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    Riformare l’ONU? L’Italia è in prima linea

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    Lo scorso 16 Maggio la Farnesina, sede del Ministero degli Esteri, ha ospitato un grande convegno al quale hanno partecipato 120  paesi membri delle Nazioni Unite con l’obiettivo di fare un altro passo in avanti rispetto alla proposta alternativa a quella mossa, nel febbraio 2009, dal cosiddetto G-4 (Giappone, Germania, India e Brasile) che vorrebbe l’allargamento dei seggi permanenti, all’interno del Consiglio di Sicurezza, proprio a favore di questi paesi. In questo contesto, l’Italia continua a giocare un ruolo importante che, storicamente la vede leader di quei paesi che sono stati (e restano) fortemente contrari alla proposta.

    UN ORGANO OBSOLETO – Il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite viene spesso considerato come un’istituzione ormai poco rappresentativa e scarsamente efficiente sotto il profilo della “gestione” della sicurezza internazionale. L’unico ampliamento di questo apparato risale al 1963, quando i seggi non-permanenti furono portati da 6 a 10. Da allora, non solo molti paesi in via di sviluppo sono diventati grandi economie (India, Brasile, ecc.) ma hanno cominciato a rivestire un ruolo politico di primo piano. Inoltre, dagli anni ’90, con la fine della Guerra Fredda (che non permetteva un corretto funzionamento del sistema ONU a causa di ovvii problemi di carattere politico e militare) il CdS ha visto un rilancio della sua importanza nella gestione di differenti conflitti (Cambogia, Iraq, Angola, Libia, ecc.).

    L’attuale tendenza alla multi-polarizzazione del sistema internazionale rende sempre più urgente quindi una riforma strutturale di tale organo. Le proposte avanzate in questa direzione sono state spesso oggetto di aspri conflitti (tra gli Stati membri) in sede diplomatica e si sono gradualmente arenate a vantaggio di uno status quo  che  sembra tutt’ora apparentemente immodificabile. Ne sono esempi i vari summit tenutisi tra il 2003 e il 2008 (sotto la spinta dell’allora Segretario Generale Kofi Annan), nei quali nessun modello di allargamento ha prevalso sugli altri.

    L’EQUA RAPPRESENTANZA – Il principale argomento di divisione tra gli Stati Membri riguarda precisamente il principio di rappresentanza all’interno del più importante organo in sede ONU che imporrebbe un allargamento del Consiglio e una revisione del potere di veto dei cinque membri permanenti. Durante i negoziati del febbraio 2009 si scontrarono tre differenti approcci:

    G4 – India, Brasile, Giappone e Germania – i quali spingono ormai da anni per ottenere il ruolo di membri permanenti nel CdS (essendo tra i maggiori contributori dell’intera organizzazione);

    Unione Africana – con circa 40 membri guidata da Nigeria, Sudafrica ed Egitto – contrari al veto dei cosiddetti Big 5 (Stati Uniti, Cina, Russia, Francia e Regno Unito) , e ansiosi di ottenere una migliore rappresentanza, visto il loro cospicuo numero;

    Uniting for Consensus” – quasi 70 paesi con Italia, Spagna, Cina, Pakistan, Canada – particolarmente attenti ai paesi emergenti e gli stati più piccoli, fortemente contrari alla creazioni di nuovi seggi permanenti e al potere di veto, ma particolarmente favorevoli ad un allargamento su base regionale. Quest’ultimo gruppo, fondato nel 1995 da Italia, Pakistan, Messico ed Egitto (e chiamato Coffee Club), ha conosciuto un forte allargamento nel corso degli anni e, lo scorso summit di Roma ne è una dimostrazione.

    Sebbene tra gli obiettivi delle varie coalizioni ci sia quello di creare un meccanismo più  democratico e coerente con l’attuale situazione internazionale all’interno del Consiglio di Sicurezza, esiste, da parte di ciascuna di queste, un chiaro interesse di carattere politico. In particolare, tra i più accesi sostenitori della Uniting for Consensus figurano: Argentina, Colombia e Messico – che si oppongono al seggio per il Brasile; Italia, Olanda e Spagna – che preferirebbero un seggio per la UE piuttosto che per la Germania; Cina e Corea del Sud – che si oppongono all’ingresso del Giappone tra i membri permanenti; e infine il Pakistan (e ancora la Cina) contrario al seggio per l'India. Come ricorda infatti l’ambasciatore Ragaglini (intervistato da Repubblica): “Le alleanze si costruiscono intorno alle individualità: ciascuno insegue ovviamente i propri interessi".

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    ROMA IN POLE POSITION – La proposta che pone l’Italia al centro della “battaglia” in sede ONU, è stata puntualmente ribadita dal Ministro Frattini durante i lavori del summit 'Global Governance and Security Council Reform' ospitati dalla Farnesina proprio nei giorni scorsi: "Siamo contrari ad un aumento puro e semplice di seggi permanenti" – ha affermato il ministro. L’attuale proposta di Uniting for Consensus prevede infatti l’allargamento dei membri da 15 a 25 con un mandato più lungo (3-5 anni) che dovrebbe garantire un miglioramento della rappresentatività nel Consiglio di Sicurezza. Lo stesso Ministro Frattini, riguardo poi alla questione del seggio unico per l’Unione Europea, ha affermato: “se pensiamo all'Europa, vogliamo il seggio unico al Consiglio di Sicurezza", altrimenti "parliamo di Europa che parla con una voce unica e poi litighiamo tra noi e la Germania per chi debba avere il seggio permanete. Questo non può accadere".

    Nel frattempo, anche se durante il summit di lunedì scorso non è stata approvata nessuna bozza di risoluzione da presentare all’Assemblea Generale, la maggior parte degli Stati presenti, e soprattutto, il Presidente dell’Assemblea stessa, Joseph Deiss, si sono detti particolarmente soddisfatti dei lavori ed hanno sottolineato l’impegno dimostrato dalla diplomazia italiana verso una gestione più democratica degli affari internazionali.

    Paolo Iancale

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