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martedì 24 Novembre 2020
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    Maledetta Primavera

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    Il “ristretto” di oggi giunge dopo un week-end carico di colpi di scena e di violenze negli scenari di guerra aperta che ci accompagnano da tempo. Con l’Europa impegnata sul fronte economico e nella ridiscussione della Politica Estera di Sicurezza Comune, Mario Monti lascia il continente alla volta dell’estremo oriente, in cerca di investimenti. Le primarie repubblicane negli Stati Uniti sembrano ormai un’inutile sfida all’ultimo sangue mentre Papa Benedetto XVI parte alla volta del Centro-America. Afghanistan e Pakistan sempre in bilico e in primo piano in Asia mentre il Medio-Oriente continua a bruciare tra la guerra civile a Damasco e quella segreta in Yemen

     

    EUROPA

    Giovedì 22 – Mentre impazza il toto-nomi per il nuovo Presidente dell’Eurogruppo, con J.C. Juncker schierato a favore di Monti e Angela Merkel a sostenere Wolfgang Schauble, si riuniscono il Consiglio di governo e quello generale della Banca Centrale Europea. L’incontro sarà l’occasione per testare la reale considerazione delle possibilità di crescita per i paesi in difficoltà, per stabilire una road-map economica per la Grecia e tirare le somme sulla situazione spagnola. Non ci sarà probabilmente più spazio per aiuti come in passato, come ha già anticipato il consigliere BCE Erkki Liikanen:”Abbiamo fatto molto. La Bce ha fatto la sua parte. Ora i governi devono fare la loro”.

     

    Giovedì 22-Venerdì 23 – I Ministri della Difesa dei 27 membri dell’Unione si riuniscono a Bruxelles nel Consiglio per gli Affari Esteri per un bilancio complessivo delle missioni ATALANTA e EUTM in Somalia ed EUFOR Althea in Bosnia-Erzegovina. I ministri dovranno anche valutare l’impatto della revisione strategica da parte della difesa statunitense sullo scenario euro-mediterraneo. Venerdì mattina è previsto un meeting ministeriale con le controparti turche per discutere un approccio comune alle attuali sfide in medio-oriente, i paesi candidati saranno inoltre presenti ai dibattiti. Bielorussia e Siria i temi scottanti sul tavolo, mentre si cercherà di implementare una politica più integrata nei confronti del Sahel per garantire condizioni di pace, stabilità e e sicurezza.

     

    Domenica 25 – Partirà nel fine settimana il grand tour orientale del Presidente del Consiglio italiano Mario Monti che in 9 giorni toccherà Giappone, Corea del Sud e Cina, per cercare nuove partnership strategiche per la ripresa dell’economia nostrana. Ne parleremo in dettaglio nel prossimo “ristretto”, ma il lungo viaggio si pone come una delle tante “imprese” del professore prestato a Palazzo Chigi, un evento ricco di opportunità e di promesse. Sicura la partecipazione al Vertice di Bo’ao, località costiera della provincia di Hainan, considerata la Davos d’Asia. Chissà che nella fittissima agenda del premier non rientri una visita dell’ultim’ora in India, che sembra diventata ormai l’estero vicino di Roma in seguito al rapimento di due connazionali da parte dei guerriglieri naxaliti-maoisti in Orissa.

     

    AMERICHE

    Martedì 20-Sabato 24 – Open Convention, l’incubo repubblicano per eccellenza ha un nome e un lontano precedente, nel novero delle nomine scontate in quel di Tampa, dove di solito il G.O.P. arriva già con il suo uomo forte. Fu l’acre campagna tra Gerald Ford e Ronald Reagan nel 1976 a portare l’anno dopo il democratico Jimmy Carter alla Casa Bianca, nel 2012 potrebbe toccare invece a “Mitt e il Santo”, così ormai Romney e Santorum sulla stampa usa, lasciare il passo al secondo mandato Obama-Biden. Martedì l’Illinois sembra votato al mormone Romney, mentre sabato in Louisiana dovrebbe confermarsi il southern comfort di Santorum, anche se il testa a testa rimane comunque la previsione più scontata. La soglia anelata dei 1.144 delegati, necessaria per ottenere la nomination a Tampa, è ben lontana dai 495 di Mitt, ancor di più dai 252 del Santo. Appare chiara invece la tattica del dimenticato Gingrich, convinto ormai a restare in gara per dare fastidio ai due sfidanti, mentre Obama si gode lo spettacolo forte di alte percentuali di gradimento paragonabili agli albori della sua presidenza.

     

    Venerdì 23 – Papa Benedetto XVI si recherà in visita ufficiale in Messico e a Cuba, ofrendosi di portare un messaggio di pace e di speranza in regioni minate dall’escalation di violenza e dal degrado della povertà diffusa. Mentre la fede cattolica è ampiamente praticata in Messico, dove tradizione popolare si mescola con i dogmi di Roma, Cuba è al centro di quella che Jaime Ortega y Alamino, arcivescovo dell’Avana, definisce “primavera della Chiesa“. Confermate le indiscrezioni che davano in programma un incontro tra Joseph Ratzinger e i fratelli Castro, ma sarà semplicemente l’occasione di ridiscutere il rapporto Chiesa-Stato-Partito nell’isola caraibica. L’influenza di San Pietro ha già permesso la liberazione di 3.000 prigionieri per indulto e la scarcerazione dei 126 detenuti d’opinione indicati da Amnesty International.

     

    VENEZUELA – Non calano le polemiche sulla patria di Chávez, nemmeno dopo il suo ritorno dopo l’ennesima operazione a Cuba. Dopo l’espulsione, qualce tempo fa, della console venezuelana da Miami per un complotto, stavolta tocca al Console cileno Fernando Berendique, piangere la figlia Karen, uccisa per aver infranto un blocco stradale della polizia a Maracaibo. 12 arresti e scuse ufficiali al diplomatico cileno, servono solamente ad alzare l’attenzione sul grave deficit di sicurezza che colpisce il paese, gli omicidi nel 2011 hanno raggiunto la cifra impressionante di 19.000. Più volte i rappresentanti diplomatici oispiti a Caracas sono stati al centro di vicende misteriose, come ad esempio il sequestro lampo dell’ambasciatore messicano e moglie e il ferimento pochi mesi fa dello stesso console cileno.

     

    AFRICA

    Lunedì 19 – C’è attesa in Guinea-Bissau per l’esito delle elezioni presidenziali svoltesi nella giornata di domenica con un’affluenza alle urne di molto al di sotto delle aspettative. Gli elettori delle classi meno agiate sembrano ormai stanchi degli abusi e delle ruberie delle autorità statali e dei conflitti interetnici e locali, mentre tutti e 9 i candidati promettevano stabilità e progresso. Il frontrunner sembra essere l’ex premier Carlos Domingues Gomes Jùnior, dimessosi proprio per ottenere la nomina del Partito Africano per l’Indipendenza di Guinea e Capo Verde. Lo sfidante più quotatato è invece l’ex Presidente Kumba Yala, destituito nel 2003 da un colpo di stato ha mantenuto buoni rapporti con l’elite militare l’etnia maggioritaria dei Balanta. La vera ragione della competizione elettorale sembra però essere il traffico di cocaina nelle acque territoriali, che vanta un ritorno di circa 1 milione di dollari nelle tasche dei cartelli sudamericani.

     

    Domenica 25 – E’ ormai giunta alla resa dei conti la lunga sfida senza esclusione di colpi tra l’ottuagenario presidente Abdoulaye Wade e l’ex pupillo Macky Sall, costretto alle dimissioni da Presidente del Parlamento dopo contrasti con la leadership del PDS. I due competitors hanno battagliato per accaparrarsi i voti destinati agli sfidanti esclusi dal ballottaggio, che se uniti garantirebbero un 30% di consensi e una facile vittoria. Se Wade sembra sicuro di garantire al figlio Karim un roseo futuro al potere, la voglia di cambiamento dell’opinione pubblica giovanile sembra favorire l’ex-pupillo Sall, solo il tempo ci dirà chi dei due avrà la meglio.

     

    MALI – Mentre i profughi della guerra civile tra ribelli Tuareg e governo centrale si concentrano in Algeria, dove sarebbero già più di 30.000, torna anche la carestia a mettere a rischio l’esistenza dei più deboli, i bambini. L’UNICEF ha lanciato l’allarme, su 119 milioni di dollari richiesti per affrontare la piaga, ne sono stati stanziati solo 24 per tutto il Sahel. Nelle regioni settentrionali del Mali, gli strike aerei condotti da piloti ucraini e americani, avrebbero provocato lo sfollamento di 72.000 civili, che vagano nelle zone aride in cerca di un rifugio dalla guerra ormai dichiarata. Con il Presidente Amadou Toumani Toure intenzionato a lasciare il potere entro il 29 Aprile, data delle elezioni, le forze di sicurezza non sembrano intenzionate a condurre da sole la lotta contro la secessione dell’Azawad. Giacimenti di petrolio, depositi aurei e uranio formano il cocktail perfetto per stuzzicare gli interessi e i contingenti stranieri nel paese, in realtà già mobilitati da tempo nel conflitto.

     

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    ASIA

    Lunedì 19 – Mentre proseguono le polemiche per le indagini sulla strage di Kandahar, torna la solita routine in Afghanistan, con 6 militari italiani che hanno rischiato la vita dopo essere rimasti intrappolati nel loro Lince in fiamme. Sul fronte internazionale è atteso a Washington il Ministro degli Esteri di Kabul, Zalmay Rassou, chiamato a negoziare con Hillary Clinton l’accordo di patrnership strategica che regolerà i rapporti bilaterali dopo il 2014. Il colloquio ministeriale giunge nel peggiro periodo possibile per gli Stati Uniti, che dopo i recenti scandali, saranno costretti a cedere qualcosa al governo afghano, per salvare almeno la faccia di superpotenza amica. Sembra proprio questa la strategia di Hamid Karzai, consapevole della precarietà del suo trono, destinato a traballare ancor di più nel giorno in cui l’ultimo soldato americano avrà lasciato il paese.

     

    Mercoledì 21‘Hanno rovinato la vostra economia e il vostro mondo, nonche’ distrutto il vostro futuro. Cosa state aspettando? Prendete esempio dai vostri fratelli in Tunisia, Egitto, Libia, Yemen e Siria che si ribellano contro l’oppressione e gli oppressori”. No, non sono le parole di un giovane di piazza Tahrir ai suoi coetanei pakistani, è il leader di Al Qaeda in persona, Ayman Al-Zawahiri che parla. Oltre alla crisi di credibilità per i rapporti con USA e NATO, la sentenza di mercoledì dell’Alta Corte di Lahore sul premier Yousuf Raza Gilani e i contrasti tra il Presidente Ali Zardari e i militari, mancava solo la fatwa islamica per eclissare la mezza luna di Islamabad. Il paese è veramente al centro del ciclone, conteso tra Stati Uniti e network estremisti, Clan Haqqani e TTP in primis, schiacciato tra la guerra in Afghanistan e l’acerrimo nemico indiano. Lo stesso premier Gilani si è detto “pronto a lasciare il governo se questo dovesse risolvere la situazione“, ma l’offerta non sembra allettare granchè né i colleghi né l’elite militare.

     

    BIRMANIA – Aung San Suu Kyi sembra non avere più paura della repressione dell’elite militare birmana e le folle oceaniche che assistono ai suoi comizi potrebbero non essere l’unica ragione. Proprio durante un discorso elettorale nei pressi della città di Lashio, nella parte nord-est del paese, la paladina della democrazia e della libertà ha chiesto alla minoranza cinese di votare per il suo partito giurando amicizia a Pechino. “Finché abbiamo avuto un governo democratico, abbiamo sempre avuto buoni rapporti con la Cina ora dobbiamo fare in modo che questo possa continuare. Quello che ci interessa è il bene dell’intera comunità“. Con queste parole Suu Kyi potrebbe garantirsi l’appoggio indiscreto della leadership cinese felice di garantire alle merci a basso costo dello Yunnan e del Sinkiang un vasto mercato e uno sbocco sul Pacifico.

     

    MEDIO-ORIENTE

    SIRIA – “Se il nemico è più forte, ritirati” con queste semplici parole il padre della strategia orientale, Sun Tzu, indicava la strada della guerriglia in situazioni di evidente disparità di forza. L’Esercito Libero Siriano e i gruppi ribelli presenti in Siria sembrano aver applicato ad arte l’antico precetto, ritirandosi di fronte all’avanzata corazzata delle forze di Assad nelle città vicine al confine turco. Non si tratta di una sconfitta, o meglio lo è solo in parte, gli scontri assumono ora una diversa connotazione, più simile alle tattiche terroristiche che alle avanzate allo sbaraglio viste in Libia. Dopo le autobombe a Damasco, Aleppo torna a tremare con l’esplosione di domenica mattina in cui sono morte 3 persone e 25 sono rimaste ferite. La questione resta al varco del Consiglio di Sicurezza, anche se Cina e Russia continuano ad affilare il veto, mentre la mediazione di Kofi Annan non sembra favorire la fine delle tensioni.

     

    IRAQ – Le minacce di blocco dello Stretto di Hormuz non fanno più paura a Baghdad e al suo oro nero, grazie ad un piano d’emergenza concepito dal governo dello sciita Nuri al-Maliki. L’oleodotto Kirkuk-Ceyhan sarà completato prima del 2013 e grazie ai suoi 200 km di percorso garantirà un’effettiva indipendenza da qualsiasi tensione internazionale al mercato del greggio iracheno. Il porto di Ceyhan, in Turchia, potrà ricevere i rifornimenti anche dall’hub meridionale di Basra dove passano 1,7 dei 2 milioni di barili di greggio al giorno esportati da Baghdad, secondo dati aggiornati a Febbraio 2012. Restano in cantiere ulteriori piani d’emergenza per riattivare l’oleodotto verso la Siria e costruire un nuovo collegamento con il porto giordano di Aqaba, nell’estrema appendice orientale dell’omonimo golfo.

     

    YEMEN – E’ un bombardamento che sa di vendetta quello che ha colpito la città di Zinjibar nella tarda serata di domenica, causando la morte di 16 militanti islamici e la distruzione di alcune basi di Al-Qaeda. La scorsa settimana più di 30 soldati yemeniti erano rimasti vittime degli scontri con i ribelli di Ansar al-Shaarìa, evidenziando la pericolosità latente della situazione nella regione di Abyan, da tempo tra i campi d’azione dei droni americani. Sempre domenica, ma in mattinata, due uomini armati a bordo di una motocicletta hanno ucciso un’insegnante americana nella città di Taiz, a sud della capitale San’a. L’uomo di Washington chiamato a sostituire Saleh, Abd-Rabbu Mansour Hadi, è chiamato a combattere la minaccia estremista impiegando i reparti d’elite delle unità anti-terrorismo dell’esercito, guidate dal Gen. Yahia Saleh, nipote del suo predecessore.

     

    Fabio Stella
    Fabio Stella

    Fresco di laurea in relazioni internazionali, con il sogno della carriera diplomatica nel cassetto, la voglia di nuovo e la curiosità l’hanno spinto per fare le valigie per l’estremo Oriente, da dove non sembra voler più tornare. Autore del “7 giorni in un ristretto” redige per voi il calendario della Comunità Internazionale ogni lunedì anticipandovi curiosità, scandali, intrighi e retroscena della geopolitica in ogni angolo del pianeta. Citazioni altisonanti e frasi ad effetto le sue armi “preferite” insieme all’ambizione di rimanere perennemente in equilibrio sul filo del rasoio delle previsioni “da sfera di cristallo”, con una tazzina di “caffè” rigorosamente “espresso” in mano.

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