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martedì 4 Agosto 2020
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    L’Islam politico e l’Europa

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    Oggi è indispensabile riconoscere l’esistenza di un complesso dibattito sul rapporto tra Islam e politica, più che mai in via di riconfigurazione. 

    In queste ore risulta arduo comprendere se, oltre al desiderio di vendetta, i due presunti attentatori Cherif e Said Kouachi si riconoscessero in un effettivo progetto politico, se e quanto i profili dei foreign fighters e dei lupi solitari in Europa, ma anche delle cellule organizzate, si possano inserire in un quadro di riferimento che si ispiri allo Stato Islamico e quanto invece la deriva jihadista dei singoli sia determinata da fattori individuali specifici.

    L’ISLAM TRA POLIS E POTERE – Analizzare gli attuali trend di pensiero e azione sul tema dell’Islam politico si rivela doveroso, considerato anche l’altissimo grado di strumentalizzazione al quale esso è esposto in Occidente come nel dār al-Islām, i territori a maggioranza musulmana.
    La questione del rapporto tra Islam e istituzioni politiche si riallaccia a dibattiti come quello sulla relazione tra Islam e democrazia e sull’universalità o relatività della concezione di quest’ultima, alla storia dei rapporti tra Islam e Occidente, al tema delle libertà individuali, nonché ad altri interrogativi sollevati con forza già dagli schieramenti riformisti e modernisti nel diciannovesimo secolo, nel quadro di un ripensamento dei modi di vivere l’Islam moderno tra tradizione e innovazione.
    Lungi dal costituire mere speculazioni dottrinali, questi interrogativi influiscono ancora oggi sulle religiosità di milioni di musulmani d’Occidente, che in Europa sono circa 17 milioni e in Francia rappresentano il 9% della popolazione.
    Affrontare il tema dell’Islam politico in Europa significa attribuire a tale dicitura due significati primari. Il primo è quello relativo ad un Islam calato nella polis, attivo nella società civile e inserito nelle cittadinanze europee con scopi e ruoli di vario tipo, non necessariamente spinto dall’obiettivo di accedere al potere politico comunemente detto. In questa accezione l’Islam politico è quello delle molteplici organizzazioni islamiche europee, quali in Italia l’Unione delle Comunità Islamiche d’Italia (UCOII) e in Francia quelle nate nell’alveo della Grande Moschea di Parigi, il Rassemblement des musulmans de France e l’Union des organisations islamiques de France.
    Esse costituiscono realtà di sostegno alla cittadinanza, mobilitazione caritatevole per le vittime di violenza o disastri all’estero e in patria, svolgono azioni di advocacy e intrattengono relazioni con le istituzioni statuali rivendicando una piena possibilità di manifestare il proprio credo, come nel caso dell’intricata questione della costruzione della moschea a Milano, città nella quale previsti 2 milioni di visitatori musulmani per Expo 2015.
    Nei giorni scorsi la reazione dell’UCOII è giunta già poche ore dopo l’assalto a Charlie Hebdo, per bocca del Presidente dell’organizzazione Izzeddin Elzir attraverso i media italiani, con un comunicato stampa e con la partecipazione alle manifestazioni di solidarietà al popolo francese davanti all’Ambasciata a Roma ed al Consolato a Milano.
    Oltre all’operato delle organizzazioni islamiche, anche la spesso discussa azione di alcuni intellettuali musulmani in Europa si rifà a questa prima accezione di Islam politico. Si pensi al contributo del ginevrino di origine egiziana Tariq Ramadan, nipote del fondatore dei Fratelli Musulmani Hasan al-Banna, professore di studi islamici in alcune università europee e presidente della European Muslim Network (EMN), che ha a sua volta condannato duramente il gesto mettendo però in guardia dal potenziale rinvigorimento dell’islamofobia latente in alcuni bacini sociali europei.

    http://gty.im/2759542

    Musulmani in preghiera davanti alla Grande Moschea di Parigi

    GLI ODIERNI ESPERIMENTI DI ISLAM POLITICO – In secondo luogo, parlare di Islam politico significa affrontare il tema dell’unione tra religione ed istituzioni statuali, tra fede e potere temporale. Esso è un aspetto della questione assai più complesso del primo ed ha attirato le riflessioni della comunità intellettuale musulmana già dal 632 d.C, anno della morte del profeta Muhammad.
    Proprio allora ebbero accesso al potere i primi califfi, da khilāfa, “successione”, in questo caso di Muhammad a capo della nascente comunità di credenti.
    E proprio il famigerato califfato dello Stato Islamico costituisce il progetto di Islam politico di cui oggi più spesso si parla.
    Alla fine del giugno scorso infatti, l’ISIS ha proclamato a Mosul l’istituzione del califfato con a capo Abu Bakr al-Baghdadi e la propria trasformazione in Stato Islamico.
    Nel quadro delle differenti concezioni di Islam politico, nel settembre successivo più di cento sapienti islamici provenienti da più Paesi sono stati i firmatari di una lettera aperta ad al-Baghdadi nel quale rifiutavano le interpretazioni del Corano e della Sunna fornite dai seguaci dell’ISIS e la persecuzione degli yazidi.
    Oggi e nei secoli scorsi infatti, non per tutti i musulmani l’Islam ha coinciso con dīn wa dawla, “religione e Stato”. Si pensi al pensiero del liberale egiziano scomparso due anni fa Muhammad Said al-Ashmawi, autore nel 1990 di un’opera che porta proprio il titolo L’Islam politico. Al-Ashmawi sosteneva, con altri, che la religione debba rappresentare soltanto il fondamento morale ed etico dello stato e che nell’Islam ci sia una linea netta e chiara di demarcazione tra l’azione divina e quella umana, quest’ultima incaricata del potere temporale.
    Ma già molti decenni prima un altro intellettuale egiziano,’Ali ‘Abd al-Raziq nel 1925 pubblicava L’Islam e le basi del potere, evidenziando come la confusione tra Islam e potere politico fosse stata voluta storicamente dai detentori del potere in funzione dei loro propri interessi e che nella Rivelazione musulmana non ci siano sufficienti elementi per sostenere che l’Islam indichi una determinata organizzazione della società e forma di potere. Il califfato si sarebbe quindi arrogato indebitamente, e nel caso dell’IS si arroga tuttora, il carattere di governo islamico per eccellenza.
    Assai diversa era invece la posizione del già citato Hasan al-Banna, fondatore nel 1928 in Egitto dei Fratelli Musulmani. L’insegnante di scuola primaria avvertiva di come l’Islam fosse l’Islam fede e culto, patria e nazionalità, religione e stato, spiritualità e azione, Libro e spada.
    Nonostante gli Ikhwan (Fratelli) abbiano sempre costituito un’organizzazione eterogenea, nella quale non tutti sono stati a favore di un diretto coinvolgimento del gruppo in politica, i Fratelli Musulmani costituiscono oggi, dopo il Califfato, la seconda concezione di Islam politico di cui più si dibatte.
    A completare il quadro dei maggiori esperimenti di Islam politico è poi il fenomeno Ennahda, il partito politico di matrice religiosa uscito sconfitto dalle ultime elezioni parlamentari in Tunisia dopo il successo del 2011.
    Si autodefinisce e viene definito islamico e non musulmano, accogliendo la consuetudine sempre più diffusa che distingue i musulmani, ovvero fedeli alla rivelazione dell’Islam, dagli islamici, credenti convinti della necessità della non separazione tra religione e politica.
    Come per le altre prospettive qui tracciate, anche seguire le prossime tappe dell’evoluzione storico-politica di Ennahda si rivelerà proficuo per l’Europa, in particolar modo considerando i consensi di cui il partito islamico moderato gode nel Vecchio Continente, avendo ad esempio battuto Nidaa’Tunis in Italia alle scorse parlamentari con un risultato che ribaltava quello conseguito in patria.

    FUTURO PROSSIMOIslam politico è oggi un concetto estremamente ampio, dislocato lungo un continuum formato dai diversi significati che individui, organizzazioni della società civile e partiti politici costituiti attribuiscono all’idea. Al di là della coincidenza tra religione e politica che alcuni auspicano ed altri paventano, certo è che oggi l’Islam rappresenta un soggetto politico concreto dotato di agency crescente, dal quale l’Europa difficilmente potrà prescindere tanto in politica interna quanto estera. 

    Sara Brzuszkiewicz

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    Un chicco in più

    Questo articolo è parte dello speciale Hot Spot – Europa e Islam contro il terrorismo, uno speciale a 360 gradi in cui 7 autori diversi analizzano vari aspetti a partire dai fatti di Parigi.

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    Foto: francisco_osorio

    Sara Brzuszkiewicz
    Sara Brzuszkiewicz

    Sono nata nel 1988 e ho cominciato a conoscere il mondo molto presto grazie a due folli amanti dei viaggi, i miei genitori. Laureata in Mediazione Linguistica e Culturale nel 2010 ed in Lingue e Culture per la Comunicazione e la Cooperazione Internazionale nel 2012, sono junior researcher su Nord Africa e Medio Oriente alla Fondazione Eni Enrico Mattei e dottoranda in Istituzioni e Politiche all’Università Cattolica di Milano. Nutro una smisurata passione per la lingua araba, una delle più ricche al mondo, e per la cultura arabo-musulmana in tutte le sue forme: dalla storia alla cucina, dalla geopolitica alla letteratura, dall’attualità alla danza orientale. Appena ho potuto, per migliorare il mio arabo o per piacere personale, ho viaggiato tra Egitto, Marocco, Siria, Tunisia, Emirati Arabi Uniti, Oman. Cittadina del mondo troppo sensibile, mi lego per sempre ad ogni luogo vissuto, che poi è immancabilmente difficile lasciare.

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