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    Il risveglio della Mitteleuropa

    In breve

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    Fino a pochi anni fa considerata un tema da manuali di storia o una mera categoria letteraria, oggi la Mitteleuropa ritorna, a quasi un secolo di distanza, alla ribalta quale luogo geopolitico di primaria importanza per le dinamiche non soltanto europee. Cerchiamo di capire perché l’Europa centro-orientale è un tassello indispensabile della nuova Ostpolitik della Germania, a partire dal legame con Varsavia.

    DOVE COMINCIA E DOVE FINISCE LA MITTELEUROPA – Definire in maniera chiara e univoca i confini della Mitteleuropa non è facile, trattandosi di un concetto elusivo. Il “nocciolo duro” della Mitteleuropa, che trova d’accordo la quasi totalità degli analisti e degli studiosi, è composto da otto Paesi: oltre alla Germania, vi fanno parte Austria, Svizzera, Polonia, Slovenia, Repubblica ceca, Slovacchia e Ungheria (tralasciando il Liechtenstein). A questi la maggior parte degli studiosi aggiunge sovente la Croazia e le tre Repubbliche baltiche: Estonia, Lituania e Lettonia. Alcuni, in maniera discutibile, si spingono a includere nell’area anche Romania (ponte tra Europa centro-orientale ed Europa orientale), Serbia, Bulgaria e Ucraina. A sostegno di questa concezione, quale sinonimo di Mitteleuropa vediamo adoperato il termine “Europa danubiana“: un’area geografica che comprende i dieci Paesi bagnati dal Danubio, in pratica dalla Germania all’Ucraina, passando per Austria, Slovacchia, Ungheria, Croazia, Serbia, Bulgaria, Romania, Moldavia e Ucraina. Dei Paesi presi in considerazione non fanno parte dell’Unione europea la Svizzera (per ovvi motivi), la Serbia (negoziati avviati nel 2014), l’Ucraina e la Moldavia (situazione fluida).

    DALL’URSS ALL’UNIONE EUROPEA, IL RISVEGLIO STRATEGICO – In circa 13 anni, tra la dissoluzione dell’ex impero Sovietico, databile 1990-1991, e l’allargamento dell’Unione europea ai Paesi dell’Europa centro-orientale nel maggio del 2004, assistiamo a un rapido passaggio delle economie “danubiane” al sistema di produzione capitalistico occidentale, con performance nel complesso degne di rilievo. Il dissolversi dell’URSS e l’entrata nell’Unione europea significano soprattutto la rinnovata consapevolezza da parte degli Stati centro-orientali della propria importanza strategica, non ricoprendo più questi il ruolo secondario di semplice area periferica tra il nucleo sovietico e i Paesi NATO. Con il processo di allargamento dell’Unione ormai giunto, con 28 Stati, a lambire i confini russi (se escludiamo l’enclave di Kaliningrad, l’Unione per mezzo delle tre Repubbliche baltiche e della Finlandia si trova già a condividere frontiere con Mosca), è comprensibile che Bielorussia e Ucraina siano oggi l’epicentro di tensioni convergenti tra Bruxelles e Mosca. Proprio la mancata adesione di Kiev all’accordo di associazione con l’UE, sotto forti pressioni economiche e politiche di Mosca, portò alle prime grandi proteste da parte soprattutto di giovani europeisti nel gennaio 2014 e alla dimissioni del premier Janukovyč, sfociando in breve nella crisi ucraina che dura fino ai giorni nostri. Possiamo parlare quindi di vero “risveglio strategico” della Mitteleuropa e comprendiamo perché, chi vanta solidi legami storico-culturali con quest’area, potrà senz’altro trarne importanti benefici, come pare aver capito la Germania.

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    Un’immagine di Budapest, affacciata sulle rive del Danubio

    QUANTO VALE LA MITTELEUROPA PER BERLINO – Gli ultimi dati disponibili riguardo alle esportazioni di Berlino, provenienti dal Ranking of Germany’s trading partners in Foreign Trade pubblicato dall’Ufficio federale di Statistica lo scorso ottobre, ci mostrano quanto effettivamente valga la Mitteleuropa (Bulgaria, Serbia e Ucraina escluse) per la Germania in termini di esportazioni. L’area dell’Europa centro-orientale equivale nel 2013 al 20,6% (circa 225 miliardi di euro) dell’export tedesco, sorprendentemente al livello di Paesi quali India, Brasile, Sud Africa, Vietnam, Arabia Saudita ed Egitto. In effetti i livelli di export tedeschi verso l’Europa centro-orientale hanno toccato picchi considerevoli: basti constatare che la Repubblica ceca (2,8%) vale quanto Stati del calibro di India, Canada e Sud Africa messi insieme; la sola Ungheria quanto il Giappone (1,6%); la Slovacchia (0,97%) equivale al gigante Brasile; la piccola Slovenia (0,37%) alla ricchissima Arabia Saudita; la Croazia (0,18%) all’intero Vietnam; le tre Repubbliche baltiche insieme (0,5%) equivalgono circa a Israele ed Egitto uniti. Se passiamo ad analizzare gli IDE (investimenti diretti esteri) in uscita, la Germania nel 2011 (purtroppo l’ultimo dato OECD completo disponibile) detiene circa 125 miliardi di euro di IDE nei Paesi dell’Europa centro-orientale. Come metro di paragone possiamo indicare gli investimenti tedeschi nel 2011 in altre aree geografiche: Nord America a quota 180 miliardi di euro, Sud America a 18,4 miliardi di euro, Asia a 167,6 miliardi di euro, Federazione russa 17 miliardi di euro, Africa 8,2 miliardi di euro, mentre Australia e Nuova Zelanda valgono 10,69 miliardi di euro. Si tratta di dati, quindi, ancora relativamente contenuti. Basti pensare che il solo Granducato di Lussemburgo deteneva nel 2011 circa 78,5 miliardi di euro di investimenti diretti tedeschi e il Regno Unito ben 97 miliardi. Tuttavia, se si considera che l’Asia accoglie circa 170 miliardi di euro di investimenti tedeschi, la quota detenuta dalla Mitteleuropa non è risibile.

    I confini ideali della Mitteleuropa
    I confini ideali della Mitteleuropa

    VARSAVIA-BERLINO, TRA COMMERCIO E DIFESA – Tra i maggiori partner regionali un posto di primo piano spetta alla Polonia. Demograficamente il Paese più rilevante dell’area Mitteleuropea (dopo la Germania stessa), con circa 39 milioni di abitanti ha un’economia che sta crescendo a ritmi elevati. Il PIL polacco non ha subito eccessivamente gli effetti della crisi ed è andato crescendo nel 2009 del 2,6%, nel 2010 del 3,7% e nel 2011 del 4,8%, mentre per il 2014 le ultime stime Eurostat parlano di una crescita pari al 3,4%. Nel 2014, anche a causa delle forte tensioni generatesi in Ucraina, Varsavia ha superato Mosca a livello di destinazione dell’export tedesco, (3,9% contro 3,2% di Mosca, circa 42 miliardi di euro contro 36). Per quanto riguarda la difesa e la sicurezzale Forze Armate polacche ammontano a circa 122mila effettivi, in quinta posizione nell’UE con la Spagna, dopo Francia (215mila) Regno Unito (191mila), Germania (182mila) ed Italia (179mila). Gli equipaggiamenti in dotazione sono migliorati notevolmente dall’adesione alla NATO (1999) e la Polonia ha investito nel 2014 circa l’1,95% del proprio budget per la Difesa (soprattutto andando a pescare nel Made in Germany). Sono stati acquistati, tra l’altro, caccia F-16 statunitensi, aerei tattici da trasporto EADS C-295 spagnoli, carri Leopard 2 e sottomarini classe Kobben tedeschi, missili ATGM israeliani, elicotteri CSAR Sikorsky (a questi vanno ovviamente aggiunti i gloriosi armamenti sovietici: sottomarini classe Kilo, caccia Mig-29 e Su-22).
    Insomma, Varsavia annovera tra i punti di forza l’immagine di un vasto mercato in espansione, un settore Difesa relativamente sviluppato e un quadro istituzionale stabile, non ultimo grazie a politici di spessore, quali Donald Tusk, ex Primo Ministro dal 2007 al 2014 e ora alla presidenza del Consiglio europeo. Da quanto detto si evince che le relazioni tra Varsavia e Berlino sono, ad oggi, sempre più strette e meritano sicuramente futuri approfondimenti.

    Valerio Alfonso Bruno

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    Un chicco in più

    Se c’è un’Europa che ancora fa fatica a ripartire con slancio, ce n’è un’altra la cui economia non ha risentito particolarmente degli effetti della crisi. La Polonia è l’economia più grande della Mitteleuropa ed è meta di ingenti investimenti dall’Europa occidentale: non solo la Germania, ma anche l’Italia (pensiamo alla FIAT o al settore finanziario, grazie alla presenza di UniCredit).

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    Valerio Alfonso Bruno
    Valerio Alfonso Bruno

    Nato a Napoli nel 1985, sono laureato in Filosofia, che ho studiato a Napoli e Parigi, ed ho ottenuto nel 2012 un Master in Relazioni Internazionali presso l’Alta Scuola di Economia e Relazioni Internazionali dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, con un progetto sull’impatto della crisi economica globale in Israele. Sempre presso l’Università Cattolica di Milano svolgo un dottorato in “Istituzioni e Politiche”, interessandomi a tematiche legate alla leadership nell’Unione europea, competitività economica e analisi di politiche per lo sviluppo. Ho avuto modo, negli anni, di effettuare esperienze professionali presso la Camera del Commercio e dell’Industria Israele-Italia di Tel Aviv, la Commissione europea e l’ITU dell’ONU.

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