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    Il cambio di rotta: verso la Germania

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    L’analisi della proiezione internazionale dell’Italia tra le due guerre mondiali non può prescindere dalla particolare condizione politica interna costituita dall’inizio della dittatura fascista. Il periodo dittatoriale condizionò inevitabilmente le direttive di politica estera, determinando le alleanze verso la II Guerra Mondiale (parte I)

     

    Parte I – Leggi qui la parte II

     

    L’ITALIA NELL’IMMEDIATO DOPOGUERRA – I trattati di pace che chiusero la I Guerra Mondiale furono considerati penalizzanti per l’Italia da opinione pubblica e governo. Il mito della “vittoria mutilata” nasceva dal fatto che all’Italia non erano stati riconosciuti i territori in Africa e nel Mediterraneo orientale che le erano stati promessi nell’accordo di Londra del 1915. L’altra sfida derivava dalla scomparsa dell’impero Asburgico e del conseguente vuoto di potere che si veniva a creare nell’Europa Danubiana e nei Balcani (dove aveva visto la luce il nuovo stato di Jugoslavia). Altre direttrici che definivano la mappa strategica di espansione italiana erano l’ambizione coloniale in Africa e il tradizionale ruolo nel Mediterraneo.

     

    LO SCACCHIERE DELLE ALLEANZE – L’imposizione dell’influenza italiana nella sponda orientale dell’Adriatico per il predominio sulle rotte commerciali diventava, dunque, una primaria direttrice di sviluppo e la poneva in evidente contrapposizione con Germania, Jugoslavia e Grecia. Per quanto riguarda invece il rapporto con le altre grandi potenze europee, con la Francia vi erano contrasti per la definizione delle sfere di influenza nell’Europa danubiana, nel Mediterraneo e, in parte minore, in Nord Africa. In questo scenario, l’Inghilterra diveniva il vero ago della bilancia per quanto riguardava le aspirazioni italiane e già dopo la fine della guerra il governo Facta si rivolse, senza successo, proprio alla Gran Bretagna per veder soddisfatte le proprie rivendicazioni nell’Egeo (Isole del Dodecanneso) e in Africa (il territorio del Giuba). Per il resto Roma intratteneva ottimi rapporti con Austria e Ungheria e dopo alcune iniziali difficoltà strinse una stretta intesa con l’Albania.

     

    L’ARRIVO AL POTERE DEL DUCE – Arrivato al potere, Mussolini fu da subito molto attento alla politica estera perché costituiva il mezzo ideale per incanalare l’attenzione domestica verso l’esterno del paese, riducendo l’interesse per le questioni interne. Nei primi anni di governo le relazioni con la Gran Bretagna furono cordiali, soprattutto grazie ai buoni rapporti con l’ambasciatore a Roma Sir Ronald Graham e al capo del Foreign Office Austen Chamberlain permettendo di ottenere le concessioni precedentemente mancate. Inoltre sotto l’ombrello dei buoni uffici con la corona britannica l’Italia perseguì i proprio propositi di espansione nei Balcani ponendo definitivamente l’Albania sotto il proprio controllo grazie al secondo Trattato di Amicizia del 1926 (fondamentale per gli interessi italiani poiché, nell’ottica del predominio sull’Adriatico, limitava l’espansione di Jugoslavia a nord e Grecia a sud). Nella zona danubiana l’Italia si costruì un ruolo importante come partner commerciale per l’Austria e l’Ungheria, riuscendo ad esercitarvi anche una forte influenza politica. Soprattutto nel caso di Vienna, l’Italia si era fatta garante della sua indipendenza e attraverso agli stretti rapporti intrattenuti con il premier Dollfuss e all’appoggio dato ai nazionalisti di Stahremberg si poteva tranquillamente considerare il paese nell’orbita di Roma.

     

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    DAL 1929 ALL’ASCESA DI HITLER. IL GERME DEL CAMBIAMENTO – Gli anni a cavallo del decennio furono segnati dallo scoppio della grave crisi economica made U.S.A nel ’29 che si abbatté con suoi echi nefasti sul quadrante europeo due anni più tardi rivelandosi foriera di grandi cambiamenti politici. Questo fu vero soprattutto nel caso della Gran Bretagna che nel tentativo di contrastare la crisi seguì l’esempio statunitense ripiegando su se stessa e limitando il proprio interesse e i propri interventi sul continente. In chiave Italia, i rapporti con l’Inghilterra avevano già conosciuto un raffreddamento con la salita al governo dei conservatori e l’avvicendamento al Foreign Office di Chamberlain con Arthur Henderson.

     

    L’ARRIVO AL POTERE DI HITLER – Con l’avvento al potere del Nazismo e l’ipotesi di una Germania di nuovo forte militarmente e influente politicamente si prospettava un grande ostacolo all’espansione italiana in Europa centrale e nei Balcani. Il rischio di perdere posizioni strategiche era più imminente nel caso dell’Austria, naturale zona di influenza tedesca non fosse altro per la vicinanza linguistica e culturale tra i due popoli. Mussolini fu quindi da subito avverso ad Hitler e desideroso di limitare sul nascere la belligerante rinascita tedesca. Tuttavia, gli stessi sentimenti non erano condivisi dall’Inghilterra che, come detto, aveva cambiato il suo orientamento riguardo l’intervento nelle questioni continentali e al momento non vedeva direttamente e immediatamente minacciati i propri interessi. Sull’altro versante, le mutate condizioni dello scenario europeo ponevano le basi per un riavvicinamento con la Francia proprio in funzione anti-tedesca.

     

    LE MANOVRE ITALIANE PER UN FRONTE ANTI-TEDESCO – Mussolini si mosse da subito per cercare di arginare la nuova Germania nazista adoperandosi per la costruzione di un fronte comune Anglo-Franco-Italiano capace di tenere sotto controllo Hitler mantenendo vivi gli interessi italiani in Europa orientale. La prima iniziativa fu quella di proporre la creazione di direttorio formato dalle 4 grandi nazioni d’Europa per dirimere di concerto le questioni di rilevanza continentale e coloniali. Questo era la via, secondo Mussolini, di soddisfare le inevitabili rivendicazioni che sarebbero state poste dalla Germania mantenendola però legata agli altri tre paesi e quindi sotto controllo. Nell’ottica Italiana, l’elemento decisivo doveva essere la possibilità di trovare soluzioni anche attraverso la modifica dei trattati di pace (ottenendo anche modifiche territoriali ad est in Croazia a danno della Jugoslavia). L’idea però suscitò le rimostranze di vari stati e l’intera proposta venne convertita in un mero patto di collaborazione per il mantenimento della pace tra varie nazioni. La convenzione, così configurata, non fu mai ratificata ma Italia e Francia trovarono una rilevante convergenza di interessi in funzione anti-tedesca suggellata negli accordi di Roma (l’Italia rinunciava ad ogni rivendicazione in Tunisia in cambio di alcuni territori in Africa). In seguito, sull’onda degli ulteriori timori suscitati dal riarmo e dalla reintroduzione della leva obbligatoria in Germania, si consumò a Stresa un nuovo tentativo per la costruzione di un blocco comune anti-tedesco. Questa volta fu la ritrosia inglese ad impegnarsi in una alleanza militare a limitare decisamente l’impatto dell’accordo.

     

    In generale, l’interesse italiano a fermare quella che veniva vista (e si manifesterà) come una nuova minaccia tedesca dovette fare i conti con gli interessi degli altri paesi, meno decisi a variazioni sostanziali dello status quo. La progressiva freddezza e poi ostilità dei governi britannico e francese, forse spaventati dalla natura dittatoriale del fascismo, contribuì a quell’inversione di alleanze che porterà Mussolini a non opporsi più a Hitler, bensì ad appoggiarlo.

     

    Cristiano Proietti

    Redazione
    Redazionehttps://ilcaffegeopolitico.net

    Il Caffè Geopolitico è una Associazione di Promozione Sociale. Dal 2009 parliamo di politica internazionale, per diffondere una conoscenza accessibile e aggiornata delle dinamiche geopolitiche che segnano il mondo che ci circonda.

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