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giovedì 29 Luglio 2021

Metropolis – Parigi, la Ville Lumière tra nuove luci e antiche ombre

In breve

  • Tra crisi sociali e attacchi terroristici Parigi affronta da anni emergenze che hanno profondamente inciso sul tessuto e sull’anima della città.
  • La pandemia ha aggravato le problematiche esistenti, aumentando il divario tra centro e periferia e colpendo le fasce più deboli.
  • Il progetto “città in 15 minuti” punta a rivoluzionare la concezione urbana di Parigi, rendendola più vivibile, più green e a misura d’uomo.

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AnalisiFunestata dal terrorismo, dalle tensioni sociali dei Gilet Jaunes, dalle sue sconfinate periferie, Parigi era alla ricerca di una svolta già prima della pandemia. E se l’emergenza sanitaria ha accelerato le criticità esistenti, la Ville Lumière pensa già al mondo di domani, e al suo ruolo.

Seconda tappa di Metropolis, il viaggio del Caffè Geopolitico alla scoperta del futuro delle grandi città del pianeta. Dopo Roma, è la volta della capitale francese. Prossimo appuntamento giovedì 18 marzo con Londra.

“I nostri padri avevano una Parigi di pietra; i nostri figli ne avranno una di gesso

(Victor Hugo)

FLUCTUAT NEC MERGITUR

I dolori di Parigi hanno origini antiche. Nel corso degli ultimi anni attentati terroristici, crisi sociali tra centro e periferia, rapporti problematici con le minoranze, per non parlare di emergenze climatiche, disastri come l’incendio di Notre-Dame e, in ultimo, la pandemia, hanno reso complicata la vita della metropoli francese. Da tempo ormai troppo grande per essere solo una città, troppo piccola per farsi ancora baricentro di un Impero come grandeur transalpina vorrebbe. Come recita il motto latino della città, Parigi è sbattuta dalle onde ma non affonda. Eppure è stata messa a dura prova negli anni da numerosi test. Sin dalla perdita di un ruolo da protagonista con lo spostamento progressivo dell’asse di potere lontano dall’Europa, Parigi ha sofferto la mancanza di centralità di un tempo, senza mai tuttavia abbracciare un declino irreversibile. La capitale francese resta simbolo di cultura, eleganza e raffinatezza senza pari, in grado di esercitare un fascino irresistibile sui grandi nuovi ricchi del globo, sempre più interessati a frequentare le sue università, ad appropriarsi dei suoi marchi, ad accaparrarsi anche la sua squadra di calcio. Così simbolica nel bene quanto nel male, come testimoniato dall’accanimento jihadista degli ultimi anni, tale da macchiare di sangue Parigi ripetutamente, e tutta la Francia con essa. Forse non poteva essere altrimenti nella Patria degli ideali dell’Illuminismo e di un Paese che non si rassegna al ruolo di antica stella, che ostenta ferite non sanate con il cinismo di chi ragiona da superpotenza. Ferite sulle quali, però, la pandemia sparge sale.

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Fig. 1 – La pandemia ha svuotato le vie di Parigi

NUOVE CRISI

Particolarmente duri sono stati gli effetti della pandemia sui più giovani, studenti e lavoratori. Il loro tasso di disoccupazione ammonta a circa il 25%, due volte e mezzo quello nazionale, e il 31,5% di chi oggi ha tra i 16 e i 24 anni a Parigi soffre di problemi di depressione. Gli effetti più devastanti si sono avvertiti nelle turbolente banlieu che compongono l’hinterland parigino, vere e proprie città nella città dove da anni albergano risentimento, arretratezza e radicalizzazione. Grigny, comune alle porte meridionali di Parigi tristemente noto per gli orrendi palazzoni di case popolari, ha 30mila abitanti, di cui circa la metà sotto la soglia di povertà. Qui Parigi, con le sue luci e la sua arte, è più lontana che mai. Tanto da far lanciare al suo Sindaco un allarme sul possibile “tsunami sociale” pronto ad abbattersi sulla capitale. Sobborghi o quartieri come Clichy-sous-Bois, dove il 70% della popolazione è di origine straniera, o Saint-Denis, dove lavoro e opportunità scarseggiavano anche prima e la pandemia ha portato un’ulteriore ventata di povertà e rabbia. E sebbene i dati sul tasso di disoccupazione dell’ultimo quadrimestre del 2020 abbiano fatto registrare l’8%, non lontano dai livelli pre-crisi e dal 7% fissato da Macron a inizio mandato, lo scenario francese e parigino resta di estrema criticità. Nella sola capitale un settore cruciale come quello del mercato immobiliare ha subito una contrazione delle transazioni del 18%, dopo anni di crescita che avevano visto un incremento del 66% del valore degli appartamenti.

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Fig. 2Edilizia popolare nel sobborgo parigino di Clichy-sous-Bois

CITTÀ IN 15 MINUTI

La casa, autentica dannazione per la città che ospita più appartamenti in affitto su Airbnb in Europa dopo Londra, circa 35mila. Una quantità spropositata sottratta al mercato dei residenti, con il risultato già noto altrove di prezzi gonfiati alle stelle (10mila euro al metro quadro, in media) e fasce di popolazione espulse dal tessuto urbano. Anche per questo, e grazie allo smart working che si prevede porti le grandi aziende a rinunciare al 30% degli immobili sin qui occupati, si è riaperto il dibattito sulla conversione degli uffici in abitazioni private, in una città in cui i prezzi esorbitanti delle case, la stagnazione dei redditi e, in ultimo, la pandemia (che ha ridotto durante il 2020 del 20% gli abitanti nei mesi più duri) dominano la scena. La svolta per il futuro che Parigi vuol ritagliarsi potrebbe risiedere nell’ambizioso piano proposto dal Sindaco, Anne Hidalgo: la città in 15 minuti
Il cuore di questa idea è un totale ripensamento dell’assetto urbano tale da rendere ogni servizio essenziale a portata di mano del cittadino e raggiungibile in soli 15 minuti, in qualunque quartiere di Parigi, così da rendere la città meno inquinata e più vivibile, anche in periferia. Concepito prima dello scoppio della pandemia, ha promosso negli ultimi anni circa 8mila progetti, puntando alla realizzazione di circa 600 miglia di piste ciclabili, tanto che ad oggi la percentuale di parigini in possesso di un’auto è pari al 35%. Una rivoluzione green favorita anche dall’anomala ondata di caldo che nell’estate 2019 ha prodotto picchi fino a 42 gradi. Parigi cerca così di arginare la perdita di residenti, circa 12mila all’anno, rendendosi più a misura d’uomo, e lanciandosi come capofila mondiale nella lotta al riscaldamento globale, riducendo l’inquinamento e incrementando il verde cittadino. Il tentativo, faticoso, di ricucire il centro di Parigi con tutto ciò che si trova oltre il suo Peripherique passa anche attraverso la costruzione di 68 nuove stazioni della metro, per un totale di circa 200 chilometri di collegamenti urbani che consentiranno di includere anche chi è lontano dalle luci scintillanti della metropoli, strettamente connesso alla realizzazione di 70mila nuovi alloggi per rispondere alla crisi abitativa.
“Parigi non può essere una città per soli vincenti”, ha detto il Sindaco Hidalgo presentando il suo progetto. Non lo era neppure la Parigi di Victor Hugo o quella malinconica descritta da Woody Allen, tantomeno può esserlo questa, orfana sia di un regno che di una rivoluzione. Desiderosa però di lasciarsi alle spalle la violenza, la disintegrazione di sé degli ultimi anni. Un tentativo affannoso, seppur cosparso di glamour, di ricucire e sanare le proprie ferite, ricomporre fratture antiche per recuperare lo smalto appannato.
In questa eterna lotta tra nuove luci e antiche oscurità, in bilico tra un passato che non torna e un futuro incerto, Parigi sta cercando di ritagliarsi una nuova identità, sempre più leader nel campo della moda, dell’ambiente e ora anche capofila di una nuova concezione di città che assomiglia a una rivoluzione.
L’ennesima, per non perdere il senso di sé e ritrovare la propria anima.

Luca Cinciripini

Immagine in evidenza: Photo by Vedant Sharma is licensed under CC0

Luca Cinciripini
Luca Cinciripini

Nato nel 1991, laureato in Giurisprudenza e attualmente dottorando in Istituzioni e Politiche presso l’Università Cattolica di Milano. I miei interessi di ricerca sono concentrati in particolare sulle politiche di sicurezza e di difesa europee, i rapporti tra NATO e UE e la politica estera comunitaria. Da grande amante del mondo anglosassone, seguo anche tutte le vicende rilevanti della politica e della società britannica.

Ma, soprattutto, tre cose non possono mancare mai per me: l’Inter, il cinema e gli U2.

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