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martedì 22 Settembre 2020
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    Chi vincerà al Cairo?

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    Il Giro del Mondo in 30 Caffè 2012 – A quasi un anno dall’anniversario dell’intifada egiziana (il 25 gennaio) che portò alla capitolazione dell’ex presidente Hosni Mubarak, l’Egitto è un paese che ha decisamente cambiato volto. I tre turni elettorali per il Majlis al Sha’ab (l’Assemblea del Popolo o Camera Bassa) hanno, infatti, sancito una clamorosa rivincita delle forze islamiste, sovrastando definitivamente l’identità ‘pan-arabista’ che Nasser aveva dato al paese oltre 50 anni fa

    VINCONO I FRATELLI MUSULMANI – Il Partito al-horreyya wa al-‘adala (Libertà e Giustizia) dei Fratelli Musulmani, seguito da al-Nour (la Luce) dei Salafiti, si appresta a occupare la maggioranza dei 498 seggi (circa il 45% per gli Ikhwan – i Fratelli – e il 25% per al-Nour). Il percorso per l’elezione dei membri del Majlis al-Shoura (la Camera Alta), anch’esso in tre turni, è cominciato il 23 gennaio ma già si prevede una replica dei risultati appena ottenuti. Tutto questo con buona pace delle forze politiche liberali e secolari, figlie della Rivoluzione del 2011, che da protagoniste del cambiamento si ritrovano adesso ai margini del quadro politico. La divisione che indeboliva queste ultime già prima del voto, inoltre, sembra essere adesso accentuata dalla divergenza interna tra chi vorrebbe percorrere la via del dialogo con gli islamisti e chi è invece chiuso in una perseverante islamofobia. I Fratelli Musulmani si sforzano di mostrare il loro volto moderato, hanno assicurato la libera espressione, la protezione delle minoranze cristiane copte nel paese, hanno una visione economica che non rifiuta il liberismo e non hanno chiuso le porte all’Occidente. Proprio negli ultimi giorni – anzi – il vice Segretario di Stato statunitense Burns ha incontrato i capi della Fratellanza nel loro quartiere generale al Cairo. Gli USA non vogliono evidentemente perdere il loro storico e principale alleato nella regione, uno dei due unici paesi arabi ad aver firmato la pace con Israele (l’altro è la Giordania). I Fratelli dal canto loro, in questo momento di grave crisi economica, non sono nelle condizioni di alienarsi il supporto economico statunitense. E se nel dibattito interno il rispetto degli accordi di Camp David rimane avvolto nel dubbio, secondo un comunicato del dipartimento di Stato americano la dirigenza degli Ikhwan avrebbe già assicurato l’America sul mantenimento della pace con Israele.

    E I SALAFITI? – La variabile salafita, invece, vera sorpresa del nuovo assetto politico, oltre a far paura all’Occidente per il suo linguaggio distante dai parametri della modernità politica (più votato, cioè, alla missione morale di salvare la società dalla decadenza), sembra essere una spina nel fianco anche per i Fratelli stessi, che – contrariamente ai primi – hanno sempre unito la predicazione al pragmatismo politico. È escluso, dunque, che ci possa essere un’alleanza tra i due attori, che insieme costituiscono circa i due terzi del parlamento; i Fratelli potrebbero invece puntare a formare una coalizione strategica con al-Wafd o con i liberali.

    IL RUOLO DEI MILITARI – La questione cruciale e largamente irrisolta all’interno del nuovo Egitto – ciò che rende ancora Piazza Tahrir un luogo di frammentazione e non di ricomposizione – è invece il ruolo che i militari avranno nel futuro del paese. Se l’intuizione strategica dell’esercito di proporsi come protettore e garante della rivoluzione di un anno fa era stata decisiva nell’assicurare ai militari la legittimità per guidare la transizione, essa è stata, tuttavia, disintegrata dalla scarsissima lungimiranza politica con cui il Consiglio Superiore delle Forze Armate ha governato il paese nei mesi successivi alla caduta del vecchio raìs. Limitazioni alla libertà di stampa e di espressione, perpetuazione di un sistema corrotto e abusi dei diritti umani sono stati la cifra della nuova amministrazione. Negli ultimi mesi sembra che la strategia dei militari sia stata quella di mantenere alto il livello d’insicurezza interna per ricattare le forze sociali avverse: mostrando che solo chi detiene il monopolio della forza può fornire sicurezza ai cittadini – e che, dunque, dei militari la società non può fare a meno – l’esercito ha cercato di placare l’ostilità della piazza nei suoi confronti. La formula tuttavia non ha funzionato: le forze rivoluzionarie sono tornate a manifestare a metà novembre per chiedere le dimissioni del presidente ad interim Tantawi, il disfacimento dell’alta giunta militare e la consegna immediata del paese nelle mani di un governo civile. I militari non hanno ancora ceduto alle richieste dei manifestanti, promettendo che abbandoneranno il potere soltanto il primo luglio 2012, dopo le elezioni presidenziali. Se l’ambizione recondita di trasformare l’Egitto in una sorta di dittatura militare sembra essere ormai sfumata dopo il voto (che ha invece palesato e legittimato il processo d’islamizzazione dello stato), la prospettiva di un ritiro definitivo delle forze armate dalla scena politica resta alquanto inconsistente. Proprio questo ha, infatti, spinto il candidato alla presidenza Mohammed El Baradei, ex numero uno dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica, a ritirarsi dalla corsa elettorale “fino a quando non saranno chiare le modalità di uscita di scena dei militari”.

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    INTESA ISLAMISTI – ESERCITO? – Il dubbio in realtà è che tra questi ultimi e i Fratelli Musulmani ci sia un’intesa informale. Dopo un’alternanza di rotture proclamate e riavvicinamenti, a novembre i Fratelli hanno formalmente preso le distanze dalla piazza che chiedeva lo scioglimento del Consiglio Superiore delle Forze Armate. L’obiettivo era quello di concentrarsi sulle elezioni ma proprio dopo il successo incassato alle urne i segni di un’alleanza fredda ma inevitabile sono emersi in modo più lampante: la Fratellanza sa che non potrà acquisire una legittimità durevole in uno stato d’insicurezza perenne, in cui i militari giocano un ruolo determinante. Questi ultimi sembrano aver accettato il condominio con gli islamisti, persino lasciando loro il ruolo di protagonisti. La condizione è ovviamente la conferma e messa in sicurezza degli immensi privilegi accumulati dalla casta militare fin dai tempi di Nasser.

    DIFFICOLTA' ECONOMICHE – Il consolidamento del binomio militari-islamisti resta in realtà nebuloso, prima di tutto per l’opposizione marcata di alcuni stessi membri del Partito Giustizia e Libertà. In secondo luogo esso dovrà vincere il braccio di ferro con la piazza che non è affatto rassegnata all’accettazione del nuovo status quo. C’è, infine, un fattore cruciale che sarà determinante per l’equilibrio del paese: mentre il conflitto sociale sta cronicizzando l’instabilità politica, la situazione economica si sta aggravando drammaticamente. Il debito estero egiziano ha ormai superato i 35 miliardi di dollari, con un incremento del 3,6% rispetto all’anno passato e lo stesso Ministero delle Finanze ha dichiarato nelle ultime settimane che il paese è a rischio default. Gli Stati Uniti hanno appena abbuonato un miliardo di dollari per il suo rimborso ma in realtà il debito estero non rappresenta che il 15-20% del debito totale egiziano. E’ il debito interno ciò che, infatti, più pesa sulle spalle del paese: il risultato di anni e anni di sperperi dell’amministrazione Mubarak. Del resto l’incertezza della stabilità politica rende il paese poco attraente agli investitori, oltre ad aver già profondamente danneggiato uno dei settori vitali per l’economia egiziana – il turismo – che in media rappresentava oltre il 10% delle entrate dello Stato e che nel 2010 dava lavoro ad un egiziano su sette. In un paese a forte crescita demografica, con un tasso di disoccupazione e di povertà elevatissimi, la situazione economica rischia di incollarsi all’instabilità politica trascinando il paese in una spirale assai vorticosa. Questa sarà probabilmente la vera sfida per le nuove forze islamiste: al di là delle aspettative di una restaurazione morale della dimensione pubblica, l’imperativo impellente per i futuri governi riguarda la crescita e lo sviluppo; questo a sua volta si traduci in una maggiore aderenza tra domanda politica e offerta politica. L’ampiezza di questo gap è stata per decenni letteralmente ignorata dalle élites al potere; queste ultime hanno, tuttavia, conosciuto quanto dirompente possa essere un milione di persone nel cuore del Cairo. Gli egiziani ormai conoscono bene la strada per piazza Tahrir ed è forse questo, sopra ogni altra cosa, ciò che la politica non può più permettersi di ignorare. Marina Calculli redazione@ilcaffegeopolitico.net

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    Il Caffè Geopolitico è una Associazione di Promozione Sociale. Dal 2009 parliamo di politica internazionale, per diffondere una conoscenza accessibile e aggiornata delle dinamiche geopolitiche che segnano il mondo che ci circonda.

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