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    Fratelli d’Egitto

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    A maggio al Cairo si terranno le elezioni presidenziali, dalle quali uscirà finalmente il nome del successore di Hosni Mubarak. L’esclusione di un candidato della Fratellanza Musulmana non preclude però al movimento islamista la partecipazione al voto, dato che sono due i candidati presentati dalla Fratellanza. In questa analisi vi presentiamo gli scenari possibili che potrebbero delinearsi nel nuovo Egitto

     

    ESCLUSI – L’ultimo avvenimento della contrastata corsa alle elezioni presidenziali egiziane è stata l’esclusione dalla corsa alle presidenziali di 10 candidati, fra i quali l’ex vice presidente dell’era Mubarak ed ex capo dei servizi segreti egiziani Omar Suleiman, l’esponente della Fratellanza Musulmana egiziana Khairat al-Shater e l’esponente salafita Hazem Salah Abu Ismail. Il presidente della commissione elettorale per le elezioni presidenziali Farouk Sultan non ha dato ulteriori elementi che spiegassero le ragioni di tale provvedimento, ma ha solo indicato come i candidati esclusi abbiano 48 ore per fare ricorso a tale decisione. Tale provvedimento sembra definire una normalizzazione del panorama politico egiziano, estromettendo dalla competizione elettorale i candidati visti con maggior inquietudine dall’establishment militare, vuoi per il loro background islamista o per i loro stretti rapporti con la passata dirigenza. I rumors provenienti dalla stampa avevano già spinto la Fratellanza Musulmana a presentare una nuova e seconda candidatura oltre a quella di Khairat al-Shater, quella di Mohamed Morsi, presidente del Partito Libertà e Giustizia. A questa doppia candidatura della Fratellanza aveva fatto da contraltare la candidatura di un ex capo dei servizi segreti egiziani, Omar Suleiman, ed ex vice presidente di Hosni Mubarak. Secondo Bernard Gwertzman, del Council for Foreign Relations, Suleiman sarebbe vicino ai militari, essendo stato militare egli stesso, anche se non correrebbe buon sangue fra lui e il Security Council of the Armed Forces (SCAF). La sua recentissima esclusione dalla competizione ne è una valida dimostrazione. Gwertzman sottolinea come Suleiman sarebbe il candidato da battere, perché agli occhi degli egiziani sarebbe uno dei pochi, se non l’unico, a poter assicurare stabilità e sicurezza al paese.

     

    LA NUOVA STRATEGIA POLITICA DELLA FRATELLANZA MUSULMANA – La Fratellanza Musulmana ha voluto partecipare alla competizione elettorale superando la sua tradizionale premura  e sfidando direttamente il regime militare. Tale scelta appare quantomeno delicata, in quanto da una parte la Fratellanza, contro le precedenti assicurazioni dei suoi dirigenti, ha rotto il fronte delle opposizioni presentando candidature autonome. Dall’altra questa decisione sancisce la presa d’atto di essere forte abbastanza da poter ingaggiare uno scontro frontale con l’establishment militare nel caso di una buona affermazione del suo braccio politico, il Partito Libertà e Giustizia. La decisione di partecipare alla competizione per le elezioni presidenziali del prossimo maggio può essere addebitata al grosso successo elettorale del Freedom and Justice Party alle elezioni parlamentari dello scorso gennaio. In quella occasione il FJP, braccio politico della Fratellanza, è riuscito ad ottenere il 47% dei delegati, diventando così primo partito. Questa storica affermazione di un partito “anti-sistema” ha convinto la dirigenza della Fratellanza della gravità del momento storico e dell’importanza di una vittoria alle prossime elezioni presidenziali. Infatti, dopo aver ottenuto la maggioranza parlamentare, l’eventuale vittoria alle elezioni presidenziali determinerebbe il completo dominio delle istituzioni egiziane, e suonerebbe come un guanto di sfida ai militari del Security Council of the Armed Forces (SCAF). Eric Trager, del The Washington Institute for Near East Policy sottolinea come la Fratellanza abbia abbandonato la sua tradizionale cautela per sete di potere, incurante degli effetti destabilizzatori che tale scelta ha determinato nel panorama politico egiziano. Trager indica come la Fratellanza abbia compreso l’importanza del momento, valutando da una parte la sua forza politico elettorale, e dall’altra prendendo in esame la debolezza delle altre opposizioni e l’incertezza delle élites militari nella gestione del periodo post-rivoluzionario. Secondo Shibley Telhami, del Saban Center for Middle East Policy, la rischiosa mossa della Fratellanza è stata dettata dall’istinto di sopravvivenza. Infatti secondo Telhami, a dispetto del risultato elettorale, all’indomani delle elezioni parlamentari la Fratellanza si sarebbe trovata stretta da una parte dai militari dello SCAF e dall’altra dai salafiti, che si sono affermati come secondo partito con circa il 20% dei seggi. Inoltre, sempre a parere della Telhami, a forzare la Fratellanza ad un tale passo, rompendo la promessa pubblica di non candidare un proprio membro, è stato il timore di vedere vincitore della prossima competizione elettorale una persona non gradita. Tale sospetto si è materializzato allorquando la competizione elettorale è stata monopolizzata da due personaggi: Amr Moussa, ex segretario della Lega Araba, e Hazen Abu Ismail, candidato del Partito Nur, di ispirazione salafita.

     

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    POSSIBILI SCENARI – La completa incertezza sull’esito del processo di democratizzazione iniziato con la defenestrazione di Hosni Mubarak pone una serie di interrogativi sulle effettive capacità del sistema politico egiziano di sopravvivere ad un accesa competizione elettorale. Infatti tale competizione potrebbe portare a tre grandi possibili scenari: 1.       L’affermazione, generalmente accettata e riconosciuta, di una forza politica o di un candidato indipendente, che riesca a stabilizzare la realtà egiziana, garantendo al paese un’uscita dal limbo di incertezza che sta danneggiando profondamente la sua economia. 2.       Un duro scontro fra il vincitore (nel caso, ad esempio, di vittoria di un esponente salafita o appartenente ai Fratelli Musulmani) e i militari dello SCAF, che potrebbe portare alle seguenti ipotesi:

     

    – il “modello algerino” con una situazione di guerra civile lunga e sanguinosa che lacererebbe il paese e lo degraderebbe ulteriormente nel panorama regionale;

     

    – il “modello turco del 1997”, con il cosiddetto colpo di stato post-moderno, allorquando i militari turchi imposero al governo dell’islamista Erbakan, di rassegnare le dimissioni. Il tutto senza alcun ricorso alla violenza.

     

    – il “modello turco del 2002”, che ha visto l’affermarsi dell’attuale partito al governo , l’AKP di Erdogan. A parere di chi scrive il verificarsi uno di questi quattro scenari è legato alla stabilità politica, il progresso economico, il tasso di partecipazione democratica e il ruolo delle forze armate. Le avvisaglie inducono a ritenere come i militari continueranno a ricoprire un ruolo di primo piano nella gestione degli affari egiziani almeno sino a che i Fratelli Musulmani non daranno effettive garanzie a Washington e ad Israele di essere una forza politica responsabile. La recente esclusione dei 10 candidati appare quindi dimostrare come i militari egiziani vogliano mantenere un ruolo di gestione diretta del potere paragonabile al ruolo di controllo della vita politica mantenuto dai militari turchi almeno sino all’ascesa del partito al governo AKP. La Fratellanza ha cercato di colmare questo gap di legittimità mediante l’invio di sue delegazioni all’estero al fine di accreditare il movimento quale valido interlocutore dell’Occidente e in particolare degli Stati Uniti a livello regionale. Notizia recente è il viaggio di una di esse a Washington. Ciononostante, tali tentativi non sembra stiano producendo i risultati sperati, anche rilevata l’ambiguità dei suoi delegati riguardo alcune tematiche di politica interna (relative all’uguaglianza di genere e ai diritti umani) e di politica estera, riguardanti in particolare la preservazione dell’accordo di pace di Camp David tra l’Egitto e Israele del 1978. Gli Stati Uniti pare vogliano ancora una volta scommettere sulle forze armate egiziane, viste quale unica possibilità di preservare la stabilità interna e regionale. La possibilità della Fratellanza di accreditarsi quale valida alternativa all’establishment militare risiede esclusivamente sulle decisioni che il movimento prenderà in queste poche settimane che lo separano dalle elezioni. A tale fine saranno capaci i suoi membri di lavorare per una transizione pacifica e democratica?

     

    Antonio Cocco

    redazione@ilcaffegeopolitico.net

    Redazione
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    Il Caffè Geopolitico è una Associazione di Promozione Sociale. Dal 2009 parliamo di politica internazionale, per diffondere una conoscenza accessibile e aggiornata delle dinamiche geopolitiche che segnano il mondo che ci circonda.

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