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giovedì 15 Aprile 2021

Strajk Kobiet: quando si infrange un diritto

In breve

  • A seguito della riforma alla legge che regola l’aborto, in tutte le città polacche si è sviluppato il movimento cosiddetto “Strajk Kobiet”, lo sciopero delle donne.
  • Le leggi sull’aborto però non sono un problema soltanto in Polonia. Infatti, in 6 Paesi su 10 nel mondo le donne hanno difficoltà o impossibilità ad accedervi.
  • La pandemia ha influito in alcuni casi positivamente e in altri casi imponendo ulteriori restrizioni.

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Caffè lungo Con le nuove restrizioni imposte dal Governo polacco alla legge sull’aborto, nelle principali città sono scoppiate grandi proteste e manifestazioni. La questione dell’aborto, infatti, è oggetto di dibattiti e dispute ancora in molti Paesi e spesso le donne sono soggette a discriminazioni, divieti e imposizioni in materia.

IL CASO POLACCO

Sono passati ormai 26 anni da quando nel 1995 Hillary Clinton rese celebre la frase “Women’s rights are human rights”, ma al contrario di quanto si potrebbe pensare questa affermazione non è ancora scontata e il problema della parità di genere e dei diritti delle donne è tutt’altro che superato. In questi mesi abbiamo seguito le proteste delle donne polacche in merito alla nuova legge sull’aborto. Già una delle leggi più restrittive d’Europa, prima della riforma essa consentiva l’aborto soltanto in caso di stupro o incesto, pericolo di vita della madre o gravi malformazioni del feto. Ulteriori restrizioni erano state proposte a partire dal 2016, ma furono bloccate dalle massicce proteste di piazza. Dal 2018 la legge è rimasta in attesa di approvazione e questa volta le proteste non sono bastate per fermarla: la modifica, approvata dalla Corte di Cassazione, stabilisce che gravi e irreversibili malformazioni del feto non costituiscono più motivo valido per richiedere l’interruzione volontaria di gravidanza. Considerando i dati ufficiali polacchi, nel 2019 il 98% degli aborti totali è stato eseguito proprio per questa ragione. L’eliminazione di questo punto, perciò, abolisce di fatto la possibilità di praticarlo in toto. Le accuse contro il Governo conservatore e di stampo clericale sono di aver approfittato della pandemia e del divieto di assembramento in vigore per limitare le manifestazioni e la copertura mediatica e far passare il provvedimento inosservato.

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Fig. 1 – Proteste a Cracovia in occasione della Giornata Internazionale della Donna, 8 marzo 2021

L’ABORTO NEL MONDO

Analogamente all’eutanasia, l’aborto resta una questione spinosa in tutto il mondo, in quanto coinvolge il potere umano di dare e togliere la vita indipendentemente dalle cause superiori naturali. La differenza però è che nella quotidianità il dibattito sull’aborto si sviluppa su discriminazioni e fissità ancestrali delle nostre società, che per quanto moderne non sono disposte ad accordare il diritto di scelta sul proprio corpo alle donne. Questa misoginia e la visione arretrata della donna e dei suoi “ruoli” riecheggiano ancora oggi, seppure in toni diversi e spesso addirittura inconsci. Qualche anno fa fu celebre il caso dell’Alabama, che abolì il diritto di aborto anche a seguito di incesto e stupro, e in tutto il mondo, compresa la nostra Italia, i movimenti cosiddetti Pro-Life spopolano nelle piazze. Secondo stime del 2017, sono 6 su 10 i Paesi in cui le donne hanno difficoltà o impossibilità di accedere al servizio di interruzione volontaria di gravidanza. In Italia, per esempio, nonostante la legge 194 che garantisce il diritto di ogni donna a ricorrere all’aborto, l’altissima percentuale di medici obiettori e una disomogenea distribuzione di quelli non obiettori portano a una disfunzione del servizio e a estreme complicazioni per le donne che vogliono accedervi. Secondo la mappa del Center for Reproductive Rights sono 690 milioni le donne in età riproduttiva che devono sottostare a legislazioni restrittive in materia di aborto o alle quali non è in nessun caso concesso di praticarlo. Anche se è vero che le più forti restrizioni e discriminazioni si verificano in Paesi meno sviluppati in America Latina, Asia e Africa, la questione tocca da vicino anche l’Europa. A parte la Polonia, i casi più eclatanti sono quelli di Malta, San Marino, Città del Vaticano e Andorra dove l’aborto è proibito sotto qualsiasi circostanza, persino in caso di pericolo di vita della madre. In Lichtenstein e nel Principato di Monaco sono pochissimi i casi in cui è possibile richiederlo. Degno di nota invece è il caso della Russia, primo Paese al mondo a legalizzare l’aborto nel 1920 e, nonostante alcuni nuovi limiti imposti di recente, uno dei più liberali in materia. Guardando alle stime governative, le leggi restrittive sull’aborto sembrerebbero abbassare il numero delle richieste. In realtà la maggior parte delle donne che non riescono ad accedere al servizio a causa delle leggi del proprio Paese si sposta all’estero (se ha i fondi per farlo) oppure ricorre a pratiche illegali, non controllate, ed estremamente pericolose. Questi aborti, quindi, non rientrano nei conteggi ufficiali, abbassandone falsamente il numero. Se eseguito correttamente e all’interno di strutture competenti, l’aborto è una procedura a basso rischio. Secondo l’OMS però, fra il 2015 e il 2019, 1 aborto su 3 è avvenuto in maniera illegale o in condizioni non sicure. Proprio in Polonia, per esempio, è stimato che il numero degli aborti clandestini o eseguiti all’estero sia di 100-150mila all’anno, contro i 1.100 circa eseguiti legalmente.

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Fig. 2 – Ragazze durante le proteste a favore dell’aborto a Buenos Aires attendono il verdetto del voto in Parlamento, 30 dicembre 2020

IL FUTURO DELL’ABORTO

La pandemia di Covid-19 ha influito anche sul diritto all’aborto. In alcuni casi, come Inghilterra e Francia, l’esito è stato positivo, grazie al via libera all’aborto farmacologico senza ricovero in ospedale che alleggerisce la pressione sulle strutture, ma consente alle donne di usufruire del servizio e di ricevere assistenza. Al contrario in altri casi la Covid-19 e il sovraffollamento degli ospedali sono stati utilizzati come giustificazione per bandire o vietare temporaneamente il ricorso all’aborto, come in diversi Stati americani e in Polonia appunto. In aggiunta si ipotizza che le incertezze economiche e sociali e la maggiore esposizione a casi di violenza abbiano incrementato nelle donne la necessità di accedere a questo servizio durante la pandemia. Negarne l’accesso significa sottoporre le donne a enormi difficoltà economiche, di salute fisica e mentale, povertà e violenza. Nonostante alcuni barlumi di speranza, quindi, come il caso argentino, la lotta per i diritti delle donne si presenta ancora come una strada in salita.

Annalisa Rossi

Photo by Luis Miguel P. Bonilla is licensed under CC0

Annalisa Rossi
Annalisa Rossi

Nata in un paesino di campagna in provincia di Forlì sono emigrata in Toscana ormai 4 anni fa per studiare. Appassionata di storia e cultura russa da quando a 5 anni per carnevale mi travestivo da Zarina, ho scelto all’università di studiare Lingue e Letterature russa e cinese e finalmente realizzare il mio sogno di vivere a Mosca. In questo momento mi occupo di commercio internazionale, ma con il sogno nel cassetto di vivere di scrittura. Quando non discuto accesamente con familiari e amici di questioni geopolitiche sono a leggere un libro o pianificare un viaggio.

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