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    Se le discusse elezioni del 4 dicembre 2011 hanno creato le prime crepe nel sofisticato paradigma che ha permesso al sistema Russia di campare nell’ultimo decennio quelle del 4 marzo 2012, data in cui si saprà il nome di colui che governerà lo Stato più esteso al mondo nei prossimi sei anni, potranno avere la portata di un devastante terremoto, capace di guastare irreparabilmente la macchina del potere, quel gigante dai piedi d’argilla subentrato al PCUS che, fino ad ora, ha arginato e contenuto le forti spinte centrifughe da sempre espresse dalla società russa

     

    Da Mosca

    UNA POLTRONA PER UNO – Vincerà Vladimir Putin! Non si sa se al primo o al secondo turno. Le ammaestrate televisioni pubbliche stanno facendo il loro dovere e, per non sbagliare, esiste una legge dello Stato, regolante la suddivisione pre-elettorale degli spazi che i mass-media debbono e possono dedicare ai vari candidati, secondo cui non vi sono quote per la formazione politica del Presidente uscente. Come Raimondo Vianello ed Arrigo Sacchi nel 1994, popolari presentatori, sportivi, registi dispensano consigli agli elettori, il severo sguardo del futuro Presidente campeggia vigile su ogni emittente che si rispetti e ogni giorno emergono strani spot che equiparano il voto a Putin a una prima volta con un partner affidabile o rievocano nazionalisticamente i fasti della battaglia di Borodino, in cui peraltro le armate imperiali del Generale Kutuzov batterono in ritirata per andare ad incendiare Mosca privando così di provviste i francesi. Big Brother is watching you, si direbbe. Regolarmente sono inviati alle maggiori testate giornalistiche articoli firmati V. Putin (tenuti in grande considerazione) contenenti analisi, aperture, promesse come quelle sull’ipotetica istituzione di una tassa sul lusso e sul coinvolgimento della popolazione nel processo legislativo mediante internet; di articoli degli sfidanti nemmeno l’ombra. Ma perché tutta questa superflua pianificazione? Putin vincerebbe anche con una normale campagna elettorale. Non ci sono avversari, la piazza non ha un candidato e alla sola vera alternativa, Grigory Yavlinsky, leader del partito riformista e liberale Yabloko, è stato impedito di partecipare alla corsa per questioni procedurali; tutti i candidati eccetto l’oligarca Mihail Prokhorov sono consunti leader di partito che hanno già ampiamente dimostrato fedeltà a Putin nelle passate occasioni per poter restare sulla scena, quanto a Prokhorov molti, in Occidente, lo considerano indipendente visti i suoi conti in banca. Errore grossolano, in Russia più si è ricchi più si dipende dal Cremlino per tutelare la propria ricchezza.

     

    I SALOTTI E LA PIAZZA – La battaglia si combatte su più fronti ma l’armata è disunita: filosofi, artisti, scrittori lanciano, frustrati, da lussuose torri d’avorio, le loro intellettuali (e quindi poco comprensibili per la maggior parte dei dimostranti) invettive contro il putinismo; per le strade marciano vicini comunisti, nazionalisti, indigenti delle periferie, ricchi e fascinosi borghesi attenti all’abbinamento scarpe-accessori e muniti di costosissima apparecchiatura fotografica. Alcuni manifestano per i loro ideali, altri per un pugno di rubli in più al mese, altri ancora perchè nella Mosca di oggi manifestare fa tendenza, del resto gli occidentali, modello per i giovani moscoviti benestanti, lo fanno spesso e volentieri. Minimo comune denominatore di queste disarmoniche iniziative sono il malcontento e l’insofferenza verso la classe politica che sta amministrando il paese, nessuna proposta concreta, solo rabbia verso quello che l’avvocato nazionalista Alexey Navalny ha definito “il partito dei ladri e truffatori”. Rabbia dei poveri per dove finiscono i petrodollari, rabbia dei moscoviti benestanti per i supposti brogli elettorali dicembrini, rabbia dei nazionalisti per le troppe attenzioni date al Caucaso e rabbia dei comunisti per le fortune degli oligarchi capitalisti tanto vicini al Cremlino. Vladimir Putin, che è eccellente stratega, sta sfruttando queste spaccature per delegittimare ulteriormente le opposizioni, celebri sono le dimostrazioni in suo favore create ad arte al momento giusto nei luoghi più in vista delle città e l’accostamento degli avversari a fantomatiche cospirazioni statunitensi degne degli anni di Breznev e Reagan. Recentemente aspre polemiche hanno riguardato l’incontro di routine tra i leader di alcuni partiti russi e il nuovo Ambasciatore americano a Mosca e, dal clan del futuro presidente, sono partite minacce di un futuro imponente riarmo per fronteggiare le ingerenze occidentali (nonostante gli arsenali stiano marcendo nei depositi e il Pil della Russia sia non troppo superiore a quello italiano). Probabilmente la vittoria arriverà al primo turno.

     

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    NUVOLE NERE SI ADDENSANO – Dopo il voto Vladimir Putin si renderà protagonista di una svolta autoritaria, si tenterà di aumentare pensioni, salari minimi e sussidi per evitare che il disagio dei più poveri si sommi alle richieste di apertura della colta classe media urbana (che rimarranno inascoltate), si apporteranno piccoli correttivi al sistema per tapparne le falle più evidenti (sarà per esempio ripristinata l’elezione diretta dei governatori regionali, che oggi sono scelti a tavolino a Mosca), si reprimerà ogni voce critica troppo pericolosa, scompariranno quei pochi meccanismi apparentemente democratici della prima Russia postcomunista. Con la sua esigua popolazione in rapporto alle sue risorse naturali lo Stato più vasto al mondo sarebbe potenzialmente in grado di consentire ai suoi abitanti standard di vita elevatissimi. I poveri russi sono il 17% della popolazione e nella maggior parte delle campagne poco è cambiato, quanto a stile di vita, dall’epoca imperiale, i lavoratori non qualificati guadagnano lo stretto necessario per sopravvivere e la maggior parte dei pensionati si trova a fronteggiare quotidianamente i medesimi problemi; di qui a poco, se la situazione resterà sostanzialmente immutata, milioni di persone oltrepasseranno la soglia di sopportazione, trattasi di una bomba ad orologeria che potrebbe esplodere molto presto, non c’è margine per un dialogo e la storia ci insegna che i russi, se uniti, non hanno paura della rivoluzione. Se il potere sarà abile nell’applicare il principio divide et impera la situazione resterà statica e il prossimo Presidente manterrà il controllo, in caso contrario sarà caos. Il gioco che si sta giocando è davvero, davvero rischioso.

    Vittorio Maiorana
    Vittorio Maiorana

    Dopo aver studiato per sei mesi in Polonia mi sono trasferito in Russia. Qui, visitando infinite volte il mausoleo di Lenin sulla Piazza Rossa, frequentando oligarchi e mafiosi, viaggiando per tutta l’ex Unione Sovietica ed approfondendo la conoscenza della lingua e cultura russe, del ʺsistema Russiaʺ e dell’intreccio post-sovietico di relazioni internazionali, ho capito che, malgrado gli autoritarismi e le debolezze economiche ed istituzionali, il paese più grande del mondo, la cui sovranità è ancora piuttosto integra, è e sarà certamente attore chiave nella determinazione futura degli equilibri di potere mondiali.

    Nel mentre, ho conseguito la laurea magistrale in giurisprudenza presso l’Università degli Studi di Torino e sono fondatore e Segretario dell’Osservatorio Asia Orientale (OAO), associazione culturale torinese volta all’organizzazione di eventi tematici ed alla divulgazione di un’informazione libera e completa che permetta di spiegare le complesse dinamiche della regione. Tema centrale dei miei studi è il diritto internazionale dell’economia, in particolare per quanto riguarda i processi di globalizzazione commerciale e produttiva ed i loro risvolti sul tessuto economico e sociale.

    Sono lettore accanito di Free Trade Agreements, di Dostoevskij, Turgenev e Goethe. Vedo con scetticismo la crisi economica e la inesorabile perdita di sovranità degli stati europei in nome di ideali foschi e poco condivisi. Scrivo per Il Caffè Geopolitico perchè fa un’informazione indipendente, vera e non propagandistica. Perchè il lettore non vuole un’opinione preconfezionata, sa interpretare i fatti da sé. Perchè la fabbrica del consenso deve fallire al più presto possibile.

     

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