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    La via del gas: nuovi equilibri nel Golfo

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    Dove si trova

    Puoi leggerlo in 5 min.

    Le sanzioni economiche contro l’Iran stanno aprendo nuovi spiragli, prontamente colti da Oman e India, che si trovano così fortemente legati alla Repubblica Islamica in un progetto di distribuzione del gas che potrebbe segnare un solco nella politica energetica mediorientale

    L’IRAN HA BISOGNO DI VENDERE – La mezzanotte del 24 Novembre scorso ha sancito il temporaneo fallimento circa il raggiungimento di un accordo tra Iran e “5+1” sul nucleare della Repubblica Islamica, prolungando il regime di sanzioni economiche che sta affliggendo il gigante mediorientale (per esempio, con un dimezzamento dell’export di petrolio da 2 a 1.1 milioni di barili al giorno).
    Questa difficile situazione politica ed economica ha costretto l’Iran a muoversi per trovare alternative valide in grado di soddisfare la sua enorme offerta di energia, in particolare di gas naturale; e come sempre accade, ha trovato attori pronti a cogliere un’occasione appetibile.

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    L’Iran stretto nella morsa delle sanzioni occidentali: si riuscirà mai a giungere ad un punto di svolta?

    Lo scorso 28 Febbraio, infatti, il Ministro degli Esteri iraniano Javad Zarif ha incontrato l’allora omologo indiano Salman Khrushid e il delegato omanita Yousif bin Alawai bin Abdullah per aprire un discorso formale sul progetto di un gasdotto dalla Repubblica Islamica a quella indiana, passando attraverso il piccolo Sultanato.

    I numeri sono imponenti: 5 miliardi di dollari per 1400 km di percorso, con 31 milioni di metri cubici di gas trasportati ogni giorno, stando all’iraniana PressTV.
    Accantonando il punto di vista di Teheran, che oltre ad ovvie considerazioni economiche richiederebbe analisi ben più approfondite circa i suoi rapporti di politica estera, il discorso è interessante se si analizzano le aspirazioni degli altri due attori, solitamente meno in voga nelle analisi di politica estera.

    L’OMAN DISOBBEDIENTE – Il primo, in ordine di “scorrimento” del gas, è l’Oman, visto che il gasdotto entro tre anni partirà dal giacimento di North Pars per arrivare, dopo aver attraversato la regione di Hormozgan, nel porto omanita di Sohar. Il coinvolgimento del piccolo Sultanato è da cercare essenzialmente nella sua politica regionale, chiaramente condizionata dall’Arabia Saudita e dalle politiche del Gulf Cooperation Council (GCC). Il punto di vista del fabbisogno energetico, infatti, non giustifica un tale investimento (l’Oman finanzierà la tratta e le infrastrutture collegate, come dichiarato dal Ministro iraniano del Petrolio, Bijan Namdar Zanganeh), visto peraltro che l’Oman già importa gas dal Qatar.

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    Tramonto sul porto omanita di Sohar

    Dunque, appare chiaro come l’appoggio economico (25 anni di accordo frutteranno 60 miliardi di dollari) all’Iran sia un’entrata in gamba tesa all’Arabia Saudita. Quest’ultima, anche per il solo fatto di avere riserve di petrolio e popolazione maggiori di quelle combinate di tutti gli altri membri del GCC, cerca di imporne le direttive in materia di politica estera: questo, fin dai tempi dalla Primavera Araba, ha significato un ambizioso piano di integrazione economica tra gli Stati del Golfo sul modello dell’UE e nel recente passato vuole un’opposizione ai recenti cambiamenti nella regione, tra i quali spicca il disgelo USA-Iran. Linea che, evidentemente, va stretta al Sultano omanita Qābūs.

    Oltre a ciò possiamo inserire il progetto del gasdotto in una serie di altri eventi che testimoniano un’azione politica dell’Oman volta a riabilitare internazionalmente l’Iran di Rouhani, succeduto ad Ahmadinejad nell’Agosto 2013: il ruolo della mediazione omanita nell’ospitare il dialogo tra USA e Iran in vista delle negoziazioni di Ginevra così come la serie di esercitazioni navali congiunte nel Golfo dell’Oman atte a migliorare la cooperazione bilaterale tra le due nazioni.
    Dunque, l’operazione potrebbe essere spiegata proprio come un tentativo di svincolarsi dalla stretta saudita, contando sul fatto che le relazioni con gli USA, al netto della violazione del divieto di commercio con l’Iran, sono comunque buone, come testimoniato dalla vendita di un sistema di difesa aereo da 2.1 miliardi di dollari effettuata dalla Raytheon Inc. ed annunciata durante la visita dell’anno scorso del Segretario di Stato John Kerry.

    IL BISOGNO INDIANO DI POTENZA ED ENERGIA – Come detto, l’altro attore è l’India, un Paese molto complesso e pieno di contraddizioni: cresce a tassi inferiori alla Cina, i quali non la mettono al sicuro dalla crescita demografica (si calcola che nei prossimi anni diventerà il paese più popoloso al mondo, non avendo una politica di controllo delle nascite); ha fallito la messa in sicurezza della sua rete energetica, essendo strutturalmente fragile e soprattutto antiquata; ha un lacerante disagio sociale, un nuovo Primo Ministro che spinge per forti cambiamenti (tra tutte una liberalizzazione estrema dell’economia a favore delle grandi corporation ma a sfavore del ceto medio) e un sistema giudiziario ed educativo derivante dalla legacy coloniale inglese.
    L’accordo sul gas si innesta in un ruolo internazionale ancora non ben definito. Per soddisfare le ulteriori ambizioni di crescita, infatti, l’India ha un estremo bisogno di energia, essenzialmente importata dall’esterno (addirittura il 75% del greggio consumato viene dall’estero). Secondo le stime dell’Agenzia Internazionale dell’Energia, il paese necessiterà di 190 milioni di metri cubici di gas naturale all’anno per il 2035: per un tale bisogno, è ovvia l’esigenza di diversificare le entrate, e soprattutto di assicurarsene di stabili.

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    L’India ha un estremo bisogno di energia!

    Due delle maggiori possibilità sono rappresentate dai gasdotti IPI (Iran-Pakistan-India) e MBI (Myanmar-Bangladesh-India). Dal punto di vista geopolitico, esse sono entrambe foriere di notevoli implicazioni politiche-economiche: da un lato ci sono richieste del Bangladesh in merito a cessioni di sovranità territoriali, insostenibili soprattutto per evitare di creare precedenti; dall’altro ci sono costi elevati imposti dal Pakistan sotto forma di tasse e tariffe. In questo senso, slegarsi da questi progetti sarebbe un vantaggi, in particolare da qualsiasi cosa riguardi accordi con il Pakistan, che dell’India è visto come il principale rivale. Tuttavia la possibilità di legarsi al gas iraniano via Oman rimane legata al disgelo dei rapporti con l’Occidente, perché questo eliminerebbe alcune sanzioni che rischiano di bloccare l’intero progetto.
    La scadenza per il raggiungimento di un accordo tra “5+1” e Iran è stata posticipata al 1 Marzo, per un’intesa di massima, e al 1 Luglio, per una di dettaglio. Non è certo se gli sforzi diplomatici, per allora, saranno in grado di trovare esito positivo; quel che certo invece è, è che India e Oman si augurano esattamente il contrario.

    Giovanni Gazzoli

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    Un chicco in più

    In realtà ci sarebbe anche un altro paese che godrebbe del apssaggio del gas naturale iraniano attraverso l’Oman: il Pakistan. Il progetto infatti è quello di portare il gas naturale via nave (come gas naturale liquido – LNG) dall’Oman al porto Pakistano di Gwadar, e da qui, dopo rigassificazione, verso la rete di distribuzione nazionale pakistana, anch’essa sempre a rischio deficit energetico. Il progetto è anche finanziato dalla Cina, che sta sviluppando il porto, e mostra come la partita riguardi sempre molti Paese, e dunque interessi, differenti.

    Per quanto riguarda l’Iran, il prossimo 17 Dicembre si incontreranno a Vienna le delegazioni della Repubblica Islamica e dei famosi 5+1, vale a dire i cinque stati membri del Consiglio di Sicurezza dell’ONU (USA, Russia, Cina, Francia e Gran Bretagna) più la Germania, per stendere i punti ancora irrisolti. I termini del rinvio sono stati esplicitati da Philip Hammond, Ministro degli Esteri britannico: per ora non ci saranno restrizioni al programma nucleare iraniano, e Teheran avrà libero accesso, ogni mese, a 700 milioni di dollari delle sue proprietà congelate dall’Occidente. Lo stesso Ministro commenta con un laconico “significativi progressi nei colloqui”, mentre Kerry sottolinea l’importanza del negoziato, “strumento più efficace per impedire all’Iran di avere l’atomica”. Un approfondimento sul tema è disponibile al seguente link:

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    Giovanni Gazzoli
    Giovanni Gazzoli

    Semplice telegrafista, con il cuore urgente pur battendo su un tasto solo. Nel passato Monza, nel presente Milano, nel futuro, chissà, il mondo intero. Amo il calcio, grazie al quale ho conosciuto la geopolitica: binomio anomalo, ma interessante, che ho approfondito nella mia tesi di laurea triennale. Mi piace scrivere, viaggiare e conoscere ciò che è diverso da me: una buona base di partenza per decidere cosa fare da grande.

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