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    Confini inamovibili… oppure no?

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    Le recenti questioni mediorientali hanno riproposto il problema della soluzione a due stati per Israele e Palestina e in particolare del problema dei confini. E’ davvero possibile tornare ai confini del 1967 con una situazione strategica e demografica che ha subito oltre quarant’anni di modifiche?

     

    DIETRO LA FACCIATA – Nella questione israelo-palestinese è importante guardare al di là delle singole dichiarazioni diplomatiche perché spesso sono tarate apposta per non compromettere mai nessuna delle parti anzitempo. Il Presidente USA Obama ha affermato che i futuri confini dovranno essere basati su quelli del 1967, ma non ha affermato che dovranno essere quelli del 1967. In tal modo, egli ha probabilmente fatto intendere di essere fortemente interessato a una soluzione a due Stati, ma senza ignorare le differenti condizioni esistenti ora rispetto a quaranta anni fa. Non sorprende dunque che tale dichiarazione abbia incontrato le critiche sia dei nazionalisti israeliani che si oppongono alla soluzione a due stati – o comunque ad abbandonare il controllo di vaste parti della West Bank – sia di parte dei Palestinesi più oltranzisti che hanno comunque richiesto il ritorno ai confini del 1967.

     

    ESIGENZE – Da parte israeliana si è rimarcato da più parti la debolezza strategica intrinseca dei vecchi confini, che pur essendo reale rispecchia una visione strategica ora tendenzialmente superata. Israele è una striscia di terra lunga e sottile dove si incunea la West Bank, ovvero il territorio che rimase sotto controllo della Giordania dopo l’Indipendenza di Israele e successivamente visto come la base per il futuro stato Palestinese. Fino agli anni ’60 questa situazione geografica comportava la vicinanza delle città e delle regioni produttive e maggiormente abitate d’Israele al nemico (Egitto, Siria e parzialmente Giordania) e alle sue forze armate, in particolare artiglieria e carri armati, portando dunque Israele a definire una dottrina strategica basata sul portare per prima la guerra nel territorio del nemico in caso di crisi.

     

    Dopo il 1967 Israele ha potuto godere di “zone cuscinetto” (il Sinai, il Golan, la West Bank) che hanno allontanato la minaccia avversaria dalle proprie aree vitali. Proprio la guerra del 1973 ha mostrato l’importanza di tale profondità strategica (nel senso di spazio geografico profondo nel quale poter ripiegare senza mettere a repentaglio la propria esistenza) permettendo di fermare l’avanzata Egiziana nel Sinai e quella Siriana nel Golan. La restituzione del Sinai all’Egitto ha del resto rispettato tale esigenza: la demilitarizzazione della penisola infatti consente a Israele di avere comunque un considerevole cuscinetto che nel caso permette alle IDF di reagire ad eventuali ostilità prima che si arrivi in territorio Israeliano.

     

    Per questo motivo gran parte della “vecchia guardia” nazionalista vede di cattivo occhio un’eventuale cessione dei territori occupati nella Guerra dei 6 Giorni: ai loro occhi equivarrebbe al ritorno a una situazione di grande vulnerabilità. Eppure le situazioni strategiche e tattiche sono variate notevolmente.

     

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    SITUAZIONE ATTUALE – L’impiego di razzi e missili a gittata sempre maggiore rende meno rilevante la posizione esatta dei confini; in particolare l’andamento dello sviluppo degli armamenti potrebbe arrivare ad annullare l’importanza della distanza. Ashkelon e Haifa sono già entro il raggio d’azione di missili provenienti da Gaza o Libano, e si prevede Tel Aviv (il punto più interno) possa diventare un bersaglio realistico entro pochi anni già con i confini attuali. L’altro elemento di rischio, ovvero l’infiltrazione di cellule terroristiche, è di per se stesso non influenzato dalla posizione dei confini (lo è invece dalla loro sorveglianza, che però è un altro discorso).

     

    I VERI PROBLEMI – Non è dunque l’aspetto strategico quello determinante per la questione dei confini, mentre lo sono altri due elementi:

     

    1) la possibilità per Israele di operare nella West Bank a propria discrezione per dare la caccia a miliziani ostili; per quanto si stia progressivamente apprezzando l’operato delle forze di sicurezza palestinesi, con le quali una collaborazione è possibile, gli Israeliani temono che una riduzione operativa comporti maggiore attività terroristica.

     

    2) la questione delle colonie. Non appare realistico un ritorno ai confini del 1967 tal quali proprio per l’esistenza di centri abitati anche di rilevante estensione. L’eliminazione di tante piccole colonie illegali da poche decine o centinaia di abitanti può anche essere considerato fattibile, ma alcune sono diventate vere e proprie cittadine anche da 50-80.000 abitanti e non è pensabile lo spostamento di forza di tali masse di persone, con il rischio di causare violenze – se non una vera e propria guerra civile – ancora più grandi, elemento spesso non considerato dai promotori di una loro eliminazione tout court. Del resto entrambe le parti devono mostrare una facciata dura per non deludere la propria opinione interna, ma per entrambe è sempre stata chiara la necessità di un accordo che veda la modifica dei confini del ’67 per adeguarsi almeno parzialmente alla modificata situazione demografica, con la proposta di un land swap, uno scambio, come possibile soluzione. Il fatto che i movimenti di coloni e ultraortodossi spingano per una maggiore immigrazione nella West Bank così da spostare ulteriormente la bilancia demografica rende importante proseguire i negoziati prima possibile, ma allo stesso tempo, anche da parte palestinese, l’attaccamento ai confini del 1967 senza modifiche appare una strategia irrealistica.

     

    GEOSTRATEGIA – Dal punto di vista geostrategico invece per Israele la necessità di sicurezza non si basa su un particolare tracciato di confini ma sulla definizione di una strategia globale – militare, politica e diplomatica – che riconosca la differenza della situazione attuale da quella passata, e operi senza congelarsi su posizioni preesistenti superate dagli eventi. Nonostante i successi del muro di separazione nel ridurre gli attentati, Israele non può concedersi il lusso di trasformarsi semplicemente in uno stato-fortezza, perché la storia ha dimostrato (limes romano fortificato, Grande Muraglia cinese) che tale strategia da sola non è vincente nel lungo periodo se si ignorano le realtà all’esterno. In questo deve ritrovare la capacità di adattamento dei suoi primi decenni.

     

    Lorenzo Nannetti

    Nato a Bologna nel 1979, appassionato di storia militare e wargames fin da bambino, scrivo di Medio Oriente, Migrazioni, NATO, Affari Militari e Sicurezza Energetica per il Caffè Geopolitico, dove sono Senior Analyst e Responsabile Scientifico, cercando di spiegare che non si tratta solo di giocare con i soldatini. E dire che mi interesso pure di risoluzione dei conflitti… Per questo ho collaborato per oltre 6 anni con Wikistrat, network di analisti internazionali impegnato a svolgere simulazioni di geopolitica e relazioni internazionali per governi esteri, nella speranza prima o poi imparino a gestire meglio quello che succede nel mondo. Ora lo faccio anche col Caffè dove, oltre ai miei articoli, curo attività di formazione, conferenze e workshop su questi stessi temi.

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