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    Il cambio di rotta: verso la Germania – parte II

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    Parte II – Le mire espansionistiche italiane determinarono un graduale allontanamento del nostro paese da Francia e Regno Unito, con la inevitabile conseguenza di un avvicinamento sempre maggiore alla Germania hitleriana. Questo cambio di rotta non fu però accompagnato da una chiara strategia e comportò una graduale perdita di posizione italiana rispetto alle posizioni tedesche, che finirono per prevalere, determinando di fatto le più importanti decisioni italiane

     

    Parte II (leggi qui la parte I)

     

    LA QUESTIONE ETIOPICA – Nell’ottobre del 1935 Mussolini considerò che i buoni rapporti sviluppati con la Francia e il generale sentimento di appeasement degli inglesi costituissero condizioni proficue per iniziare la guerra contro il Negus Hailè Selassiè. La conquista etiopica aveva una molteplice valenza poiché rappresentava per l’Italia povera di risorse prime un buon bacino da cui approvvigionarsi, inoltre forniva l’opportunità di sviluppare ulteriormente i propri commerci realizzando la continuità territoriale tra le colonie. Altro elemento da considerare era la valenza politica, la conquista d’Etiopia si traduceva non solo nel riscatto dalla umiliante sconfitta di Adua del 1896 ma permetteva all’Italia di avere il suo impero coloniale e conquistare definitivamente rango di potenza internazionale. Ad onor del vero, tra le motivazioni si deve anche menzionare il desiderio di sfogare in Africa le ambizioni frustrate nella zona del Danubio e l’esigenza di giustificare al popolo le ingenti spese militari sostenute.

     

    TRA STRESA E LA GERMANIA – Nelle strategie italiane, la conquista di un ruolo di rilievo in Europa non doveva portare alla rottura col fronte anglo-francese. Al contrario, Mussolini era persuaso di poter acquisire il suo “posto al sole” e allo stesso tempo mantenere intatto il fronte di Stresa. Al momento era la Francia, sempre più preoccupata dal riarmo tedesco, ad essere l’interlocutore privilegiato, mentre il governo britannico, ispirato dal sentimento popolare pacifista e anti-fascista, era più distante. Tuttavia, la volontà delle parti di non rompere il fronte era testimoniata dai continui contatti per trovare una soluzione diplomatica. Nel dicembre del ’35, la soluzione diplomatica sembrava esser stata raggiunta grazie all’Accordo Hoare-Laval, ben accolto da Mussolini. L’accordo prevedeva l’interruzione della guerra e il passaggio sotto gestione italiana di gran parte del territorio Etiopico mascherato dietro una sorta di protettorato sotto l’egida della Società delle Nazioni (SdN). L’intesa dovette essere però ritirata dopo che, divenuta a mezzo stampa di dominio pubblico, suscitò soprattutto in Inghilterra forti protesti e indignazione popolare. La denuncia dell’accordo determinò uno strappo determinante e avviò lo sfaldamento del fronte di Stresa con le successive prime aperture di Mussolini verso Hitler.

     

    GLI ULTIMI TENTATIVI DI RICOSTRUZIONE DEL FRONTE – Una volta vinta la guerra in Africa nel maggio del ’36, Mussolini tentò di riallacciare la vecchia intesa con l’Inghilterra, segno evidente di quanto la contrapposizione di interessi con la Germania e la diffidenza verso Hitler poneva il nostro paese ancora dalla parte delle due grandi democrazie europee. Il primo passo fu una nota del 28 marzo indirizzata all’ambasciatore francese a Roma in cui si auspicava il ripristino del fronte comune. Soprattutto dopo la rioccupazione tedesca della Renania, la Francia era più che mai ben disposta al riavvicinamento mentre ben diversa era la posizione dell’Inghilterra. Qui, il forte sentimento antifascista della popolazione unita all’avversione di alcuni elementi del governo e la questione ancora in piedi delle sanzioni di guerra rendeva difficile il processo di riavvicinamento. Mussolini tentò di riguadagnare l’appoggio inglese attraverso il lavoro e i contatti dell’ambasciatore a Londra Dino Grandi con influenti esponenti del parlamento inglese (Churchill su tutti) e attraverso concilianti messaggi fatti apparire sui quotidiani britannici. Molti esponenti del Foreign Office (Wigram, Vansittart Stanhope e l’ambasciatore a Berlino Phipps) caldeggiavano il riavvicinamento all’Italia, non però il capo degli esteri Eden ancora deciso (vanamente) a privare l’Italia dei frutti della conquista in Africa attraverso lo strumento delle sanzioni. I tentativi sembravano aver dato i frutti sperati quando il 17 giugno il consiglio di gabinetto britannico approvò l’annullamento delle sanzioni. Ma il 1° luglio alla SdN in seno alle discussioni per la cessazione delle sanzioni Eden pronunciò un discorso dai toni anti-italiani in cui si deplorava il gesto italiano e si invitavano i paesi in assemblea ad astenersi dal riconoscimento della conquista italiana. In un momento in cui sembrava possibile il ritorno alla vecchia amicizia, le parole di Eden segnarono un solco decisivo nelle relazioni tra i due paesi.

     

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    LA GUERRA CIVILE SPAGNOLA – Venuto definitivamente meno l’appoggio inglese nelle questioni internazionali e soggiunta l’impraticabilità dell’espansione ad est, l’Italia vide nella guerra civile spagnola una buona chance per aprire nuovi fronti di espansione. Difatti, porre in Spagna la propria influenza e magari acquisire una base navale in Marocco avrebbe posto l’Italia in posizione di vantaggio a scapito della Gran Bretagna e soprattutto della Francia per il dominio del Mediterraneo. L’inevitabile diretta conseguenza della nuova direttrice di sviluppo italiana in contrapposizione con gli interessi anglo-francesi fu un nuovo e più deciso avvicinamento ad Hitler. Si delinearono, dunque, le premesse per la nascita del così detto Asse Roma-Berlino scaturito dagli incontri di ottobre tra Ciano e Von Neurath e sanciti dal discorso del 1° Novembre che Mussolini tenne in Piazza del Duomo a Milano. Nel discorso Mussolini fece spesso riferimenti all’importanza che il Mediterraneo aveva per l’Italia non facendo mai riferimenti alla zona danubiana e balcanica. La Germania diveniva così l’unico possibile alleato con la conseguente necessaria rinuncia ad ogni interesse in Europa orientale e alla difesa dell’Austria.

     

    IL 1937 E I TENTATIVI DI RIAVVICINAMENTO ANGLO-ITALIANO – Mussolini non era ancora del tutto convinto della bontà dell’alleanza con la Germania e l’anschluss avvenuto senza preavviso aveva irritato non poco i vertici del governo italiano. Questi avvenimenti insieme all’avvicendamento di Eden con Halifax al Foreign Office favorirono il riavvicinamento con l’Inghilterra sfociato nell’intesa sugli otto punti dell’accordo di Pasqua (Aprile 1938). Tuttavia, il riavvicinamento non riuscì dato che oramai la storia e il mutamento delle aree di interesse avevano tracciato una certa distanza tra le due potenze e le relazioni erano comunque caratterizzate da una evidente diffidenza. Inoltre, gli inglesi premevano per la firma di un analogo gentlemen’s agreement tra Francia e Italia al momento impraticabile alla luce degli ultimi orientamenti italiani che consideravano la Francia come la nazione su cui rifarsi per ottenere nuove conquiste (lo slogan che risuonava nella Camera dei Fasci e delle Corporazioni era: Gibuti, Tunisi e la Corsica). Nel contempo l’Italia, muovendosi su più fronti, aveva aderito al Patto Anti-Komintern con Germania e Giappone e aveva aggredito militarmente l’Albania che di fatto era già sotto influenza italiana. Questo gesto nevrotico e dalla dubbia utilità unito alle esitazioni sulle “scelte di campo” denotava una certa perdita di equilibrio e lungimiranza finendo per perseguire risultati a corto impatto e difficilmente inseribili in un organico progetto di espansione commerciale e politica.

     

    IL PATTO D’ACCIAIO E L’ENTRATA IN GUERRA – Nel 1939 l’Europa viveva la consapevolezza che la guerra era ormai alle porte per cui anche le scelte di campo e le alleanze si andavano consolidando. Francia ed Inghilterra avevano approfondito i loro legami, la Germania premeva per tramutare il Patto anti-Komintern in un alleanza militare. Il governo italiano titubava, rendendosi conto che non si era pronti ad entrare in guerra e non lo si sarebbe stata prima del ’43, ossia il tempo necessario per pacificare i territori assoggettati, ammodernare l’artiglieria e costruire nuove corazzate. Inoltre, c’era preoccupazione per l’Alto Adige divenuto italiano nel 1920 ma popolato in gran parte da germanofoni. Due elementi furono però fondamentali per la stipula dell’alleanza. L’Italia a causa delle ultime vicende era rimasta isolata senza molte alternative all’alleanza con la Germania, inoltre Mussolini si era illuso che la politica di accodamento alla politica hitleriana poteva dare grandi frutti in termini di conquiste territoriali a seguito dall’impatto che la forza militare tedesca avrebbe avuto in Europa. La conseguenza fu la firma dell’Italia di una patto offensivo redatto in gran parte dai tedeschi e che era in tutto e per tutto espressione della loro volontà. Particolarmente scomodo e compromettente per l’Italia fu l’art. 3 del così detto “Patto d’Acciaio” che obbligava l’Italia ad entrare in guerra accanto alla Germania qualora questa fosse stata coinvolta in complicazioni belliche. Il trattato aveva evidentemente posto l’Italia alle dipendenze della Germania e condannato gli italiani ad entrare frettolosamente ed impreparati in una guerra i cui obiettivi di espansione nel mediterraneo e in Africa erano evidentemente mal ponderati e mal commisurati alla reale capacità italiana e ai rapporti di forza con la Germania.

     

    Cristiano Proietti

    Redazione
    Redazionehttps://ilcaffegeopolitico.net

    Il Caffè Geopolitico è una Associazione di Promozione Sociale. Dal 2009 parliamo di politica internazionale, per diffondere una conoscenza accessibile e aggiornata delle dinamiche geopolitiche che segnano il mondo che ci circonda.

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