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    Una Cina con molti se e un Bo in meno

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    Mentre la vicenda di Bo Xilai assume sempre più i contorni di un giallo degno della miglior Agatha Christie e la dirigenza cinese è impegnata in una fase di ricambio generazionale, tutto il mondo si interroga su quale futuro attenda il Celeste Impero. Tra voci di coup militare, spostamenti di truppe e forze di sicurezza e il continuo stillicidio di immolazioni in Sichuan e Tibet, la nuova leadership sarà chiamata ad affrontare sfide vecchie e nuove.

    IL DUBBIO SUI FATTI – Era una fredda sera di inizio febbraio. Wang Lijun, capo della polizia di Chongqing e vice sindaco della città, viene visto entrare nel consolato americano di Chengdu dove rimane per un giorno intero, fino alla sua consegna alle autorità cinesi. La vicenda ha suscitato molto clamore, innestando una reazione a catena che si è compiuta con la defenestrazione del carismatico leader neo-maoista Bo Xilai, recentemente sospeso dalla carica di Segretario del Partito Comunista di Chongqing. Poche certezze, tante le voci non confermate. Bo è stato forse accusato da Wang di aver minacciato e di aver sfruttato a proprio vantaggio la “campagna rossa” contro la corruzione per eliminare i propri avversari politici e per arricchire il proprio patrimonio personale? E ancora, si moltiplicano le voci sui tentativi di insabbiamento di un’indagine sulla corruzione che coinvolgerebbe la stessa consorte di Bo e su un progetto di golpe orchestrato dall’ex Segretario del PCC di Chongqing in combutta con Zhou Yongkang, l’attuale Ministro della Pubblica Sicurezza.

    BO CHI? – Ancora oggi uno dei 25 membri del Politburo e fino a poche settimane fa candidato per una delle nove poltrone del Comitato Permanente, il supremo organo decisionale della Cina, l’uomo del momento appartiene alla fazione dei taizidang, i cosiddetti “principini rossi”, discendenti degli alti funzionari del Partito. Bo Xilai è infatti figlio di Bo Yibo, veterano della Lunga Marcia e uno degli “Otto immortali”, illustri dirigenti del PCC che negli anni Ottanta e Novanta si resero protagonisti dell'apertura cinese al libero mercato. Durante la Rivoluzione Culturale, dopo l’imprigionamento del padre e la morte della madre, Bo rimase in carcere per cinque anni. Forte di una formazione umanistica alla spalle, negli anni Ottanta ebbe inizio la sua lunga carriera politica: dapprima sindaco di Dalian e governatore della provincia di Liaoning, poi Ministro del Commercio e dal 2007 segretario del Partito di Chongqing. All’interno della megalopoli situata nel cuore della Cina, il funzionario ha promosso negli ultimi anni una dura campagna contro la mafia e la corruzione, raggiungendo l’apice della popolarità attraverso l’arresto di oltre 200 funzionari e ufficiali di sicurezza pubblica.

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    MODELLI A CONFRONTO – Con l’avvio delle riforme, Deng Xiaoping si trovò a dover spronare la popolazione cinese, ormai abituata da trent’anni all’economia pianificata, a “lasciare che qualcuno si arricchisse per primo”. Ora nella stanza dei bottoni dell’Impero di Mezzo ci si chiede quale sia la strada più adeguata per appianare il divario tra ricchi e poveri che gli ultimi trent’anni di forte crescita economica hanno generato. Una possibile strada è quella tracciata da Bo Xilai che, all’interno della propria municipalità, ha tentato di distribuire più equamente la ricchezza, generando un vero e proprio modello di sviluppo politico ed economico, chiamato appunto “modello Chongqing”. Tale modello, basato sulla costruzione di un sistema di sicurezza sociale per i cittadini e accompagnato da una vera e propria riscoperta del mito maoista, viene in genere contrapposto al “modello Guangdong” il modello ideato dal suo diretto rivale, Wang Yang, segretario del Partito della provincia del Guangdong. Wang più che sul ridistribuire il frutto della crescita, attraverso un sempre più serrato ritmo di esportazioni ed investimenti, si concentra sull’aumentare la ricchezza così che essa sia sufficiente a garantire il benessere di tutti i cittadini.

    LA CINA RESTA VICINA? – Con l’epurazione di Bo Xilai e le elezioni del 18° Congresso del Partito Comunista Cinese ormai alle porte, durante le quali dovranno essere sostituiti 7 dei 9 membri del Comitato Permanente del Politburo, ci si chiede quale futuro attenda la Cina. Sebbene la capitolazione di Bo abbia frenato il dibattito tra il modello neomaoista, incentrato sullo sviluppo di un mercato interno e una politica estera più nazionalista, e il modello riformista di Wang, che auspica riforme più liberiste e più integrazione nel sistema internazionale, la questione resta irrisolta e dipende soprattutto da quale ruolo i vertici del Partito vogliono che il Paese ricopra nel prossimo futuro. Lo stesso Premier Wen Jiabao, ha recentemente sottolineato la necessità di urgenti riforme politiche, senza le quali anche il benessere economico attuale potrebbe essere intaccato correndo il rischio di una seconda Rivoluzione Culturale. Maggior democrazia e minor nostalgia verso passato. Più Pechino si spinge oltre la Grande Muraglia, più difficile diventa tornare indietro e quasi impossibile evitare di assumersi maggiori responsabilità nella governance economica e politica mondiale. Verso qualsiasi orizzonte porterà l'evoluzione dell’attuale modello di sviluppo del Paese, una cosa è certa, tale transizione avverrà comunque “con caratteristiche cinesi”.

    Martina Dominici redazione@ilcaffegeopolitico.net

    Martina Dominici
    Martina Dominici
    Instancabilmente idealista e curiosa per natura, il suo desiderio di scoprire il mondo l’ha spinta a studiare lingue straniere presso l’Università Cattolica di Milano e relazioni internazionali tra l’Università di Torino e la Zhejiang University di Hangzhou. Le esperienze lavorative presso l’Ambasciata d’Italia a Washington DC e Confindustria Romania a Bucarest hanno contribuito a forgiare il suo spirito girovago e ad affinare la sua arte nel preparare la valigia perfetta. Dopo quasi due anni di analisi strategica, si è occupata di ricerca per l’Asia Program dell’ISPI, prima di partire per la Thailandia come Casco Bianco per Caritas italiana in un programma di supporto ai migranti birmani. Continua ad essere impegnata nell’umanitario in campo di migrazioni.

     

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