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    Il punto sull’Ucraina

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    Il conflitto in Ucraina sembra allungarsi sempre più senza dare segno di una possibile soluzione. Ma come si è arrivati allo stato attuale delle cose? Nel corso di quest’estate sono avvenuti numerosi fatti degni di nota. Ripercorriamoli in 8 punti.

    1. UN INIZIO PACIFICO – L’Ucraina ha iniziato la propria estate con l’entrata in vigore di un cessate-il-fuoco unilaterale proclamato dal presidente Poroshenko. Costellata di violazioni, questa tregua unilaterale ha accompagnato i giorni di avvicinamento di Kiev a Bruxelles. Infatti, il 27 giugno, l’Ucraina ha siglato la parte economica dell’accordo di associazione, terminando il processo iniziato il 21 marzo precedente. Nel frattempo, il 23 giugno Obama e Putin hanno parlato dei passi necessari per portare alla pacificazione definitiva del Donbass, sottolineando l’importanza di porre termine alle azioni militari e di trovare una soluzione per l’assistenza umanitaria. Rassicurazione significativa da parte russa è stata l’abrogazione, avvenuta il 25 giugno, della risoluzione che conferiva al Presidente della Federazione la facoltà di impiegare forze russe sul territorio ucraino.

    2. GOVERNATIVI IN AVANZATA – Le speranze di sviluppi pacifici coltivati a fine giugno hanno avuto vita breve. Il cessate-il-fuoco unilaterale è stato concluso il primo luglio, lasciando il passo all’iniziativa delle forze di Kiev. I colloqui svolti a Berlino il 2 luglio tra Germania, Francia, Russia e Ucraina per cercare una nuova tregua si sono rivelati inconcludenti. I successi sul campo ottenuti da Kiev hanno indotto ad approfittare del momento, spingendo i ribelli a ricercare congiunture più favorevoli. Il 3 luglio Valery Heletey ha assunto l’incarico di ministro della Difesa del Governo di Kiev, mentre la Rada (il Parlamento ucraino) iniziava la discussione di una serie di misure volte alla decentralizzazione dell’assetto istituzionale, parte importante del piano di Poroshenko per la pacificazione del Paese. L’azione militare di Kiev raggiunge il suo apice quando il 5 luglio Slovyansk, città simbolo dell’insorgenza nell’Est e sino a quel momento il centro di maggiori dimensioni oggetto dell’offensiva, cade.

    Un 9K37 BUK M-1, sistema d'arma incriminato dell'abbattimento del jet malaysiano
    Un 9K37 BUK M-1, sistema d’arma incriminato dell’abbattimento del jet malese

    3. LE SANZIONI E L’MH-17 – Mentre i governativi avanzavano e i separatisti si ritiravano sempre più verso le proprie roccaforti, la tensione permaneva nei rapporti tra Mosca e i Paesi occidentali. A cominciare dal 10 luglio si sono delineate nuove sanzioni che l’Unione europea avrebbe potuto adottare, questa volta indirizzate soltanto a esponenti degli insorti ucraini ritenuti fautori del peggioramento della crisi. Il 12 luglio la lista degli individui bersagliati dalle sanzioni europee si è dunque allungata di 11 nominativi. Nei giorni successivi si sono verificati diversi scambi di accuse tra le Autorità ucraine e quelle russe: il 13 luglio la città russa di Donetsk (omonima di quella ucraina) viene colpita dall’artiglieria di Kiev, portando Lavrov ad affermare che la Russia agirà in modo da difendere il proprio territorio e la propria popolazione. Il 15 luglio, invece, sono morti in un attacco aereo 11 civili e i Governi dei due Stati si sono accusati a vicenda. Il giorno successivo Washington ha annunciato nuove sanzioni contro Mosca, rea di intransigenza nella gestione dei fatti ucraini. Ma l’evento destinato a far surriscaldare il clima tra i Paesi coinvolti nella vicenda è avvenuto il 17 luglio. In questa data il volo malaysiano MH-17 viene abbattuto in volo, causando la morte di 295 persone. Le dinamiche e le responsabilità non sono tuttora accertate, ma immediatamente i ribelli ucraini e il Cremlino attirano i principali sospetti. La tragedia consumatasi nei cieli ucraini ha dato uno scossone all’Europa, portando al superamento dell’avversione di certi Stati (leggasi Germania e Italia per esempio) all’ampliamento delle sanzioni contro la Federazione russa, che tuttavia arriveranno soltanto il 29 luglio unitamente ad altre misure statunitensi. La pressione sui ribelli cresceva e il 21 luglio si registravano scontri a Donetsk, mentre i primi corpi e le scatole nere lasciavano infine il sito di schianto dell’MH-17. È soprattutto in questa fase che le critiche alle milizie del Donbass sono forti, in relazione al comportamento che ostacola l’accesso al sito (il team dell’OSCE potrà visitare il luogo solo dal 31 luglio). Nei giorni seguenti si sono registrati episodi di fuoco d’artiglieria russa in sostegno alle forze separatiste, mentre aumentavano le accuse secondo le quali la Russia avesse cominciato a fornire armi sempre più pesanti agli insorti.

    4. KIEV VACILLA – Il 24 luglio le autorità di Kiev vacillavano. La Rada non aveva approvato una serie di misure volte a sbloccare ulteriori aiuti provenienti da FMI e Banca mondiale, decretando così la fine della coalizione di Governo. In conseguenza di ciò Yatsenyuk, Primo Ministro, rassegnava le proprie dimissioni, mentre la situazione finanziaria del Paese si faceva sempre più difficile. Il 28 luglio Yatsenyuk ha presentato al Parlamento un nuovo provvedimento con il quale stanziare un fondo di emergenza che finanzi lo sforzo bellico nell’Est. Il 31 luglio è stato approvato lo stanziamento e ciò ha consentito la continuazione delle operazioni. Nella stessa data la Rada rifiuta le dimissioni del Primo Ministro, ma questo voto non ha eliminato la necessità di trovare una nuova coalizione nel Parlamento.

    5. DI NUOVO ALL’ATTACCO – Il mese di agosto si apriva con le forze del Governo centrale nuovamente all’offensiva, intente a porre sotto assedio le principali roccaforti ribelli. Il 3 agosto Luhansk risultava quasi totalmente circondata, mentre Donetsk resisteva meglio. A Luhansk si registravano le prime avvisaglie di quella che poi sarà la crisi umanitaria che innescherà le vicende del convoglio umanitario russo. Secondo il ministro Heletey il territorio occupato dai separatisti era allora due volte e mezzo più piccolo rispetto a un mese prima. La Russia ha iniziato a concentrare le proprie truppe al confine intorno al 5 agosto, mentre il 7 agosto ha annunciato il proprio pacchetto di sanzioni sulle importazioni di generi alimentari da Stati Uniti, UE, Australia, Norvegia e Canada. Il 9 luglio anche Donetsk è stata circondata e i ribelli si vedono costretti a richiedere al Governo di Kiev un nuovo cessate-il-fuoco. La risposta è arrivata il giorno successivo ed è Poroshenko stesso a richiedere una resa dei separatisti, mostrandosi allo stesso tempo disponibile circa la questione degli aiuti umanitari, purché coordinati a livello internazionale.

    Un 2S1 Gvozdika, uno dei mezzi impiegati dagli insorti del Donbas; Wikimedia Commons
    Un 2S1 Gvozdika, uno dei mezzi impiegati dagli insorti del Donbass | Wikimedia Commons

    6. PRESENZA RUSSA – Con il deteriorarsi della situazione a scapito dei separatisti si sono fatte sempre più numerose le denunce di pesanti interferenze russe negli affari ucraini. Il 12 agosto sono iniziate le vicende del convoglio umanitario russo destinato a Luhansk, roccaforte ribelle circondata e afflitta da una precaria condizione umanitaria. Il convoglio è stato immediatamente oggetto di sospetti in quanto possibile “cavallo di Troia” per portare aiuti agli insorti, sospetti immediatamente rafforzati dal fatto che il convoglio abbia deviato dal tragitto stabilito in accordo con le Autorità ucraine. Il 15 agosto l’Ucraina hanno annunciato di aver distrutto larga parte di un convoglio di mezzi corazzati che ha sconfinato dalla Russia. Immediata la smentita russa, ma il giorno seguente, mentre gli assedi nel Donbass continuavano, sono stati i ribelli stessi ad affermare che stavano ricevendo sostanziali aiuti russi. L’offensiva di Kiev ha raggiunto il proprio culmine il 17 agosto. Ma già il giorno successivo, mentre a Berlino Germania, Francia, Russia e Ucraina cercavano una via per la soluzione della crisi, le milizie degli insorti (verosimilmente con l’appoggio di forze russe) hanno lanciato il proprio contrattacco. Il 20 agosto Angela Merkel è stata in visita a Kiev e, oltre a manifestare il proprio sostegno alle Istituzioni ucraine, ha portato anche un pacchetto di aiuti di 690 milioni di dollari, principalmente destinati alla ricostruzione della zona orientale del Paese. Nei giorni seguenti i sospetti della presenza di truppe russe al fianco dei ribelli hanno trovato prove inconfutabili, quali la cattura di paracadutisti russi. Infine, il 22 agosto, il convoglio umanitario russo supera il confine ucraino senza essere autorizzato e raggiunge Luhansk, rientrando poi in Russia il giorno seguente.

    7. OFFENSIVA RIBELLE – Dopo un mese senza alcuna coalizione di Governo a Kiev, Poroshenko ha sciolto la Rada, convocando elezioni per il 26 ottobre. Il giorno seguente ha partecipato a un vertice a Minsk fra i Paesi dell’Unione doganale euroasiatica, l’UE e l’Ucraina stessa. In occasione del vertice il Presidente ucraino e quello russo hanno avuto un faccia a faccia, durante il quale si è discusso della crisi nel Paese senza però fare passi in avanti decisivi. Nel mentre i ribelli hanno conquistato sempre più terreno, respingendo e accerchiando in più punti le truppe di Kiev. In particolare si sono registrati aspri scontri nella zona di Novoazovsk e Mariupol, importante città portuale che gli insorti stanno cercando di riconquistare. Il 29 agosto Kiev ha rafforzato la propria politica di contrapposizione alla Russia, poiché il primo ministro Yatsenyuk ha annunciato che presenterà una legge per avviare il percorso di ingresso nella NATO. Il primo settembre, mentre le forze separatiste continuavano ad attaccare, il presidente Poroshenko ha promesso nuove sostituzioni ai vertici dell’apparato militare.

    Poroshenko e Rasmussen al summit NATO; CREDITS: Ufficio del Presidente dell'Ucraina
    Poroshenko e Rasmussen al summit NATO; CREDITS: Ufficio del Presidente dell’Ucraina

    8. GLI ULTIMI SVILUPPI – Il 2 settembre l’Unione europea ha annunciato un possibile nuovo round di sanzioni contro la Russia per il suo ruolo nelle vicende ucraine. Al momento però non sono state ancora approvate per via degli sviluppi nel Donbass. Il 3 settembre non è stato soltanto il giorno che ha segnato la sospensione della fornitura francese di unità da sbarco classe Mistral alla Russia, ma anche quello che ha registrato una nuova chiamata tra Putin e Poroshenko e il discorso di Obama a Tallinn. Per quanto riguarda la prima, Putin ha enunciato a Poroshenko le 7 condizioni perché si possa stabilire una nuova tregua negli scontri, ossia blocco delle operazioni belliche; ritiro delle truppe d’artiglieria e stop all’utilizzo di aerei in aree popolate; apertura di corridoi umanitari; invio di squadre per la riparazione delle infrastrutture nell’Est; scambio di prigionieri. Queste condizioni risulta siano state accettate dal Presidente ucraino. Il giorno successivo l’Ucraina ha partecipato a un incontro con Stati Uniti, Regno Unito, Germania, Francia e Italia durante il summit NATO in Galles, discutendo della situazione nel Paese e dei passi necessari per giungere alla pacificazione. L’Ucraina ha ottenuto di nuovo il sostegno dei Paesi NATO, nonché l’approvazione per il cessate-il-fuoco allora in discussione e approvato il giorno successivo a Minsk. L’accordo del 5 settembre è tuttavia messo in queste ultime ore a dura prova dalle ripetute violazioni, verificatesi in particolar modo nella zona di Mariupol.

    Matteo Zerini

    [box type=”shadow” ]Un chicco in più

    Ai seguenti link potete trovare i nostri ultimi articoli sulla crisi ucraina:

    Matteo Zerini

    Laureato magistrale in Relazioni Internazionali presso la Statale di Milano, frequento ora il master Science & Security presso il King’s College di Londra. Mi interesso soprattutto di quanto avviene in Europa orientale, Russia in particolare, e di disarmo e proliferazione, specie delle armi di distruzione di massa.

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