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    Israele contro Israele

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    Le manifestazioni di ultraortodossi e coloni contro lo smantellamento delle colonie definite illegali nella West Bank non sono mai state un mistero, così come le aggressioni ai palestinesi. Tuttavia in questi ultimi mesi la frequenza e la violenza delle stesse sono aumentate, fino al punto di arrivare ad attaccare alcune basi delle IDF (Israel Defence Forces). Stiamo per arrivare a una guerra civile? Andiamo a capire quale sia la situazione

     

    PRICE TAG – Nonostante il governo Netanyahu sia appoggiato da una maggioranza nazionalista e favorevole alle colonie (Likud, Yisrael Beitenu, Shas, Habayit Hayehudi, United Torah Judaism, e il recentissimo Haatzma’ut guidato Ehud Barak assieme ad altri ex-laburisti) l’Alta Corte di Giustizia israeliana, massimo organo giudiziario del paese, ha ordinato  lo smantellamento di alcune di quelle illegali. Per quanto le misure siano molto limitate, questo ha provocato le ire dei movimenti dei coloni e soprattutto delle frange più estremiste e violente. Negli ultimi mesi gruppi di coloni hanno così preso ad assaltare palestinesi e beduini nella West Bank, inscenare proteste spesso sfociate in violenza e incendiare moschee (la più recente a Gerusalemme qualche giorno fa). In tutti i casi nei luoghi delle violenze viene disegnata in ebraico la scritta “prezzo da pagare” (price tag), oltre ad altre spesso ingiuriose e anti-islamiche. Qual è lo scopo? Mostrare al governo che ogni tentativo di smantellare le colonie, anche le più piccole, porterà a una sorta di vendetta da parte dei coloni stessi, principalmente contro i palestinesi. Più colonie vengono smantellate, più rappresaglie vengono eseguite, mettendo in imbarazzo il governo stesso, incapace di mantenere l’autorità.

     

    ATTACCO ALLE IDF – La situazione appare però ora quasi fuori controllo nel momento in cui il 14 dicembre un gruppo di attivisti nazionalisti e coloni (soprattutto giovani e giovanissimi) è penetrato in una base militare nella West Bank, sede del comando della Brigata Territoriale Efraim e ha ferito il vicecomandante di Brigata Colonnello Tzur Harpaz che si era avvicinato disarmato nella sua jeep. Oltre a questo sono stati danneggiati numerosi altri veicoli. Inevitabile lo sconcerto dell’esercito e del resto della popolazione, soprattutto poiché le IDF (Israel Defence Forces) sono da sempre considerate “l’esercito del popolo” in Israele dato che quasi tutti i giovani ne fanno parte per tre anni. Evidentemente però in questo caso la lealtà al proprio gruppo sociale ha avuto la meglio sul senso di unità.

     

    POLITICA AMBIGUA – Volendo analizzare meglio la situazione, sono varie le cose da tenere presente. Le colonie e il suo Consiglio, che pure ha condannato l’evento ma solo in maniera marginale, appaiono sempre più come uno stato dentro lo stato, pronto a proteggere i propri interessi anche andando contro quelle stesso forze armate che li proteggono dagli estremisti palestinesi. Secondariamente la classe politica israeliana, con l’eccezione solo dei partiti nazionalisti e ultraortodossi, sta iniziando a vedere le colonie come un problema che interessa non soltanto i palestinesi ma anche Israele stesso, minandone la stabilità. I giornali israeliani già riportano come alcuni politici parlino ormai apertamente di terrorismo ebraico, termine che non veniva impiegato da decenni e più precisamente dall’eliminazione dei gruppi LHI e Irgun negli anni quaranta. Allo stesso tempo però, l’escalation di violenza deriva anche proprio dal linguaggio e dai toni spesso molto aggressivi di alcuni esponenti dei partiti della destra nazionalista, che di fatto appaiono giustificare tali azioni.

     

    CHI PROTEGGERE? – L’elemento che va maggiormente seguito è l’atteggiamento delle forze armate, spesso esposte in zone turbolente proprio per proteggere i coloni, come ad esempio a Hebron. Già da qualche anno molti ufficiali hanno espresso dubbi circa la difficoltà di mantenere motivati i propri soldati in tali situazioni, schiacciati tra il pericolo di estremisti islamici e l’ostilità dei coloni. L’attacco alla base innalza però la tensione e pone il problema di come reagire la prossima volta che un gruppo di contestatori cercherà di entrare in una base. Per ora infatti le forze armate non sono autorizzate nemmeno ad arrestare eventuali contestatori ebrei, mentre la polizia territoriale, che può farlo, ha forze insufficienti per coprire con tempestività il territorio. Il risultato è che l’esercito ha di fatto le mani legate. Tuttavia, già più di un membro della Knesset ha richiesto che le IDF possano usare la forza, fino ad arrivare ad aprire il fuoco per proteggersi. Nemmeno Netanyahu però si può permettere di inimicarsi l’esercito (tipicamente supportato dalla destra), e dunque non potrà esimersi dall’operare per fornire alle truppe il modo per proteggersi.

     

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    CAMBIO DI MUSICA – Con parte del suo governo riluttante a condannare pienamente l’evento e la prospettiva di vedere una guerra ebrei contro ebrei (molti coloni sono riservisti o ex-militari e possiedono armi), il governo potrebbe trovarsi in una posizione intermedia poco piacevole. Il rischio è che l’esercito non aspetti autorizzazioni politiche a difendersi; il Generale Mizrahi, fino a ieri comandante del Comando Centrale, ha infatti dichiarato apertamente che le sue truppe non si faranno intimidire e che se riceveranno l’ordine di abbattere altre colonie lo faranno senza farsi fermare (come avvenuto anche ieri a Mitzpeh Yitzhar). Del resto, che la musica sia cambiata per i coloni è confermato dalla decisione di ieri sera del Ministro della Difesa Ehud Barak e del Capo di Stato Maggiore Benny Gantz di sostituire Mizrahi stesso alla guida del Comando Centrale col Brigadier Generale Nitzan Alon, ben conosciuto per essere su posizioni anti-coloni.

    Lorenzo Nannetti

    Nato a Bologna nel 1979, appassionato di storia militare e wargames fin da bambino, scrivo di Medio Oriente, Migrazioni, NATO, Affari Militari e Sicurezza Energetica per il Caffè Geopolitico, dove sono Senior Analyst e Responsabile Scientifico, cercando di spiegare che non si tratta solo di giocare con i soldatini. E dire che mi interesso pure di risoluzione dei conflitti… Per questo ho collaborato per oltre 6 anni con Wikistrat, network di analisti internazionali impegnato a svolgere simulazioni di geopolitica e relazioni internazionali per governi esteri, nella speranza prima o poi imparino a gestire meglio quello che succede nel mondo. Ora lo faccio anche col Caffè dove, oltre ai miei articoli, curo attività di formazione, conferenze e workshop su questi stessi temi.

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