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domenica 19 Settembre 2021

La fatica di costruire la pace nella Repubblica democratica del Congo

In breve

  • La morte dell’ambasciatore italiano nella Repubblica democratica del Congo, Luca Attanasio, del carabiniere Vittorio Iacovacci e dell’autista Mustapha Milambo durante una missione umanitaria nella RDC riportano nel dibattito la necessità di lavorare per pacificare Paesi fondamentali al futuro del mondo.

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Editoriale L’ambasciatore italiano nella Repubblica democratica del Congo, Luca Attanasio, è stato ucciso con il carabiniere Vittorio Iacovacci e l’autista Mustapha Milambo durante una missione umanitaria nel Nord Kivu. Oggi più che mai è fondamentale conoscere la complessità del mondo per costruire la pace e il Paese centrafricano è un esempio terribile di dolore e speranza.

La Repubblica democratica del Congo non è un Paese per analisti improvvisati. Nessun luogo del mondo lo è, a essere sinceri, ma la RDC con i suoi 2,3 milioni di chilometri quadrati è un complesso intrico geopolitico che non può essere sbrigliato da osservatori casuali o da articoli che riportano in un mosaico scomposto un patchwork di fonti. Conoscere il panorama africano è fondamentale per il futuro dell’Italia, proprio nell’accezione più profonda e drammatica della sopravvivenza del nostro Paese nella scena internazionale.

L’ambasciatore Luca Attanasio, il carabiniere Vittorio Iacovacci e l’autista Mustapha Milambo, che sono stati uccisi mentre viaggiavano in un convoglio umanitario con il Programma alimentare mondiale, erano nella RDC proprio per oltrepassare alcune delle grandi muraglie che dividono il mondo, per tessere una rete di cooperazione, pace e sviluppo tramite la comunità internazionale e anche tramite l’Italia, che ha una grande storia di solidarietà internazionale, spesso a rischio per l’imbarbarimento del dibattito sugli esteri e per l’ingombro delle minuzie di palazzo. Migliaia di italiani in tutto il globo lavorano con ruoli e modalità diverse per migliorare la vita di milioni di persone, per fornire strumenti e per creare opportunità proprio là, laggiù, “a casa loro”, senza pietismo e senza paternalismo. Ieri l’Italia ha avuto testimonianza di che cosa sia quella “casa”. Per questo non possiamo permetterci dibattiti fugaci, sedicenti analisti distratti, generici esperti di Africa gettati allo sbaraglio – perché tanto il Continente è tutto nero.

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Fig. 1 – L’ambasciatore Luca Attanasio visita la comunità Malaika a Lubumbashi, nella RDC

Senza entrare nel merito delle indagini, sulle quali potremmo solo riportare fonti di seconda o terza mano, gli aspetti principali sui quali dovremmo riflettere sono due. Il primo è la situazione nella RDC, che nelle regioni orientali sta subendo un costante peggioramento. Il luogo dell’agguato, vicino a Goma, capitale del Nord Kivu, e in prossimità della riserva di Virunga, è costellato dalle basi di molti gruppi armati, di varia estrazione. È vero che esistono delle sigle ben precise e riconoscibili, ma non dobbiamo pensare al quadro dell’insorgenza in Africa come a una rete di singoli soggetti monolitici. Esiste un mondo magmatico e in continua evoluzione nel quale i vari gruppi si compenetrano, si confondono, si adattano alle circostanze, operando ora da mercenari, ora da bracconieri, ora da jihadisti. Le stesse dirigenze dei gruppi non sono compatte, come – per restare in ambito congolese – nel caso delle Allied Democratic Forces (ADF), che in parte hanno aderito allo Stato Islamico, costituendone la provincia Africa centrale (ISCAP), e in parte hanno mantenuto obiettivi locali. Il gruppo, responsabile nel solo 2020 di almeno 800 morti, opera sin da metà anni Novanta in Uganda, nella RDC e nella regione dei Grandi Laghi.

Il terrorismo islamico, tuttavia, non è l’unica minaccia nello scenario. Il Kivu settentrionale e meridionale, al confine con Uganda, Ruanda, Burundi e Tanzania (lungo il Lago Tanganica) è in uno stato costante di conflitto da decenni. Fu proprio nella città di Goma che nel 1998 partirono le prime scintille della Seconda Guerra del Congo (detta anche Grande Guerra Africana), che coinvolse formalmente 8 Paesi del Continente e che ancora non è del tutto risolta. Secondo alcune stime gli eventi bellici e i suoi strascichi avrebbero provocato almeno 5,5 milioni di morti e altrettanti sfollati. La guerra, che si è sovrapposta a tensioni e crisi già gravi, ha moltiplicato gli attori nella regione, che la MONUSCO (Missione ONU per la stabilizzazione nella RDC) ha stimato in oltre cento. Tra questi le Forze democratiche per la liberazione del Ruanda (FDLR), miliziani hutu coinvolti nel genocidio del 1994 e sostenuti dall’allora Presidente Laurent-Désiré Kabila contro Ruanda, Burundi e Uganda, intervenuti a loro volta a supporto dei tutsi del Kivu. Proprio le FDLR sono state accusate dal Governo di Kinshasa per l’attacco al convoglio dell’ambasciatore Attanasio. Nel Kivu agiscono poi le eterogenee milizie Mai-Mai dei signori della guerra, ma la regione è stata presa di mira in passato anche dal Lord’s Resistance Army di Joseph Kony, responsabile di oltre 100mila vittime e del rapimento di più di 50mila bambini. Il tutto mentre la RDC traversa una complessa crisi istituzionale, con il presidente Félix Tshisekedi, eletto nel 2018, che ha rotto l’alleanza di Governo con il partito del predecessore Joseph Kabila, ancora molto potente.

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Fig. 2 – Un’immagine da una miniera di coltan nella RDC

Al centro del conflitto nella RDC orientale, oltre alle rivendicazioni etniche e alle rivalità storiche, c’è la grande ricchezza del Paese, dalle risorse naturali (legno e avorio su tutte) a quelle minerarie (oro, petrolio, diamanti, cobalto e coltan). I gruppi armati e il Governo – le cui truppe regolari non sempre sono diverse dalla controparte – lottano per il controllo del Kivu tra uccisioni, stupri e rapimenti – uno dei principali business, – mentre gli attori stranieri, soprattutto europei, statunitensi, cinesi e giapponesi, colgono l’occasione per accaparrarsi quanto possibile, senza badare né ai diritti umani, né al rispetto dell’ecosistema.

In mezzo a scontri e giochi di potere restano milioni di persone in balìa della violenza, donne usate come campo di battaglia, – lo ha testimoniato con forza il premio Nobel per la Pace 2018 Denis Mukwege, – bambini schiavizzati e un ambiente naturale a rischio distruzione – centinaia i ranger uccisi dai bracconieri.

Ecco perché la comunità internazionale, Italia compresa, è nella RDC: per cercare di difendere l’umanità e la pace, a costo della propria vita. Questo – il secondo punto di riflessione – è il senso della solidarietà tra i popoli, del multilateralismo e della cooperazione, un percorso duro, difficile, mai scontato, nel quale spesso la forza armata deve precedere la diplomazia senza ipocrisie, proprio per permettere al dialogo, alla politica e al diritto di confermare il proprio predominio. La costruzione della libertà e della giustizia è un impegno coraggioso condotto di frequente in modo silenzioso, nel quotidiano, passo dopo passo, lontano dai proclami. Da parte nostra, però, il primo imperativo è conoscere la complessità del mondo, per affrontarla senza paura, consapevoli nelle azioni e nelle parole. Da ieri lo dobbiamo anche a Luca Attanasio, Vittorio Iacovacci e Mustapha Milambo.

Beniamino Franceschini

Photo by jorono is licensed under CC BY-NC-SA

Beniamino Franceschini
Beniamino Franceschini

Classe 1986, vivo sulla Costa degli Etruschi, in Toscana. Laureato in Studi Internazionali all’Università di Pisa, sono specializzato in geopolitica e marketing elettorale. Mi occupo come libero professionista di analisi politica (con focus sull’Africa subsahariana), formazione e consulenza aziendale. Sono vicepresidente del Caffè Geopolitico e coordinatore del desk Africa. Ho un gatto bianco e rosso chiamato Garibaldi.

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