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    L’importanza della ricognizione a livello tattico

    In breve

    Dove si trova

    Puoi leggerlo in 5 min.

    Miscela strategica – La ricognizione rappresenta uno degli elementi cardine di ogni operazione militare, a qualsiasi livello operativo, ma in particolar modo a livello tattico.

    LA RICOGNIZIONE TATTICA – Conclusa la prima fase di intelligence strategica (che può comunque essere impiegata a supporto delle operazioni in corso), le attività sul campo vanno programmate e monitorate in base a informazioni raccolte in loco. In questo contesto risulta particolarmente rilevante l’attività di ricognizione tattica, cioè la raccolta di informazioni sulle attività del nemico, sugli elementi necessari per la pianificazione dell’intervento (previsioni meteo, caratteristiche geografiche dall’area delle operazioni) o su entrambe. L’obiettivo finale della ricognizione sarà quello di fornire quante più informazioni possibili ai decision makers, in modo che questi possano pianificare al meglio le operazioni, seguirne l’evoluzione e trarre le opportune conclusioni a partire dagli esiti osservati. La ricognizione, dunque, è un attività multisfaccettata, che consente – attraverso varie modalità – di raccogliere diverse tipologie di informazioni in base alla missione che si sta svolgendo.

    TIPI E CARATTERISTICHE – La ricognizione – così come l’intelligence e la sorveglianza – si utilizza in qualsiasi tipo di operazione (offensiva, difensiva, di supporto e di stabilizzazione), consentendo di ricercare le informazioni necessarie, ma mancanti (i cosiddetti requisiti di intelligence) che sono individuate dal comandante per ogni singola missione. Diverse sono le forme di ricognizione utilizzabili: route reconnaissance (relativa a una specifica linea di comunicazione), area reconnaissance (riguardante un’area più o meno estesa, da un ponte a un’intera città), zone reconnaissance (in una zona delimitata da confini ben specificati). Discorso a parte merita la reconnaissance-in-force, che a differenza delle precedenti è utilizzata esclusivamente per raccogliere informazioni sul nemico, trascurando il terreno, e può implicare l’utilizzo della forza qualora si riveli necessaria per carpire informazioni relative alle capacità dell’avversario.

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    Fig.1 – Membro di un plotone da ricognizione della fanteria leggera canadese 

    RECONNAISSANCE TEMPO – Consultando i manuali operativi delle Forze Armate statunitensi che analizzano la ricognizione (reconnaissance) ci si imbatte nella locuzione reconnaissance tempo. Il concetto anglofono di tempo, però, non equivale alla dimensione temporale delle missioni, ma principalmente al ritmo che si intende dare all’operazione – e che ricomprende sì la sua durata, ma anche il livello di approfondimento e la copertura delle operazioni, alle quali si somma il livello di “disponibilità” al confronto diretto con il nemico. Il comandante della missione deciderà il tempo che la missione di ricognizione dovrà seguire in base al tipo di informazioni da raccogliere, delle circostanze, del periodo a disposizione per concludere le operazioni e dei rischi che si è disposti a correre. E se si considerano questi ultimi come punto di riferimento – ordinando dunque le missioni di ricognizione in base al livello di copertura delle missioni e di possibilità di scontrarsi con il nemico – si individuano due tipi di ricognizione, by stealth e by force, abitualmente condotte da unità specializzate, come plotoni di fucilieri e cavalleria esplorante.

    RICOGNIZIONE BY STEALTH… – Presenta, per sua stessa definizione, un elevato livello di copertura: è infatti effettuata cercando di minimizzare il rischio di ingaggiare direttamente il nemico e di essere da questo individuati durante la raccolta delle informazioni. Ciò la rende ideale nel caso di missioni che possono prolungarsi nel tempo. Grazie alla loro durata, consentono di acquisire informazioni dettagliate e di espletare una serie di compiti. Abitualmente condotta da truppe appiedate, si presenta come versatile nella sua applicazione pratica. Un esempio di questa è il dislocamento di plotoni di ricognizione – come squadre di fucilieri – per comprendere e, per quanto possibile, anticipare le mosse che il nemico sta pianificando (vedi Un chicco in più).

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    Fig.2 – Furtività e scarsa visibilità sono le caratteristiche di base della ricognizione by stealth. Nella foto, un operatore dotato di visore notturno 

    …E BY FORCE – Storicamente metodo della cavalleria, consente di verificare non solo la disposizione del nemico, ma anche la sua volontà di combattere e i suoi piani: a tutt’oggi rimane il ruolo principale della cavalleria esplorante. Prevedendo la possibilità di ingaggiare un confronto con il proprio avversario – seppur senza sconfiggerlo, – consente di saggiarne la forza in un determinato settore di battaglia. Allo stesso tempo, a causa dell’assenza di copertura, è solitamente condotta con l’ausilio di mezzi meccanici, ha durata limitata e si concentra sulla raccolta, perlopiù non approfondita, di una serie circoscritta di informazioni. Un esempio di tale ricognizione – recentemente impiegata in Afghanistan – si ha quando le forze speciali sono utilizzate come forza di attrito per comprendere quali siano le aree in cui utilizzare il potere aereo.

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    Fig.3 – Un cingolato leggero da esplorazione britannico Scimitar 

    SONO ANCORA VALIDI? – Con l’avvento di tecnologie sempre più avanzate e della casualty aversion – la tendenza per cui si tenta di ridurre al minimo il numero tra le proprie schiere durante le operazioni militari – i concetti operativi di ricognizione by stealth, e ancora di più ricognizione by force, potrebbero essere ritenuti superati. Ma una considerazione del genere si rivelerebbe errata per diversi motivi. Innanzitutto, se è vero che gli strumenti tecnologici – decisamente utili per reperire informazioni accurate correndo pochi rischi – potrebbero essere utilizzati come unico strumento di ricognizione (come è ad esempio avvenuto in Libia nel 2011, quando, non essendo presenti soldati della coalizione sul terreno, buona parte della ricognizione è stata effettuata dagli aeromobili), è altrettanto vero che questi sono abitualmente utilizzati come complemento della ricognizione e non in sua totale sostituzione. Un esempio su tutti è proprio quello della aerial reconnaissance – cioè l’utilizzo del mezzo aereo per completare in modo flessibile, approfondito e poco rischioso la raccolta di una discreta quantità di informazioni in un lasso di tempo limitato, – che viene quasi sempre affiancata alla ricognizione di tipo tradizionale. In un’epoca in cui si combattono conflitti per lo più asimmetrici (cioè caratterizzati dallo scontro tra uno o più eserciti intesi in senso classico da una parte, e da gruppi più eterogenei dall’altra), le forze “regolari” devono adattarsi a nuove esigenze, legate, tra l’altro, agli scenari in cui si opera. Si diffondono sempre più i combattimenti in aree urbane (nelle quali la ricognizione è abitualmente condotta associando l’uso di strumenti tecnologici alle tecniche classiche già descritte) o in aree in cui, per motivi geografici e climatici, risulta complesso utilizzare strumenti tecnologicamente avanzati senza il supporto della HUMan INTelligence. A questo bisogna aggiungere almeno altre due considerazioni. La prima è che, nonostante le tecnologie militari si stiano diffondendo sempre più, non tutti i Paesi – o più in generale, le formazioni militari – detengono dei moltiplicatori di forza che consentano loro di condurre missioni di ricognizione senza ricorrere ai metodi classici. La seconda è che, sebbene al momento l’ipotesi possa sembrare remota, l’emergere di nuove potenze sulla scena mondiale aumenta la possibilità (pur limitata, ancora) di conflitti convenzionali ad alta intensità, in cui la ricognizione by stealth e by force recupererebbero tutto la loro valenza tattica.

    Giulia Tilenni

     [box type=”shadow” ]Un chicco in più

    Nel panorama italiano, tutte le forze speciali sono in grado di condurre compiti di ricognizione. In particolare, sotto il controllo del Comando delle Forze Speciali dell’Esercito – cui appartiene il 9° Reggimento d’assalto paracadutisti Col Moschin – opera il 185° Reggimento paracadutisti Ricognizione Acquisizione Obiettivi Folgore. Tra i principali compiti del 185° spicca un’elevata capacità di condurre efficienti missioni di ricognizione: abitualmente svolte nottetempo, a piedi e in modo occulto, ma che possono durare anche svariati giorni consecutivi. Negli ultimi anni gli uomini del 185° sono stati impiegati in Afghanistan all’interno della Task Force Victor, oltre che in Libia e in Kosovo. [/box]

    Foto: DVIDSHUB

    Giulia Tilenni
    Giulia Tilenni

    Laureata magistrale in Relazioni Internazionali a Bologna – dove ha anche completato il Master in Diplomazia e Politica Internazionale, che l’ha portata a Francoforte sul Meno per un tirocinio di ricerca di tre mesi. Dopo una tesi in Studi strategici che analizza l’intervento militare in Libia del 2011 e una ricerca sui velivoli a pilotaggio remoto, è entrata a far parte del Caffè Geopolitico nel team Miscela Strategica.

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    1 commento

    1. Bell’articolo, voglio solo sottolineare che il 185° non è l’unico (come del resto viene accennato nell’articolo) in seno all’EI che si occupa di recce, Il 4º Reggimento Alpini Paracadutisti “Monte Cervino”, sempre nel novero del Comando delle forze speciali dell’Esercito, ha, tra le varie missioni (il 4° fu sviluppato – se non erro – guardando mooooolto da vicino  il 75° Reggimento US ARMY Ranger), quella di ricognizione avanzata; credo di dimenticare un altro corpo inquadrato in tale specialità ma amen… Qualcosa di simile, in zone marittime, si ha con il plotone Esploratori Lagunari, che pur non facente parte delle “Forze Speciali” (le virgolette sono d’obbligo, e non si capisce come l’EI abbia utilizzato un nome proprio di una SOF già esistente) italiane può essere utilizzato dal Comando di queste ultime in area di teatro.

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