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    Il ritorno dell’Impero Ottomano

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    Il Giro del mondo in 30 caffè 2012 – Il 2011 è stato un anno pieno di clamori non solo per il mondo arabo e islamico, ma anche per la Turchia: Ankara è divenuto un modello di ispirazione per tanti regimi mediorientali nonché un player molto influente negli equilibri regionali e internazionali. Ma come si presenta oggi la Turchia al mondo intero? La tappa di oggi vi porta a conoscere un Paese che potrebbe diventare un’importante potenza regionale, ma che ancora deve decidere come risolvere alcune questioni cruciali per la propria politica estera

     

    LA POLITICA “NEO-OTTOMANA” DI ANKARA – La cara e vecchia Anatolia è un Paese che sta affrontando una transizione dalla tradizione kemalista – laica e militare – ad uno Stato che, sotto le spinte di un islam moderato, mira ad esibirsi al mondo come una nazione avanzata e occidentale. L’attuale establishment – incarnato nelle figure di Recep Tayyp Erdoðan (Primo Ministro), Ahmet Davutoðlu (Ministro degli Esteri) ed Abdullah Gül (Presidente della Repubblica) – punta a far divenire la Turchia un Paese moderno e pienamente democratico. Ankara è quantomai in piena evoluzione politica ed economica. Sotto la guida del Partito per la Giustizia e lo Sviluppo (AKP) la politica estera turca, basata sulla strategia “zero problemi con i vicini” promossa dal Ministro Davutoðlu, ha cercato di migliorare le relazioni diplomatiche, economiche e culturali e, al contempo, di rivitalizzare i tradizionali legami storico-culturali con tutti i Paesi vicini, assumendo così maggiore dinamismo nel Caucaso e nella regione mediorientale. Sulla base di interessi politici, economici ed energetici, in questi anni il governo turco è riuscito ad intessere una fitta rete di rapporti con i vicini mediorientali, i quali da nemici si sono progressivamente trasformati in partner regionali di rilievo. Insomma, Ankara si candida ad assumere un ruolo di medio-grande potenza regionale ed internazionale usando appunto il successo economico e l’influenza politica come strumenti di soft power per stabilire relazioni pacifiche e vantaggiose con i vicini, senza nascondere le proprie ambizioni “neo-ottomane”.

     

    L’APPROCCIO TURCO ALLE RIVOLTE ARABE – Se le rivolte nel mondo arabo, ed in particolare le crisi in Siria e Iran, hanno messo in discussione la politica e le strategie regionali del governo Erdoðan, Ankara ha comunque mostrato una certa flessibilità nell’adattarsi agli eventi e un’evidente abilità nell’inserirsi negli spazi precedentemente occupati da altri player regionali – come ad esempio l’Egitto –, divenendo un protagonista assoluto negli equilibri regionali e un punto di riferimento per i Paesi arabi. In quest’ottica, il ruolo di mediatore/stabilizzatore e il soft power adottati da Ankara sembrerebbero essersi rivelati parzialmente infruttuosi nelle principali questioni di crisi regionale: dai contrasti con Israele, Siria e Cipro, passando per la questione del nucleare iraniano e della polemica con la Francia relativamente al riconoscimento del genocidio degli armeni, fino al “problema” curdo. Inoltre, proprio alla prova del nove delle rivolte arabe, Ankara ha mostrato un certo atteggiamento ambivalente: infatti, se nel caso della Tunisia e dell’Egitto ha prontamente sostenuto le istanze popolari di cambiamento dei rispettivi regimi, nei confronti della crisi in Libia e in Siria ha dapprima mostrato tutta la sua contrarietà a qualsiasi forma di azione diplomatica e/o militare, per poi appoggiare, infine, le opposizioni e le iniziative internazionali nei due Paesi. In particolare, nel caso siriano l’ambiguità turca è stata più evidente per una serie di motivi interni ed esterni: l’estendersi delle rivolte siriane fino al confine meridionale turco, e quindi in pieno territorio curdo, tocca interessi strategici per Ankara, in quanto un possibile intreccio con la “questione curda” – viste anche le nuove ondate di violenze in tutto il Paese –  rischierebbe di far divenire quest’ultima ancor più un problema di rilevanza regionale. Alla luce di ciò, non sorprende che la Turchia nel caso siriano si dimostri più interessata a garantire un graduale cambiamento piuttosto che un regime change che aprirebbe una rischiosa fase d’incertezza anche per la sua stessa sicurezza interna.

     

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    L’ATTIVISMO INTERNAZIONALE – Avendo il processo di adesione all’Unione Europea subito un brusco rallentamento, il principale teatro di azione politica turca è divenuto principalmente il Medio Oriente. La politica estera estera turca, basata non più soltanto sul rapporto privilegiato con UE e USA, risulta sempre più caratterizzata da un attivismo in ambito internazionale che ne rende difficile un’affidabile e sicura prospettiva strategica. Tale attivismo lo si è nota, appunto, nell’ambito delle crisi con Siria e Iran, ma anche nella sfera dei rapporti con Israele, come dimostrato dalla crisi diplomatica per il noto caso della “Mavi Marmara” fino alle recenti dichiarazioni populiste contro Tel Aviv rilasciate da Erdoðan nel tour di settembre in Tunisia ed Egitto. L’atteggiamento di Ankara, dunque, appare mutevole a seconda degli scenari che gli si presentano e le sue capacità di adattamento e di flessibilità alle innumerevoli questioni di rilevanza internazionale paiono essere dettate più da ragioni ed esigenze di “Realpolitik” che da una precisa ambizione politica.

     

    UN MODELLO “TURCO” RIDIMENSIONATO – Nonostante lo sviluppo e la prosperità economica, il Paese rimane in lotta con il proprio passato e rischia anche nell’immediato futuro di rimanere in trincea se non si riuscirà a risolvere i propri problemi attraverso un processo di pacificazione nazionale promosso dalla politica. Restano molte le questioni spinose (libertà sociali e individuali, nuova Costituzione, derive populiste, etc.) e molte quelle legate alla “causa curda”, con evidenti conseguenze anche sugli equilibri regionali. Pur avendo dimostrato determinazione nel perseguire il proprio interesse nazionale, il Paese degli Stretti si è mostrato indeciso e contraddittorio nelle proprie azioni di politica estera. Pragmatismo e attivismo potrebbero non bastare per far fronte alle innumerevoli sfide regionali ed internazionali del nuovo anno.

     

    Giuseppe Dentice

    Redazione
    Redazionehttps://ilcaffegeopolitico.net

    Il Caffè Geopolitico è una Associazione di Promozione Sociale. Dal 2009 parliamo di politica internazionale, per diffondere una conoscenza accessibile e aggiornata delle dinamiche geopolitiche che segnano il mondo che ci circonda.

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