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    La pista azera

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    Israele è da decenni economicamente legata all’Azerbaijan, soprattutto in campo militare, con numerose industrie azere che costruiscono e testano veicoli ed equipaggiamenti su licenza dello stato ebraico. Ciò che recentemente è venuto alla luce è però il sospetto che lo stato caucasico possa concedere alcune basi aeree inutilizzate di epoca sovietica per rendere più facile un attacco all’Iran. Solo che stavolta sono gli USA a rivelare il tutto per paura che l’attacco avvenga sul serio.

     

    PICCOLO MA STRATEGICO – L’Azerbaijan è un piccolo stato caucasico al confine nord dell’Iran e la possibilità che ceda alcune delle sue basi inutilizzate di epoca sovietica a Israele contro l’Iran appare più di una semplice ipotesi. Le relazioni tra Baku e Teheran sono state cordiali per decenni, ma tale situazione era più di facciate che reale. Le forze di sicurezza Azere hanno infatti recentemente smantellato una rete di informatori iraniani nel proprio paese così come in Iran la minoranza Azera viene tenuta sotto stretta osservazione in quanto non aliena alla rivolta. L’amicizia del vicino con Israele è infatti motivo di preoccupazione per gli Ayatollah, che la vedono come ulteriore segno di accerchiamento. E non ha giovato la recente proposta del partito al governo di rinominare il paese “Azerbaijan del Nord”, a paventare l’intenzione, prima o poi, di unirsi a quel “sud” ora sotto il controllo di Teheran.

     

    LA MINACCIA DI RAPPRESAGLIE – Perché potrebbero essere importanti le basi aeree Azere? Perché la distanza tra Israele e i siti nucleari iraniani è molto elevata (da 1750 a 2200 km a seconda dei siti): richiede grosse cisterne di carburante, rifornimento in volo e in generale qualunque velivolo costretto a deviare anche poco dalla rotta potrebbe trovarsi senza carburante. Senza contare poi che la rivista Foreign Policy ha intervistato vari osservatori militari USA i quali, nonostante le rassicurazioni del comando israeliano, hanno notato come nelle ultime esercitazioni l’IAF abbia mostrato un’abilità nel rifornimento in volo “solo modesta”: troppo poco per garantire un’operazione di complessità così elevata. I caccia israeliani allora potrebbero attaccare dall’Azerbaijan, riducendo molto la distanza? Non appare probabile: il rischio di una ritorsione diretta iraniana è troppo alto, tanto che lo stesso governo caucasico ha dichiarato che “nessun attacco arriverà dall’Azerbaijan”. Proprio queste parole però non escludono altre forme di collaborazione che tornerebbero comunque utili all’aviazione di Gerusalemme.

     

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    OBIETTIVO RICERCA E SALVATAGGIO – Per esempio si prevede che il territorio azero e le sue basi possano essere usate come punto di partenza per gli elicotteri destinati a recuperare eventuali piloti caduti in territorio ostile (CSAR – Combat Search and Rescue), oltre a ospitare apparati elettronici di sorveglianza e droni che possano andare a verificare i danni causati mentre avviene l’attacco e dunque l’eventuale necessità di colpire ancora – magari da parte di una seconda ondata che arrivi a breve distanza dopo la prima secondo un concetto di “shoot-look-shoot” – per la prima volta impiegato da Israele durante l’attacco a un convoglio di munizioni in Sudan dirette ad Hamas durante l’operazione Cast Lead nel 2009. Oltre a questo le basi azere possono essere impiegate per permettere ai cacciabombardieri israeliani di atterrare per rifornirsi dopo l’attacco – o in caso di emergenza – prima di tornare in patria. Potrebbe rivelarsi vitale soprattutto per i caccia di scorta che debbano consumare carburante molto più velocemente, riducendo la necessità del rifornimento d’emergenza in volo, come detto più complicato.

     

    WASHINGTON: SEMAFORO ROSSO – Insomma, da un lato le basi potrebbero risolvere alcune importanti questioni che altrimenti renderebbero l’attacco israeliano molto più difficile da portare a termine. L’altra faccia della medaglia è però che questo è proprio ciò che gli USA non vogliono. Come fa notare Nicholas Kristof sul New York Times, negli Stati Uniti non esiste davvero nessun dibattito sull’opportunità o meno di attaccare l’Iran, perché questo viene valutata negativamente da tutti i principali analisti, militari e non. Le potenziali problematiche verrebbero solo acuite da un possibile impiego delle basi in Azerbaijan, poiché il già presente rischio di estensione del conflitto all’intero Medio Oriente si sommerebbe alla possibilità che venga coinvolto anche il Caucaso. La Turchia è particolarmente preoccupata da ciò, così come la vicina Armenia, che con l’Azerbaijan ha già combattuto per la zona contesa del Nagorno-Karabakh. Difficile pensare che l’Iran attacchi preventivamente il territorio Azero, ma nulla esclude che razzi o artiglieria vengano impiegati dopo l’attacco aereo, nel tentativo di colpire le forze di Gerusalemme che lì dovessero rifornirsi. Appare questa la maggiore motivazione dietro alla rivelazione USA delle mosse dell’alleato nel Caucaso. Le sanzioni contro l’Iran sono ora le più incisive di sempre, e serve tempo per vedere se possono essere sufficienti per ricondurre Tehran al dialogo. Ma se Israele attacca, gli USA potrebbero trovarsi coinvolti comunque in un conflitto che non desiderano – meglio dunque cercare di sventarlo prima.

     

    Lorenzo Nannetti

    Nato a Bologna nel 1979, appassionato di storia militare e wargames fin da bambino, scrivo di Medio Oriente, Migrazioni, NATO, Affari Militari e Sicurezza Energetica per il Caffè Geopolitico, dove sono Senior Analyst e Responsabile Scientifico, cercando di spiegare che non si tratta solo di giocare con i soldatini. E dire che mi interesso pure di risoluzione dei conflitti… Per questo ho collaborato per oltre 6 anni con Wikistrat, network di analisti internazionali impegnato a svolgere simulazioni di geopolitica e relazioni internazionali per governi esteri, nella speranza prima o poi imparino a gestire meglio quello che succede nel mondo. Ora lo faccio anche col Caffè dove, oltre ai miei articoli, curo attività di formazione, conferenze e workshop su questi stessi temi.

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