utenti ip tracking
mercoledì 12 Agosto 2020
More

    Speciale COVID-19

    Bielorussia, la “vittoria” vuota di Lukashenko

    Analisi – Secondo i dati ufficiali, il Presidente bielorusso...

    È arrivato il cigno nero?

    Editoriale -  A gennaio avevamo provato a descrivere come...

    La delicatissima situazione politica interna in Serbia

    Analisi - ln Serbia l'epidemia di Covid-19 appare fuori...

    Il Myanmar alle urne tra guerra civile e Covid-19

    In 3 sorsi - Fissata la data per le...

    L’importanza dei dettagli

    In breve

    Dove si trova

    Puoi leggerlo in 3 min.

    Dopo anni, accordo fatto tra Israele e Hamas per la liberazione di Gilad Shalit, in cambio di circa mille prigionieri palestinesi. Cosa ha smosso lo stallo? Il fatto che entrambe le parti si sentissero sempre più isolate e necessitassero di una mossa pubblica che ne facesse aumentare il prestigio. Il resto è un delicato gioco di dettagli, piccoli ma fondamentali

     

    ACCORDO FATTO – L’accordo è stato confermato sia dal Premier israeliano Netanyahu sia dai portavoce di Hamas ed Egitto, oltre che da numerose testate arabe. La notizia è poi rimbalzata velocemente fino ai media nostrani. Dopo anni di stallo forse ci si chiede se ci volesse davvero tanto per raggiungere un accordo che, di base, appare uguale a tutti quelli già rifiutati in passato: il soldato israeliano libero in cambio di un maggior numero di prigionieri palestinesi. Dunque, ci voleva così tanto? Non ci si poteva arrivare prima?

     

    FALLIMENTI RECIPROCI – Nonostante l’attuale esultanza di entrambe le parti, la questione Shalit è stata per anni un fallimento delle politiche sia di Hamas sia di Israele: al momento del rapimento il movimento islamico probabilmente sperava di ottenere rapidamente un riscatto di prigionieri, tra cui molti esponenti importanti. Inoltre auspicava che il caporale rapito fornisse un valido deterrente contro gli attacchi dell’IDF nella Striscia. Nulla di questo è avvenuto: il rapimento è durato anni, durante i quali Hamas ha più volte cercato invano di rapire altri soldati per aumentare il proprio scarso peso negoziale, mentre Cast Lead ha mostrato la disponibilità israeliana a colpire comunque. Dall’altra parte però Israele non è mai riuscita né a liberare Shalit né a costringere Hamas a rilasciarlo alle proprie condizioni.

     

    ISOLAMENTO – Quello che è cambiato ora è il grande isolamento di entrambe le parti: Hamas rinchiusa a Gaza ha visto il proprio peso politico calare sensibilmente negli ultimi anni, tanto da risultare ininfluente nella decisione del presidente Abbas di chiedere il riconoscimento della Palestina all’ONU. Le sue cellule nella West Bank sono state in gran parte smantellate e la sua capacità operativa al di fuori della Striscia di Gaza ridotta, anche se la caduta del regime di Mubarak in Egitto concede ora qualche apertura in più. La stessa Striscia è in condizioni economiche e sociali difficili, soprattutto rispetto alla situazione nei territori controllati dall’ANP (in lenta ma costante crescita secondo l’IMF). Anche la Siria, tradizionale sostegno economico, ha ora altro a cui pensare. La popolarità del movimento è dunque in calo, con la popolazione sotto il proprio controllo sempre più orientata verso visioni differenti: Hamas risulta troppo estremista per chi auspica la pace, o non abbastanza tale per i miliziani ancora intransigenti verso ogni accordo. Anche il governo Netanyahu è molto isolato internazionalmente per le sue posizioni tolleranti verso molti insediamenti illegali nella West Bank, per le difficoltà interne riguardo alla situazione economica e per l’aver sostanzialmente bloccato da anni ogni negoziato con i Palestinesi.

     

    DETTAGLI – Ecco dunque che entrambe le parti hanno preferito allentare un po’ le proprie richieste per giungere a un accordo che avrebbe giovato all’immagine (soprattutto) interna di entrambi. Sono infatti i dettagli ad essere differenti al passato: proprio su questi si è giocato tutto. Secondo i particolari emersi dalla stampa locale, Hamas ha rinunciato a chiedere la liberazione di alcuni suoi importanti esponenti e ha concesso a Israele di scegliere più della metà (almeno 550 su 1000) dei prigionieri da liberare. Israele ha invece acconsentito a che a un consistente numero di loro sia concesso di tornare anche nella West Bank e non solo a Gaza o esiliati all’estero. Inoltre saranno quelli scelti da Hamas ad essere liberati subito. Sembrano tutte aperture minori, ma nessuno di questi punti appariva negoziabile anche solo un anno fa, bloccando ogni possibilità di accordo. In una situazione difficile, Hamas e il governo Netanyahu preferiscono dunque incassare un importante successo sul fronte interno nonostante le concessioni; la speranza è che tutto ciò faccia dimenticare i fallimenti passati e le attuali difficoltà in altri ambiti. Ovviamente tutto questo non risolverà i problemi economici, mentre i falchi continueranno a inveire contro l’accordo, ma una cosa appare certa: come ha espresso Netanyahu stesso, appariva come un’occasione irripetibile, da cogliere ora o rischiare di perdere per sempre.

     

    CHI ALTRI HA VINTO? – L’Egitto. L’accordo è stato eseguito grazie alla mediazione dei servizi segreti del Cairo che, pur avendo cambiato capi (Murad Muwafi e il suo vice Mohammed Ibrahim, al posto dell’ex-presidente Suleiman), mantengono la loro influenza abituale. Non è un caso che secondo le indiscrezioni i 550 prigionieri selezionati da Israele verranno liberati ufficialmente come “gesto di amicizia nei confronti dell’Egitto”. Rimane da vedere l’evoluzione della situazione interna sulle rive del Nilo, ma per ora la sua rilevanza internazionale a Gaza e dintorni rimane notevole, a tutto discapito di altre potenze regionali – come la Turchia – che avrebbero voluto fare altrettanto.

     

    Lorenzo Nannetti

    redazione@ilcaffegeopolitico.net

    Lorenzo Nannetti

    Nato a Bologna nel 1979, appassionato di storia militare e wargames fin da bambino, scrivo di Medio Oriente, Migrazioni, NATO, Affari Militari e Sicurezza Energetica per il Caffè Geopolitico, dove sono Senior Analyst e Responsabile Scientifico, cercando di spiegare che non si tratta solo di giocare con i soldatini. E dire che mi interesso pure di risoluzione dei conflitti… Per questo ho collaborato per oltre 6 anni con Wikistrat, network di analisti internazionali impegnato a svolgere simulazioni di geopolitica e relazioni internazionali per governi esteri, nella speranza prima o poi imparino a gestire meglio quello che succede nel mondo. Ora lo faccio anche col Caffè dove, oltre ai miei articoli, curo attività di formazione, conferenze e workshop su questi stessi temi.

    Articolo precedenteUna diga…contro la diga
    Articolo successivoPeacekeeping all’italiana

    Ti potrebbe interessareCORRELATI
    Letture suggerite