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venerdì 5 Marzo 2021

Gli Australian Open al via tra polemiche e timori

In breve

  • Prende il via a Melbourne il primo torneo del Grande Slam di tennis della stagione, tra speranze e timori legati al Covid.
  • L’Australia mette alla prova un modello di gestione della pandemia che finora ha funzionato meglio che altrove.
  • La campagna di immunizzazione della popolazione dovrebbe partire questo mese, ma l’arrivo delle prime fornituire di vaccino è a rischio.
  • Primi timidi tentativi di distensione nei rapporti commerciali con la Cina, ma da più parti arrivano richieste di politiche protezionistiche.

Dove si trova

Analisi – Nuovo appuntamento con “Un Caffè agli antipodi”. Dall’8 al 23 febbraio, Melbourne ospiterà uno degli eventi sportivi più seguiti al mondo. Un banco di prova importante per la sostenibilità del modello australiano di gestione della pandemia. 

TENNIS VS COVID

Mentre la pandemia da coronavirus continua a infuriare ovunque nel mondo, l’Australia si appresta a ospitare, come da consuetudine, il primo Open di tennis della stagione. Un evento globale che metterà alla prova la tenuta della macchina organizzativa australiana, in base ai rigidi canoni di sicurezza che il Paese si è dato da inizio pandemia.
La gestazione del torneo è stata finora complessa e non priva di polemiche. L’evento, che normalmente si svolge a Melbourne verso metà gennaio, quest’anno è stato spostato in avanti di tre settimane per consentire l’arrivo in sicurezza di tennisti e addetti ai lavori. Per alleggerire il carico organizzativo, si è addirittura deciso di far svolgere le qualificazioni al tabellone principale al di fuori dall’Australia, per l’esattezza a Doha e Dubai.
Oltre mille tra tennisti e addetti sono quindi stati trasferiti a Melbourne e ad Adelaide con voli charter appostamente organizzati da vari scali internazionali, dopo essere stati sottoposti a tamponi a distanza di poche ore dall’imbarco. Ciò nonostante, nei tre giorni successivi all’arrivo, sono state rilevate otto positività, che hanno costretto ben 321 “contatti stretti” a entrare per due settimane nel più rigido programma di quarantena in hotel, senza la possibilità di accedere ai campi di gioco e alle palestre per cinque ore al giorno, come inizialmente ipotizzato.
Le polemiche non si sono fatte attendere, con numerosi tennisti che hanno apertamente criticato sui social la scarsa chiarezza delle Autorità locali (smentita da più fonti), nonché la disparità di trattamento rispetto ai giocatori che hanno potuto godere del regime di quarantena attenuato. A stretto giro non sono poi mancate prese di posizione e manfestazioni di solidarietà anche da parte dei giocatori più in vista, tra i quali Novak Djokovic, la cui “lista di richieste” è stata prontamente restituita al mittente da parte di Tennis Australia, con un ulteriore carico di polemiche e di prese di distanza, anche da parte di Rafa Nadal. Un circo mediatico in piena regola, finalmente in proncinto di spostare i riflettori dalle camere di hotel ai campi da gioco.  
A partrire dallo scorso weekend, infatti, la stragrande maggioranza dei tennisti è finalmente libera di muoversi tra la popolazione locale. Sono solo cinque i casi tuttora positivi, che dovranno ovviamente rimanere isolati fino a quando non otterranno l’autorizzazione medica in seguito a due tamponi negativi.
L’unica nota negativa rimane l’assenza di Roger Federer, amatissimo da queste parti, che ha scelto di saltare l’appuntamento melbourniano dopo ben 21 anni di presenza ininterrotta.

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Fig. 1 – Novak Djokovic, Rafa Nadal e Naomi Osaka ad Adelaide per l’esibizione “A Day at the Drive”, avvenuta poco dopo la fine della loro quarantena in hotel, 29 gennaio 2021

IL MODELLO AUSTRALIANO ALLA PROVA

La situazione è stata finora gestita con fermezza da parte del Governo del Victoria, che negli scorsi mesi era stato pesantemente criticato per la gestione “rilassata” del programma di quarantena, che aveva costretto Melbourne a un lockdown lungo quasi tre mesi. Dopo una prova collettiva così impegnativa, è comprensibile che la cittadinanza non avrebbe visto di buon occhio un trattamento privilegiato in favore dei tennisti.
Fatte salve le inevitabili polemiche, Melbourne vive con grande trepidazione il ritorno di un evento di questa portata, con la voglia di godere appieno della ritrovata vitalità e della ribalta interazionale. Proprio nelle scorse ore il Chief Health Officer del Victoria ha innalzato a 30mila la soglia di spettatori consentiti per ciascuna giornata di gare, seppure con accessi scaglionati, obbligo di mascherina al chiuso e distanziamento sociale. Di questi tempi è comunque un gran lusso.
L’Australia comincia a raccogliere i frutti di un modello di contenimento della pandemia particolarmente aggressivo, che ha mostrato la capacità di stroncare sul nascere ogni nuovo focolaio. Dopo essere passati attraverso due mini-ondate, la prima ad aprile concentrata a Sydney, e la seconda che ha colpito Melbourne a luglio, il Governo federale ha varato delle linee guida decisamente rigide, che i Governi locali hanno dimostrato di volere applicare in modo ancora più rapido ed efficace. Ricordiamo che in Australia le decisioni in tema di salute pubblica spettano ai singoli Stati. Una serie di mini-lockdown locali, della durata di pochi giorni, ha evitato guai peggiori negli scorsi mesi ad Adelaide, Sydney, Brisbane. L’ultimo esempio arriva dal Western Australia, dove domenica scorsa il Governo locale ha imposto un lockdown di una settimana, dopo aver registrato un solo caso di contagio da variante inglese proprio in un addetto alla sicurezza del sistema di quarantena in hotel, a dimostrazione di come i rischi arrivino ormai esclusivamente dai pochi viaggiatori di rientro dall’estero.
Il Governo federale, dal canto suo, non ha badato troppo per il sottile disponendo – già da aprile dello scorso anno – la sospensione degli arrivi per i visti temporanei e il contingentamento dei rimpatri per gli stessi cittadini e titolari di visti permanenti entro un numero massimo settimanale, per non sovraccaricare la gestione del sistema di quarantena obbligatoria in hotel, comunque finanziato a spese dei viaggiatori. Numerose compagnie aeree hanno ormai sospeso del tutto i voli con l’Australia, con la sola eccezione di Qantas, Qatar Airways ed Emirates.

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Fig. 2 – Persone in fila al Royal Perth Hospital per fare il test per il coronavirus, 31 gennaio 2021. Nei giorni scorsi Perth e’ andata brevemente in lockdown dopo la scoperta di alcuni nuovi casi di Covid-19

IL PIANO PER I VACCINI (UE PERMETTENDO) 

Mentre prosegue efficacemente il contenimento della Covid-19 all’interno dei confini nazionali, l’Australia deve fare i conti con i partner internazionali per poter avviare la campagna di somministrazione del vaccino, il cui inizio è previsto per fine febbraio.
È degli scorsi giorni, infatti, la notizia che l’Unione Europea avrebbe introdotto norme più severe sulle esportazioni di vaccini alla Covid-19, in risposta alle controversa gestione delle forniture da parte dei produttori Pfizer e AstraZeneca. Considerando che il primo lotto di 2 milioni di vaccini dovrebbe giungere in Australia proprio da queste due aziende, Pfizer in particolare, la questione potrebbe avere ricadute immediate e dirette sui programmi australiani.
Il piano del Governo australiano prevede che, a partire da marzo, il vaccino AstraZeneca venga prodotto localmente, tramite una partnership tra la casa farmaceutica anglo-svedese e il produttore australiano CSL. L’obiettivo è arrivare a produrre 50 milioni di dosi, in modo da immunizzare i 24 milioni di abitanti entro ottobre. Per raggiungere l’obiettivo il Governo ha stanziato fondi per 6,3 miliardi di dollari, con l’obiettivo di coinvolgere nella somministrazione del vaccino anche medici di base e farmacie.

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Fig. 3 – Il premier Scott Morrison e il vicepremier Michael McCormack durante una cerimonia religiosa prima della riapertura del Parlamento australiano, 2 febbraio 2021

QUALE FUTURO COMMERCIALE PER L’AUSTRALIA?

Sempre sul fronte estero, rimane alta la tensione tra Canberra e Pechino. Il rapporto tra le due nazioni è ai minimi storici, dopo che negli scorsi mesi Pechino ha ripetutamente colpito diverse esportazioni australiane con dazi e barriere, ma anche con misure “informali”, quali il rallentamento dello sdoganamento di merce australiana e contestazioni di presunte irregolarità sanitarie.  
Il Ministro del Commercio Dan Tehan ha scritto nelle scorse settimane al suo omologo cinese Wang Wentao, tentando di avviare un dialogo su una serie di controversie commerciali e ha più volte ribadito di essere ancora “pazientemente “ in attesa di una risposta. Il portavoce del Ministero del Commercio cinese si è limitato a dichiarare che l’attuale difficile situazione nelle relazioni Cina-Australia non rientra tra gli obiettivi del Governo Cinese, mentre una relazione stabile sarebbe più in linea con gli interessi di entrambi i Paesi. Una timida apertura di credito, niente affatto scontata. La nota prosegue dicendo che “si spera che l’Australia faccia gesti che favoriscano la fiducia reciproca e la cooperazione”. Funzionari e Ministri australiani hanno interpretato questa dichiarazione come una richiesta di concessioni alla Cina al fine di avviare il processo di distensione dei rapporti, ma il Primo Ministro Scott Morrison ha già precisato di non voler cambiare la linea finora adottata.
L’Australia si ritiene, infatti, parte lesa delle ritorsioni cinesi, giudicate illegittime sul piano del diritto internazionale, tanto da spingere il Governo di Canberra ad avviare, lo scorso dicembre, una contestazione formale nell’ambito dell’Organizzazione mondiale del commercio in merito all’introduzione di dazi cinesi sull’orzo australiano. Le altre due principali nazioni esportatrici di cereali – Canada e Russia – hanno nel frattempo chiesto formalmente di aderire alle consultazioni come osservatori terzi della disputa, ma la scelta se ammetterli spetta unicamente alla Cina.
L’Australia si interroga sempre più a fondo sul proprio futuro commerciale, con posizioni divergenti tra chi vorrebbe mantenere gli accordi di libero scambio già in vigore, accelerando anche il negoziato in atto con la UE, e chi comincia a spingere per esplorare politiche protezionistiche, sulla scorta di quanto fatto dall’ultima Amministrazione americana. È recentemente emersa una divisione anche all’interno della coalizione di maggioranza, con i membri del Partito Nazionale che in una nota hanno chiesto al Governo di prendere in considerazione l’imposizione di dazi e l’espansione di sussidi per proteggere l’industria manifatturiera locale, nonché di ordinare alla Commissione antidumping di svolgere un’indagine sugli aiuti forniti da altri Paesi in settori strategici chiave.
Una posizione ancora minoritaria nella stessa coalizione di Governo, che la componente liberal intende moderare, ma le difficoltà che la crisi presenterà al sistema economico nei prossimi anni potrebbero contribuire a far cambiare idea a molti. 

Dario Privitera

Photo by leausmith is licensed under CC BY-NC-SA

Dario Privitera
Dario Privitera

Siciliano di origine, Milanese di adozione, Australiano per scelta. Laurea in business law presso l’Università Bocconi di Milano, avvocato, esperto di commercio internazionale, velista (per hobby). Vivo stabilmente a Melbourne, dove mi occupo di relazioni d’affari tra Italia e Australia. Nel corso degli anni, ho assistito oltre 20 aziende italiane di vari settori nel tentativo di stabilire una presenza commerciale nell’area Pacifico. Ho, inoltre, all’attivo varie collaborazioni con soggetti pubblici e privati nell’ambito dell’internazionalizzazione delle PMI. Fino al 2019, ho ricoperto la posizione di Trade Manager presso la Camera di Commercio Italiana di Melbourne. Attualmente collaboro con Azeta Group, una società di consulenza e di project engineering attiva nel settore ferroviario e delle infrastrutture.

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