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sabato 18 Settembre 2021

Storia di una minoranza: i musulmani di Francia

In breve

  • La minoranza musulmana francese è la più numerosa d’Europa. Nonostante si sia integrata da tempo nel Paese, è ancora frequentemente soggetta a stigmatizzazioni e discriminazioni.
  • Il dibattito sul tema dell’hate speech contro i musulmani di Francia, accompagnato dalla violenza jihadista degli scorsi anni, ha rafforzato le polarizzazioni, sfaldando sempre di più il tessuto sociale francese, che ad oggi risulta essere ancora più frammentato.
  • Il controverso discorso del Presidente Macron sul separatismo dello scorso ottobre ha portato a nuove polarizzazioni sociali, suscitando diverse critiche sia dalle comunità musulmane che dall’establishment intellettuale francese.
  • È necessario che a livello francese ed europeo si dialoghi maggiormente su temi delicati quale quello delle minoranze, dando spazio alle diverse anime religiose, dalle più progressiste alle più ortodosse e conservatrici, per rafforzare il tessuto sociale europeo.

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Analisi – Lo scorso autunno, in seguito all’efferata uccisione in Francia di Samuel Paty, il Presidente Macron ha nuovamente affrontato il tema di quello che è stato definito come “separatismo islamico”. In questa analisi cerchiamo di fornire una breve panoramica sui musulmani di Francia e sulle delicate sfide a cui la Repubblica è sottoposta.

LA MINORANZA MUSULMANA IN FRANCIA

La minoranza musulmana più numerosa d’Europa è quella francese (stimata tra il 7-9% della popolazione nazionale). La presenza di un numero consistente di musulmani in Francia risale all’epoca coloniale, quando Parigi deteneva colonie e protettorati su scala globale che hanno visto una migrazione di massa, soprattutto dal Nord Africa e dall’Africa subsahariana.
La minoranza musulmana in Francia è variegata e ha trovato modi diversi per integrarsi all’interno della Repubblica. È stato però osservato che una fetta cospicua risulta soggetta a stigmatizzazioni e discriminazioni di varia natura, che in contesti depauperati e dalle possibilità limitate hanno due principali conseguenze: rafforzano il senso di ineluttabile destino a un ruolo marginale nella società – che nei casi peggiori si concretizza nella criminalità – e amplificano lo stigma negativo su questa popolazione. Tali meccanismi sono ben analizzati anche da importanti esponenti dell’accademia francese e internazionale come Silverstein, Wolfreys, Guénif-Souilamas, che decostruiscono ed evidenziano in modo critico le pesanti discriminazioni che questa minoranza subisce all’interno della Repubblica, combinate alla più recente e sempre più dura forbice economica e sociale che le riforme nel Paese hanno rafforzato. Da tempo gruppi di attivisti per i diritti umani si sono organizzati per far sì che i propri diritti vengano rispettati e soprattutto, a seguito dell’ondata di attacchi jihadisti su suolo europeo dal 2012, prevengano la stigmatizzazione dei fedeli come frange eversive e violente. Tra le organizzazioni più di spicco c’è il Collectif contre l’islamophobie en France (CCIF), che il 20 novembre è stato sciolto dal Governo francese. Tale atto ha preoccupato Amnesty International, che sostiene che il Governo non abbia fornito le dovute spiegazioni per la dissoluzione di un’associazione attiva dal 2003 nelle campagne di anti-razzismo e islamofobia nel Paese. Allo storico CCIF negli anni si sono aggiunte altre realtà come il Coordination contre le Racisme et l’Islamophobie (CRI) e il Comité de la Justice e liberté pour tous (CJL).

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Fig. 1 – Un ufficiale di polizia francese accanto a un ritratto dell’insegnante francese Samuel Paty in mostra sulla facciata dell’Opera Comedie a Montpellier il 21 ottobre 2020, durante un omaggio nazionale all’insegnante decapitato per aver mostrato cartoni animati del profeta Moametto in una sua lezione di educazione civica.

L’HATE SPEECH NEL CONTESTO FRANCESE E LA DIFESA DELLA LIBERTÀ D’ESPRESSIONE

Per affrontare la complessa e stratificata situazione in Francia partiamo da uno dei fattori più dibattuti, ovvero le vignette dell’ormai noto giornale satirico Charlie Hebdo e come questo dossier incroci la questione dell’hate speech.
In molti si sono domandati perché queste immagini rappresentino un punto dolente per la comunità musulmana. La spiegazione più teologica si rifà alla proibizione coranica in merito alla iconografia del divino. Nonostante nella storia, in più occasioni, ritroviamo delle rappresentazioni in ambito artistico di vario tipo, nel sentire comune di molti musulmani questa tradizione non è usuale ed è percepita come offensiva, a maggior ragione se l’intento è quello provocatorio della satira. Ad ogni modo molti musulmani francesi comprendono perfettamente e accettano il gusto pungente della satira anche se non di loro gradimento, altri però sostengono invece tocchi dei nervi scoperti e reiteri un’umiliazione sull’orlo dell’hate speech.
Nel contesto francese, in tal senso è utile considerare il principio della Laïcité dell’universalismo, ovvero quei valori di democrazia e libertà, considerati necessari e intesi in maniera univoca. La discussione su questo principio e sull’universalismo muove dall’accusa che tali tratti risultino poco inclusivi e dunque contraddittori con il principio stesso di libertà di espressione di cui si fanno portavoce. Tuttavia la moderazione della libertà d’espressione è una questione spinosa e problematica nella sua regolamentazione, poiché deve interfacciarsi con diverse sensibilità, bilanciando la possibilità di esprimere opinioni diverse. Questo principio è regolamentato in Francia per tutelare le minoranze spesso soggette a discriminazione, soprattutto quando si sfocia nel discorso d’odio, tramite le leggi ad hoc sul tema.
La minoranza musulmana ha più volte denunciato la presenza di quello che chiama un double-standard che spinge alcuni musulmani a sostenere di non essere tutelati nella prevenzione sui “discorsi d’odio”. Il dibattito sul tema, accompagnato dalla violenza jihadista degli scorsi anni, ha rafforzato le polarizzazioni sfaldando sempre di più il tessuto sociale francese, che ad oggi risulta essere ancora più frammentato.

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Fig. 2 – Alcune persone si radunano in Place de la Sorbonne a Parigi durante il tributo nazionale a Samuel Paty, l’insegnante assassinato il 21 ottobre 2020 a Parigi

IL DISCORSO DI MACRON SUL SEPARATISMO RELIGIOSO

È in questo panorama problematico che si aggiunge il discorso controverso del Presidente Macron sul separatismo dello scorso ottobre. In quell’occasione il Presidente auspicò la creazione di un “Islam dei lumi” concordato con l’establishment francese e in grado di essere assorbito all’interno dei “valori della Repubblica”. I toni hanno disordinatamente mischiato più piani e questioni, portando a nuove polarizzazioni, non ultima la scelta del termine separatismo, che in francese assume un tono particolarmente negativo.
Il discorso di Macron muove da delle preoccupazioni reali che sussistono sul suolo francese. La presenza di comunità musulmane con mire eversive è una realtà problematica che è cresciuta in maniera allarmante negli ultimi vent’anni. Le parole del Presidente hanno però avuto uno sviluppo contraddittorio, che ha destato critiche da parte di esponenti di spicco sia a livello francese che internazionale. La critica non muove tanto dalla negazione di una questione esistente e con cui la Repubblica deve fare i conti, ma piuttosto dai toni paternalistici. Inoltre il discorso di Macron risulta problematico perché inquadrato all’interno della lotta all’estremismo violento, che ha però toccato anche argomenti di dibattito decennale, come il velo della donne musulmane, ponendo l’accento sulla necessità di riformare l’Islam come prerequisito per combattere la violenza jihadista e creando dunque una connessione diretta tra Islam e terrorismo molto confusa nonché problematica.

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Fig. 3 – Manifestanti iracheni mostrano un poster di Emmanuel Macron durante una manifestazione contro il Presidente francese davanti all’ambasciata francese a Baghdad, il 26 ottobre 2020

UNA SOLUZIONE POLITICA SOSTENIBILE

Di certo il dossier francese sul tema non risulta di facile risoluzione. Se l’idea è quella di una soluzione politica sostenibile, gli approcci criminalizzanti nei confronti di una fede sono considerati tendenzialmente improduttivi. Dunque i piani tra sicurezza e terrorismo vis-à-vis libertà religiosa vanno separati per garantire una conversazione meno muscolare e più produttiva che eviti l’acuirsi delle polarizzazioni. È evidente che un dialogo tra fede e Stato in Occidente sia possibile, oltre che auspicabile, ma vanno meglio delineate le modalità.
In merito al tema islamico francese è necessario tenere a mente la problematicità delle frange eversive e la necessità urgente di contenerle. Al contempo potrebbe essere rilevante spostare su un approccio più inclusivo le questioni relative alle dinamiche di multiculturalismo e dialogo interreligioso, ampliandole alle diverse sensibilità presenti all’interno del Paese. In questo senso a livello europeo sono di estrema urgenza sociale dei dialoghi più strutturati, onestamente in grado di dare spazio alle diverse anime religiose, dalle più progressiste alle più ortodosse e conservatrici, benché non eversive e violente. L’obiettivo deve essere la creazione di una società davvero multi-culturale in cui le diverse pluralità possano avere spazio all’interno di equilibri che, per quanto complessi, siano sostenibili.

Giulia Macario

Immagine di copertina: “Rassemblement à Paris contre le racisme et les violences policières” by Jeanne Menjoulet is licensed under CC BY

Giulia Macario
Giulia Macario

Al momento sto terminando il research master IMARC in Criminologia Internazionale. Ho vissuto un anno ad Amman dove, oltre ad aver lasciato il cuore, ho lavorato all’ “Arab Institute for Security Studies” (ACSIS) e studiato arabo al Qasid. Ho conseguito nel 2018 il Master in Middle Eastern Studies (MIMES) a Milano. Mi interesso principalmente di movimenti salafiti-jihadisti e islam politico.

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