testimonianza del fatto che sono ancora diversi nel Paese i sostenitori di Alberto Fujimori, che per primo aveva intrapreso le riforme economiche improntate alla liberalizzazione e all'attrazione di capitali esteri che hanno posto le basi per lo sviluppo economico peruviano. Anche Keiko ha cercato di presentarsi come moderata, assicurando che in caso di vittoria non utilizzerà la sua posizione per concedere un'amnistia al padre e puntando su sviluppo delle politiche sociali e della sicurezza.

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    QUALI SCENARI? – Si dovranno fronteggiare indubbiamente i candidati che hanno condotto le migliori campagne elettorali, dal punto di vista della comunicazione e della coerenza del messaggio proposto. E' anche indubbio che l'elezione di entrambi potrebbe rappresentare alcuni rischi: la vittoria di Humala, ad esempio, potrebbe intimorire gli investitori stranieri per il pericolo di nazionalizzazioni e quindi scoraggiare l'afflusso di capitali di cui il Perù ha bisogno per alimentare la propria impetuosa crescita economica.

    E' presto per il momento prevedere chi vincerà: Humala sembra il candidato con più possibilità di successo, anche se entrambi avranno bisogno di drenare consensi dal grande “calderone” di elettori che hanno votato per gli altri tre principali pretendenti. Il presidente uscente Alan Garcia aveva già annunciato il proprio appoggio per la Fujimori, il che potrebbe giovarle soprattutto nella capitale Lima. Toledo, sconfitto un po' a sorpresa al primo turno, potrebbe tornare in gioco come ago della bilancia per il secondo turno: il suo 16% messo sul piatto a favore di Humala potrebbe risultare quasi decisivo per arrivare al 50%, così come i circa venti seggi che il suo partito dovrebbe avere in Parlamento e che saranno fondamentali per la stabilità del futuro esecutivo.

    Forse la previsione di Vargas Llosa è troppo pessimistica, è abbastanza probabile però il rischio che il Perù entri in una fase di instabilità politica, il che potrebbe avere conseguenze negative anche per lo sviluppo economico. Ecco perchè i prossimi mesi saranno decisivi per la nazione erede degli Inca.

     

    Davide Tentori

    redazione@ilcaffegeopolitico.net

     

    Davide Tentori
    Davide Tentori

    Sono nato a Varese nel 1984 e sono Dottore di Ricerca in Istituzioni e Politiche presso l’Università “Cattolica” di Milano con una tesi sullo sviluppo economico dell’Argentina dopo la crisi del 2001. Il Sudamerica rimane il mio primo amore, ma ragioni professionali mi hanno portato ad occuparmi di altre faccende: oggi infatti lavoro a Roma presso l’Ambasciata Britannica in qualità di Esperto di Politiche Commerciali. In precedenza ho lavorato alla Presidenza del Consiglio dei Ministri dove mi sono occupato di G7 e G20, e a Londra come Research Associate presso il dipartimento di Economia Internazionale a Chatham House – The Royal Institute of International Affairs. Sono il Presidente del Caffè Geopolitico e coordinatore del Desk Europa

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