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    Ndrangheta s.p.a. – Le donne tra emancipazione e sottomissione (II)

    In breve

    Dove si trova

    Puoi leggerlo in 4 min.

    È un dato ormai consolidato come la presenza delle donne nella Ndrangheta non sia più un elemento occasionale, ma, in risposta agli arresti su larga scala e nel solco del modello familiare originario, queste abbiano negli anni scalato i gradini dell’onorata società fino a raggiungere cariche di particolare rilievo, alle quali si accompagnano compiti e responsabilità un tempo inimmaginabili per un mondo tradizionalmente chiuso.

    Questo articolo fa parte di un più ampio progetto editoriale dedicato alla Ndrangheta nel XXI secolo. Rileggi qui la prima parte.

    AMBIGUITÀ DI FONDO FRA TRADIZIONE E REALTÀ – Il ruolo delle donne è fondamentale per la formazione e il consolidamento del potere mafioso. Queste, infatti, rappresentano le vestali del codice ndranghetista, svolgendo nella sfera privata quel ruolo di contenimento interno a garanzia della stretta osservanza delle regole. Il loro tradimento può esporre alla sanzione estrema, la morte, applicata spesso con le modalità più esemplari. La presenza femminile nell’organizzazione non è mai stata formalmente codificata, sebbene nella realtà dei fatti sia stata riscontrata l’esistenza di una loro apposita carica, la sorella d’omertà. La tradizione vieta loro espressamente veri e propri riti di iniziazione, sia perché considerate in grado di svolgere ruoli criminali in quanto biologicamente appartenenti alla ndrina, sia perché il loro giuramento di fedeltà alla Ndrangheta coincide col loro dovere di fedeltà coniugale. Eppure si ha testimonianza di alcune eccezioni che, in qualità di “candidate”, hanno dovuto comunque indossare i panni di un uomo nel corso del loro battesimo criminale.
    I processi di mutamento socio-culturali hanno tuttavia contribuito a modificare la posizione delle donne nell’architettura mafiosa, senza tuttavia pervenire a una completa “emancipazione femminile”, potenzialmente sovversiva dell’ordine secolare su cui si fondano le cosche. Per usare le parole della giornalista Ombretta Ingrascì, parlare di pseudo-emancipazione rende possibile cogliere tutte le ambiguità della condizione femminile nella mafia, che occupa uno spazio al confine tra responsabilità e vittimizzazione. L’ambiguità della loro presenza nell’organizzazione sta tutta nella “esclusione formale contrapposta a una partecipazione sostanziale” che ne caratterizza il cammino.

    FUNZIONI ‘ATTIVE’ E ‘PASSIVE’ – La partecipazione femminile è stata influenzata, da un lato, dall’adattamento ai nuovi mercati illeciti (in primis narcotraffico) e dalla reazione alle attività di contrasto dello Stato, dall’altro dai profondi mutamenti della condizione della donna nella società, soprattutto nel mercato del lavoro e nei costumi sociali. Il loro contributo alla causa mafiosa è divenuto nel tempo un oscuro connubio di funzioni attive e passive.
    Le prime riguardano l’assistenza ai latitanti e, principalmente, la trasmissione del codice culturale mafioso ai figli attraverso un processo educativo basato su disvalori come l’omertà, la vendetta e il disprezzo delle Istituzioni pubbliche, oltre al tramandarsi di un rigido modello di subordinazione femminile all’autorità maschile. La centralità della famiglia, luogo di incontro degli affetti, ma anche degli affari mafiosi, amplifica l’importanza delle figure femminili. La sociologa Renate Siebert ha introdotto il concetto di pedagogia della vendetta, per cui le donne si ergono a custodi dell’onore offeso dei propri uomini e la vendetta viene intesa come elemento cardine di un ordinamento giuridico alternativo a quello dello Stato, tanto più efficace quanto più impregnato di riferimenti simbolici che ne diano risonanza (tempi e luoghi della sua esecuzione, trasversalità).
    Le funzioni passive si concretizzano nella difesa della reputazione maschile e nel ruolo di pedine di scambio nelle politiche matrimoniali. Alle donne è perciò richiesto un comportamento sessuale “rispettoso”, pena la perdita dell’onore dei propri congiunti, condizionandone l’entrata nell’organizzazione o la carriera al suo interno. Gli uomini devono quindi esercitare uno stretto controllo, che si perpetua anche dal carcere attraverso gli “occhi del clan”: se l’uomo si dimostra infatti capace di mantenere un controllo totale sulle proprie donne, agli occhi dei propri sodali sarà capace di possederlo anche sul territorio. I matrimoni vengono spesso utilizzati per vertici organizzativi di grande rilievo e, attraverso questi, per rinsaldare alleanze o porre fine a faide intestine e creare nuovi importanti sodalizi.

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    TRASFORMAZIONI DI GENERE NEGLI EQUILIBRI CRIMINALI – Oggi siamo di fronte a una nuova generazione di donne, che si sono adeguate alla domanda mafiosa in nome dell’offerta, giocando un ruolo chiave in alcuni specifici settori illeciti quali il traffico di droga e il riciclaggio economico-finanziario, pervenendone al comando e alla gestione diretta prevalentemente quando la figura maschile è assente perché in carcere o latitante. E infatti la scalata dei ruoli emerge maggiormente nei periodi di vuoti di potere, quando le donne divengono indispensabili per dare continuità alle attività criminali delle ndrine, anche solo ricoprendo quel ruolo strategico di messaggere tra il carcere e l’esterno. Ennesima testimonianza di quella già citata “pseudo-emancipazione” che sottolinea la natura delegata e temporanea del potere femminile nella mafia. La sua concezione minoritaria ha per molti anni portato a una sottovalutazione della pericolosità delle donne mafiose. Le loro condanne spesso si sono ricondotte al mero reato di favoreggiamento personale, poiché erroneamente si considerava la partecipazione femminile come accidentale, senza considerare che, per portare avanti efficacemente determinati meccanismi illeciti, fosse indispensabile essere inseriti a tempo pieno nel gruppo criminale. Solo dal 2000 le condanne per associazione di stampo mafioso hanno abbattuto la logica delle categorie di genere e si è iniziato a far ricorso all’applicazione del cosiddetto carcere duro anche alle detenute.
    Ma le donne hanno un ruolo fondamentale anche nel pentitismo. Due sono le strade percorribili: rinnegare la scelta di chi collabora e rimanere fedeli al sistema mafioso o seguire la scelta del congiunto e abbandonare definitivamente la famiglia di appartenenza. Si capisce quindi il loro ruolo essenziale nel supportare, in termini pratici e psicologici, il collaboratore. Giovanni Falcone fu il primo ad aver riconosciuto quanto la figura femminile fosse determinante nel percorso di collaborazione di un “pentito”. Ma la vera minaccia oggi per la Ndrangheta si annida laddove madri, sorelle e figlie di uomini d’onore decidano di compiere questo passo in prima persona, non per fiducia nelle Istituzioni (che spesso anzi disprezzano), ma per il desiderio di liberarsi, di spianare una strada diversa per sé o per i propri figli. I mafiosi temono la scelta della collaborazione come fatto in sé, non soltanto il suo contenuto in termini di prova processuale, poiché la forza imitativa di una rottura manifesta e pubblica del gioco dell’omertà e della sopraffazione può svelare a tutti che davvero un’alternativa alle loro vite esiste e si può percorrere.

    Gianni Cavallo

    [box type=”shadow” align=”aligncenter” ] Un chicco in più

    Per chi volesse approfondire i temi trattati consigliamo le seguenti letture:

    Foto: Fiore S. Barbato

    Foto: Fiore S. Barbato

    Gianni Cavallo
    Gianni Cavallo

    Ufficiale dei Carabinieri dal 2004, laureato in Fisica presso l’Università “La Sapienza” di Roma con una tesi in astrofisica sulle polveri interstellari, attualmente laureando in “Scienza della sicurezza interna ed esterna” presso l’Università “Tor Vergata” di Roma con una tesi in diritto internazionale sulla questione di legittimità dell’attacco armato contro l’Isis in Siria ed Iraq. Passioni tante (viaggi, pittura, teatro, letture, musica tutta…dai Prodigy a Beethoven…e poi quella sottile vena di masochismo che mi porta per il calcio a tifare Roma), sempre in lotta con l’orologio e spesso con la valigia in mano, accompagnato da una profonda curiosità che mi fa sentire un po’ bambino un po’ scienziato. Se è vero che “la verità ama mascherarsi”, a me piace inseguire i suoi passi e cambiarmi d’abito, per raccogliere di volta in volta le sue confidenze dai volti che incontro, che osservo e che ascolto.
    Il contenuto dei miei articoli rispecchia le mie opinioni personali e non è in alcun modo riconducibile alle posizioni espresse dall’Arma dei Carabinieri.

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    1 commento

    1. Un grande ringraziamento a Gianluca Ceccagnoli, amico e collega, che ha redatto un brillante lavoro di analisi in merito.

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