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    Tutti in Birmania

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    Gli interessi geopolitici di Pechino e Washington si stanno dirigendo verso l’ex Birmania, un Paese che fino a poco tempo fa era uno dei più isolati al mondo a causa delle sanzioni internazionali imposte a causa della dittatura militare che la governa. Quali sono le cause di questo rinnovato interesse? La Cina vede Myanmar come un avamposto importante per aumentare la propria influenza verso Ovest, mentre gli Stati Uniti hanno l’obiettivo di accrescere la presenza nell’area Asiatica e Pacifica

     

    IL RITORNO DI WASHINGTON – Gli Stati Uniti “tornano” nel Pacifico. Obama ha annunciato una svolta strategica che potrebbe marcare un netto distacco con la prima decade del nuovo millennio. Fermo restando che il Medio Oriente resta un’area di primo piano, Washington non può ignorare L’Asia emergente. Per il meglio o per il peggio, il Pacifico va assumendo un peso sempre più grande nelle relazioni internazionali e molti sono convinti che sarà soprattutto qui che si combatteranno le sfide future. Proprio per questo gli Stati Uniti cercano di cementare la loro –già solida- presenza in Asia. Ciò che serve sono alleati politici, partner economici e, last but not least, un rinnovato appoggio militare. Recentemente, infatti, è stata annunciata la costruzione di una base di marines in Australia (e non in un’area qualsiasi, ma sulla punta più settentrionale del Paese, di fronte al Mar Cinese Meridionale) ed è stato varato un ampio progetto di cooperazione economica nel Pacifico. Anche se i fini strategici di lungo periodo non sono ben definiti, è chiaro che il convitato di pietra al tavolo politico trans-pacifico è stata la Repubblica Popolare Cinese. Irritata dai marines e de facto esclusa dal progetto di integrazione commerciale per mezzo di paletti economici. E’ in questo quadro generale che va ad inserirsi la recente visita di Hillary Clinton in Myanmar. L’ultima volta che un segretario di stato americano si era recato in quella terra correva l’anno 1955 e il segretario in questione era Foster Dulles. Alcuni decenni più tardi, come conseguenza della crisi politica degli anni ottanta, il Paese si trovò isolato in diplomazia e sanzionato dall’Occidente. Da allora la crisi economica lo ha reso uno dei Paesi più poveri dell’Asia. Un paria per la comunità internazionale, il regime ha finito così per avvicinarsi sempre di più a Pechino.

     

    GLI INTERESSI DI PECHINO – Se per il Myanmar i vantaggi della cooperazione con la Cina sono quasi scontati, bisognerebbe forse chiedersi cosa guadagni Pechino da questo rapporto. Innanzitutto, va osservato come il governo cinese sia incline a mantenere buoni rapporti con tutti i paesi vicini, almeno finché questi non trasgrediscono alcune semplici regole (come per esempio il divieto di ficcare il naso nella questione di Taiwan). Essi costituiscono un mercato per l’export e una fonte di materie prime. Allo stesso tempo, il buon vicinato è funzionale alla dottrina della cosiddetta “ascesa pacifica” cinese. Niente più guerre e guerriglie, “solo business” è diventato il mantra di Pechino. Una formula che ha dato i suoi frutti, anche se non ha risolto tutti gli attriti. Nel caso del Myanmar, tuttavia, c’è di più. La Birmania non è semplicemente convivente nel condominio asiatico, ma un Paese con una posizione strategica e grandi ricchezze naturali. Costituendo la barriera naturale che divide il golfo del Bengala dal Mar Cinese Meridionale, si colloca alla confluenza di due aree essenziali per gli sviluppi geopolitici dell’Asia futura. Una Birmania con una situazione politica stabile e sufficienti investimenti in infrastrutture potrebbe divenire un ponte per collegare la Cina meridionale all’India nord-occidentale. Offrirebbe così un’importante via commerciale, da valutare anche alla luce della campagna “go West” lanciata da Pechino per promuovere lo sviluppo delle aree più povere dell’entroterra cinese. Particolarmente interessante, da questo punto di vista, è la costruzione di un oleodotto che trasporterà il greggio dall’isola di Maday fino alla provincia dello Yunnan. L’appalto per la costruzione è stato vinto dalla China National Petroleum Corp che con con questo progetto contribuirà ad un passo avanti sia in senso economico che strategico. La Cina, infatti, è favorevole ad una diversificazione delle vie di importazione che rendano più veloce e sicuro il trasporto delle risorse energetiche verso i suoi centri industriali. L’oleodotto birmano, bypassando lo Stretto di Malacca, aiuterà ad evitare pirati e marina americana.

     

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    IMPLICAZIONI MILITARI – Ci sono poi gli aspetti militari della questione. L’establishment politico cinese nega fermamente di avere piani espansionistici in tema di marina militare. E’ un dato di fatto, però, che l’ammodernamento delle forze armate cinesi stia procedendo con rapidità. Non solo, ma la recente inaugurazione della prima portaerei cinese –che sarà seguita da altre due nei prossimi anni- fa pensare che la Cina stia progettando una flotta d’alto mare, in grado di influire efficacemente su eventi ben al di là delle coste nazionali. In uno scenario simile, il Myanmar sarebbe un valido appoggio verso l’Oceano Indiano e il Medio Oriente. Secondo quanto riporta uno studio del College of International Relations presso la Ritsumeikan University in Giappone, stazionando truppe e navi sulle coste occidentali della Birmania, la marina cinese risparmierebbe fino a 3000 miglia di viaggio. Lo stesso studio sottolinea come la connessione di infrastrutture portuali con eventuali infrastrutture di trasporto terrestri potrebbe avere “serie implicazioni a livello di sicurezza non solo per l’Indonesia, la Thailandia e l’intero ASEAN, ma anche per gli interessi strategici di India, Giappone e Stati Uniti”.  Infine, ci sono fattori di stabilità locale. La Cina condivide un lungo confine con il Myanmar. E non uno particolarmente facile da gestire. Il governo centrale birmano è stato per decenni in conflitto con le etnie che abitano il nord del Paese, e tuttora non ha il pieno controllo di vaste regioni settentrionali (recentemente la tregua stabilita con l’esercito di liberazione dei kachin è giunta al termine e si è ricominciato a sparare). Per di più, con la liberalizzazione economica in Cina, il fermento economico transfrontaliero è dilagato, e oggi esistono numerose attività economiche, legali e non, sulla linea di confine.

     

    PERCHE’ GLI USA – Alla luce di quanto detto, non può stupire che il rapporto fra Pechino e la capitale del Myanmar Naypyidaw abbia un’importanza speciale nel sud est asiatico. E che, come conseguenza, lo abbia anche per gli Stati Uniti. Molto probabilmente è qui che vanno cercate le ragioni che hanno portato alla storica visita. Per l’occasione, Hillary Clinton si è presentata con la promessa di non ostacolare gli investimenti delle Nazioni Unite e del Fondo Monetario Internazionale in materia di assistenza sanitaria e di supporto alle piccole imprese del Myanmar. Naypyidaw è stato anche invitato ad entrare a far parte della “Lower Mekong Initiative”, un programma sponsorizzato dagli Stati Uniti per offrire consulenza sulla gestione del bacino del Mekong. Sullo sfondo rimane la rimozione delle sanzioni economiche, un impegno sul quale il Segretario di Stato americano non si è compromesso eccessivamente. “Non siamo ancora arrivati al punto di considerare l’eliminazione delle sanzioni perché abbiamo ancora delle preoccupazioni riguardanti alcune politiche che devono essere sospese. Ma qualsiasi passo che sarà intrapreso dal governo sarà considerato attentamente” ha dichiarato la Clinton. Insomma, una bella carota da inseguire per Thein Sein. Benché gli scopi ultimi della presenza americana non siano stati espressi chiaramente, è impossibile avere dubbi sul valore strategico di una Birmania aperta all’Occidente vis-à-vis l’avanzata cinese. In questo modo il Paese sarebbe sottratto all’influenza esclusiva di Pechino e la Cina sarebbe privata dell’appoggio di un potenziale alleato. Forse non è un caso che solo pochi mesi fa Naypyidaw abbia di colpo sospeso la costruzione della diga di Mytsone sull’Irrawaddy. Thein Sein aveva per l’occasione usato termini in precedenza sconosciuti alla politica birmana. Il progetto non poteva andare avanti perché “contrario alla volontà del popolo”, aveva dichiarato il presidente. Parole tanto inusuali quanto dolci per l’opinione pubblica occidentale, che certo non sarebbe contenta di vedere i propri governi andare incontro a dittatori vari (se prima non si togliessero la giacca con gradi e greche). Non c’è prova che il collegamento esista, ma la tempistica fa sospettare che sia stato un prezzo da pagare, al pari del rilascio dei prigionieri politici detenuti nelle carceri birmane, per spianare la strada a Hillary.

     

    I RISCHI DI UN NUOVO VIETNAM? – Per ora la risposta cinese è stata guardinga e sottotono. A pochi giorni di distanza, il 6 dicembre, il presidente Hu Jintao ha dichiarato che “la marina militare cinese deve prepararsi per la guerra”. Una frase che è sembrata ovviamente rivolta agli sviluppi del Mar Cinese Meridionale e alla politica americana verso il Myanmar, ma niente è stato specificato e, a parte questo, non ci sono state eclatanti prese di posizione. Il “GlobalTimes” ha poi scritto che tali dichiarazioni non sono per nulla eccezionali, specialmente per un paese in via di sviluppo. D’altra parte, gli Stati Uniti per primi hanno negato che il nuovo corso riguardi la Repubblica Popolare. Se un alto ufficiale cinese avesse apertamente attaccato la politica americana si sarebbe potuto creare un caso internazionale, ammettendo apertamente che si gioca per il controllo di un’area strategica. Meglio invece mantenere il segreto di Pulcinella a livello istituzionale e lasciare che siano i giornali a raccontare i retroscena.    Fare previsioni sarebbe quantomeno azzardato, ma, anche senza essere Sibille, qualcosa si può immaginare. Godendo di nuovi legami politici il Myanmar sarà forse capace di ritagliarsi qualche spazio per ottenere favori economici da un lato e dall’altro. Un gioco che difficilmente un Paese povero e bisognoso di sviluppo non vorrebbe giocare. Ma, se la storia ci ha insegnato qualcosa, forse è il caso di non lasciarsi prendere da eccessiva euforia. Qualora il gioco dei giganti dovesse prendere una brutta piega, la Birmania, divisa fra i pretendenti, potrebbe avere un futuro cupo. Vietnam docet.

     

    Michele Penna

    redazione@ilcaffegeopolitico.net

    Redazione
    Redazionehttps://ilcaffegeopolitico.net

    Il Caffè Geopolitico è una Associazione di Promozione Sociale. Dal 2009 parliamo di politica internazionale, per diffondere una conoscenza accessibile e aggiornata delle dinamiche geopolitiche che segnano il mondo che ci circonda.

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