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martedì 24 Novembre 2020
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    Luce nuova a Parigi, buio pesto ad Atene

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    Come sarà l’Europa senza uno degli interpreti del duo Merkozy? Questa è la domanda all’indomani della sconfitta di Sarkozy da parte del Monsieur Normalité Hollande, in una sfida che ha riportato il Partito Socialista al potere dopo 17 anni di attesa. Se da una parte la sinistra torna a sperare in Grecia le urne hanno sancito un verdetto differente: il fallimento della democrazia di Atene, con l’ingresso di reazionari di varia matrice in Parlamento e la caduta dei consensi dei partiti pro-Eurozona. Anche a Damasco si vota stamane, meglio non esprimersi in materia, potremmo rischiare di sembrare sarcastici, dove il sarcasmo è l’ultima delle preoccupazioni

     

    EUROPA

    Lunedì 7 –François Hollande è il settimo Presidente della Repubblica Francese, dopo aver battuto l’eclettico Presidente uscente Nicolas Sarkozy, con circa 5 punti percentuali di scarto. Nonostante la rimonta dell’uomo che ha cambiato la concezione della massima carica dello stato, dopo ben 17 anni di dominio dell’UMP, il Parti Socialiste abbia guadagnato la vetta insormontabile. Il voto francese, oltre a pesare sui mercati, dovrà necessariamente essere speso saggiamente a Bruxelles, mettendo in crisi l’asse franco-tedesco con la cancelliera Angela Merkel, così come la politica miope di austerità ad oltranza condotta dalle massime cariche dell’Eurozona. Che ne sarà del Fiscal Compact? Con chi si alleerà il nuovo Presidente? Ma soprattutto, dove andrà l’Europa con la fine del blocco Merkozy?

    Lunedì 7 – Il passo da parigi e Belgrado non è mai stato così breve, dato che anche in Serbia le elezioni presidenziali anticipate rischiano di segnare il cammino verso l’allargamento dell’UE. Il voto di domenica rischia così di diventare un referendum sulla politica di normalizzazione della Repubblica di Serbia condotta dal 2004 da Boris Tadiæ e dal Partito Democratico. Nonostante le fratture che ancora colpiscono la popolazione serba dopo la guerra intestina decennale, a Tadiæ va riconosciuta la capacità di gestire in maniera pragmatica situazioni di tensione e conflitto, dalla secessione montenegrina, alla questione kosovara, passando per l‘adesione all’UE. Nella convinzione della “necessità di mostrare la distanza tra i criminali di guerra e i cittadini”, Tadiæ ha presenziato ad ogni forma di anniversario scomodo, come il genocidio di Srebrenica, mettendo la faccia nella dura e controversa caccia ai ricercati epr crimini di guerra. Contro tale linea moderata si erge Tomislav Nikoliæ, conservatore e nazionalista, leader del Partito del Progresso Serbo (SNS), che nel 2008 aveva ottenuto al primo turno il 40% dei consensi, perdendo poi al ballottaggio. Molto probabile dunque la sfida all’ultimo voto nel ballottaggio del 20 Maggio.

    Lunedì 7 – “Comunque vada, sarà un disastro” è questa la frase ad effetto che emerge dai commentatori greci sulla domenica alle urne, nonostante l’ora d’aria concessa pochi giorni fa dalle agenzie di rating che hanno alzato il giudizio sul debito di Atene da junk a “CCC”, con uno sforzo immane. In realtà i dati sembrano confermare il pronosticato default dermocratico vista la vittoria risicata, ma insufficiente dei popolari di Nuova Democrazia, mentre i socialisti del PAOK, lasciano il secondo gradino del podio ai più intransigenti di Syriza che ottengono 50 seggi in Parlamento. Battesimo del seggio anche per i nuovi colonnelli dell’estrema destra di Alba Dorata, poco più in là nello schieramento immaginario, gli estremisti del LAOS e di DRASI. Chissà cosa s’inventerà Antonis Samaras, il leader della ND, dato che gli impresentabili di Alba Dorata rifiutano qualsiasi alleanza e un pactum sceleris con il PASOK sembra sempre più impossibile. Quello che è certo è che l’alba di lunedì ad Atene, sarà nera più che dorata.

     

    AMERICHE

    STATI UNITI – La campagna elettorale per le presidenziali di novembre è ufficialmente iniziata in pompa magna con i due mega-eventi propagandistici presenziati dal Presidente Barack Obama in Ohio e in Virginia nel week-end. Forward è invece il nuovo slogan scelto dai sostenitori del politico che ha rivoluzionato la comunicazione elettorale 4 anni fa, non c’è più spazio per il cambiamento e la speranza, dato che ormai l’obiettivo è lo scontato second term. Nello stesso senso è da intendere l’apertura fatta domenica dal vice di Obama, Joe Biden per quanto riguarda le nozze omosessuali, introdotte mesi fa nello stato di New York. Saltando da uno schieramento all’altro, sembra finita l’epoca d’oro del G.O.P. in cui il dibattito era ingolfato dalle primarie repubblicane etutte le luci erano puntate sullo scontro Romney-Santorum. La verità è che l’ondata del mormone miliardiario sembra diventata una bassa marea di calma piatta, pronta a seguire senza sbalzi la corrente verso la riconferma di Obama.

    ARGENTINA – Cristina Fernández de Kirchner sembra sempre più intenzionata a sfruttare l’onda lunga di un consenso popolare incontrastato, vista la reazione di giubilo universale con cui è stata accolta la nazionalizzazione di YPF, la controllata di REPSOL per lo sfruttamento del gas argentino. Miguel Galuccio è stato nominato Presidente della compagnia per la quale aveva già lavorato in precedenza, l’elezione sarà confermata il 4 giugno dagli azionisti della YPF. Intanto ha fatto scalpore la lunga citazione di un articolo del Premio Nobel per l’economia Paul Krugman per il NYT proprio nella cerimonia dell’incoronazione di Galuccio da parte della Presidenta argentina, presa da Krugman quale esempio della gestione energetica oculata. I 208 voti a favore contro i 32 contrari e le 5 astensioni sembrano confermare la condivisione da parte del Parlamento argentino, del Krugman pensiero sull’operato del governo nella faccenda YPF, lasciando la Presidenta libera da avversari per ancora molto tempo.

    VENEZUELA – L’incredibile vicenda mediatica della malattia di Hugo Chávez sembra ormai pronta ad uscire di scena una volta per tutte, mentre la nebbia si fa sempre più fitta sulle elezioni presidenziali di ottobre. Dopo il consueto ping pong tra Caracas e L’Havana per sottoporsi agli infiniti cicli di chemioterapia, il Presidente venezuelano è stato recentemente costretto alla psicoterapia, a causa di una depressione che l’avrebbe recentemente colpito. Nonostante i sentimenti contrastanti che legano l’hombre de hierro all’opinione pubblica, la popolazione sembra ormai contrita al capezzale del Presidente mentre la stampa locale sembra diventata una raccolta di prognosi e bollettini medici. La verità è che la leadership politico-militare di Caracas sembra incapace di proporre una soluzione di continuità allo strapotere di Chávez, anche grazie alle epurazioni cicliche che hanno diradato gli avversari più promettenti.

     

    AFRICA

    Martedì 8 – Scadenza imminente per l’ultimatum dato dall’Unione Africana a Giuba e Khartoum per riprendere in maniera effettiva i negoziati, mentre il termine ultimo per raggiungere una soluzione negoziale della vicenda è fissato tra tre mesi. C’è ancora tempo invece per i circa 12.000 sud-sudanesi assembrati nella periferia di Khartoum, cui è stato intimato il ritorno in patria entro il 20 Maggio. Il Consiglio di Sicurezza è intenzionato a lasciare la patata bollente al braccio regionale dell’AU, nonostante i continui suggerimenti della stampa internazionale ad un possibile ruolo mediatore di Pechino, alleata delle due parti in conflitto. Intanto sul fronte diplomatico, si fa sempre più insostenibile la figura ingombrante del Presidente sudanese Omar al-Bashir, ricercato dalla Corte Penale Internazionale per crimini di guerra e ora rispedito al mittente da Joyce Banda, neo-nominata Presidentessa del Malawi. Rifiutandosi di accogliere al-Bashir al meeting dei capi di stato dell’AU in programma a luglio, Joyce Banda ha affidato il nodo gordiano all’organizzazione regionale, che deve ora sciogliere la questione dell’immunità diplomatica, alla luce dell’incriminazione di Charles Taylor.

    Giovedì 10 – Elezioni parlamentari in Algeria, l’ormai unico stato rigidamente laico dopo la Primavera Araba del 2011 che ha sconvolto la scena politica del Nord Africa e del Medio Oriente. La coalizione che guida il paese da quasi quindici anni vede come Capo di Stato e leader morale Abdelaziz Bouteflika, del FLN, mentre il Primo Ministro Ahmed Ouhaya del Partito Nazionale per la Democrazia gestisce il sistema di sicurezza soffocante che opprime la società algerina dal 1992. Nonostante la sospensione “di facciata” dello stato d’emergenza che perdurava dal colpo di stato contro il Fronte di Salvezza, resta il sentimento di sconforto e avversione nei confronti di Bouteflika, l’ultimo dei rais della regione ancora al potere dopo la caduta di Ben Ali, Mubarak e Gheddafi. Impossibile percepire la fine del tunnel per il popolo tunisino, grazie al lavoro minuzioso delle forze di sicurezza, che controllano ogni aspetto della vita quotidiana, lasciando la democrazia sospesa in un limbo inaccessibile.

    EGITTO – Due buone notizie ci portano nell’Egitto del dopo-Tahrir, travolto da crisi diplomatiche e continue proteste per la conduzione della vita politica da parte della contestata giunta militare del Feldmaresciallo Tantawi. Innazitutto hanno riaperto domenica l’Ambasciata e i Consolati dell’Arabia Saudita, dopo la fine dei contrasti per le proteste contro l’arresto di un attivista egiziano per i diritti umani . L’Ambasciatore saudita Ahmed Abdel Aziz Qattan ha parlato di una crisi transitoria e risolvibile in via bilaterale, annunciando il rilascio di circa 7000 visti per viaggi spirituali verso La Mecca e Medina. Finisce anche l’incubo delle 15 donne arrestate per gli scontri davanti al Ministero della Difesa, in seguito all’assalto da parte di uomini ben equipaggiati e in borghese contro i manifestanti accampati da giorni. Tra le varie vicissitudini di questo periodo di transizione, un’unica certezza permane nel panorama politico egiziano, la presenza scomoda dei militari al potere. Sbaragliate le varie candidature forti per le presidenziali, Il Cairo potrebbe confermare il legame inscindibile tra carriera mlitare e sfera politica, un filo conduttore che risale a figure storiche come Nasser, Sadat e lo stesso Mubarak.

     

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    ASIA

    Lunedì 7 – Tappa a Nuova Delhi per il tour orientale del Segretario di Stato Clinton, dopo gli incontri scottanti in Cina, dove impazzava lo scandalo di Cheng Guangcheng e in Bangladesh dove tra attentati e sparizioni misteriose, la Grameen Bank di Mohamed Yunus resta senza Presidente. Il viaggio in India di Hillary Clinton ha un obiettivo ben preciso, confermare la partnership strategica per la deterrenza anti-cinese nel Pacifico Orientale e ottenere il taglio definitivo delle importazioni di greggio da Teheran, vitali come quelle cinesi per la sopravvivenza del regime degli Ayatollah. La dura legge del negoziato impone che a concessione richiesta si risponda con un’offerta vantaggiosa, chissà che non si passi dal settore energetico a quello militare, viste le recenti vicissitudini riguardo ai ravvicinati test balistici indo-cinesi. La verità è che la questione iraniana continua ad occupare il pensiero strategico della leadership statunitense a causa delle alleanze con i partner regionali nel Golfo, mentre lo sguardo di lungo periodo si è da tempo spostato dal Medio Oriente al Pacifico Orientale.

    GIAPPONE – Sembra un sogno per la popolazione giapponese, invece il paese è per la prima volta da 42 anni a questa parte libero dal nucleare, o almeno dalla produzione energetica delle sue centrali. Lo shut-down fa però parte di un complesso programma di test incorciati e ristrutturazioni concordate dal Ministero per l’Energia e le varie EPCOs (elecrtic power companies) per portare il comparto produttivo nucleare nel terzo millennio dopo il disastro di Fukushima. L’evento ha però ridato ossigeno ai movimenti di opposizione civile nati intorno ai temi ambientali o contro la presenza militare americana, soprattutto a Okinawa. “Sayonara Genpatsu“, “addio, centrali nucleari” è lo slogan che campeggia inogni piazza giapponese, rendendo vana ogni possibilità di riavvio in tempi brevi di alcuni dei più vetusti tra i 50 reattori.

    CINA – Sembra troppo scontata la fine della vicenda personale dell’attivista cinese Cheng Guangcheng, cui Joe Biden in persona ha promesso un visto per gli States esteso ai suoi famigliari, dopo l’accordo strappato dalla Clinton in visita a Pechino. Per la leadership del PCC, l’intrigo diplomatico conferma le preoccupazioni mai decadute che la questione dei diritti umani venga utilizzata quale cuneo inoppugnabile per giustificare intrusioni deprecabili nella sovranità nazionale. Se tanta e tale è stata la reazione alla fuga rocambolesca dai domiciliari di uno sconosciuto ribelle non vedente, quale sarà la reazione mediatica internazionale di fronte ad un’eventuale fiammata della questione tibetana? Questa domanda retorica sembra ora il nuovo mantra da appendere nelle stanze dei bottoni di Pechino in vista del labile cambio di leadership in vista per Weng Jiabao e Hu Jintao.

     

    MEDIO ORIENTE

    Lunedì 7 – Ritorna all’apice la farsa politica dell’apertura del regime di Bashar al-Assad alla democrazia, con il popolo siriano, o quello che ne rimane, chiamato alle urne per eleggere i 250 seggi di un Parlamento fantasma nella presente crisi intestina. Gli scontri ormai si estendono dal confine turco alla frontiera con l’Iraq, senza alcuna soluzione di continuità mentre neanche il team di 300 osservatori ONU sembra fermare le forze di sicurezza siriane. Nonostante le continue defezioni, il cui dato è ultimamente in rialzo, bisogna purtroppo ammettere che il legame insolubile tra braccio armato e mente politica sembra essere uno dei caratteri comuni nel contrasto alla Primavera Araba. Sembra che siano ben 7.195 i candidati registratisi per i 250 seggi disponibili, raccolti in 7 formazioni nate in seguito al referendum di febbraio. Il premier turco Erdogan chiede l’aiuto di Allah per un regime-change a Damasco, il Ministro degli Esteri saudita continua a spingere per gli aiuti militari ai ribelli mentre gli Stati Uniti sembrano sempre più lontani da un intervento “umanitario” considerato troppo rischioso.

    ISRAELE – Al voto prima di Washington, questo l’imperativo elettorale per Benjamin Netanyahu dichiarato apertamente alla nazione in un discorso tenuto domenica, dove ha confermato l’intenzione ben nota di anticipare l’appuntamento con le urne. La decisione giunge poco dopo il cambio di leadership dell’opposizione e nel momento di minor rischio per il LIKUD, fissando a settembre le elezioni Netanyahu vuole così condizionare l’appoggio statunitense ad un possibile strike israeliano contro il programma nucleare iraniano. Con la riconferma in tasca, la leadership dei conservatori può quindi dedicarsi anima e corpo alla definizione dello sguardo oltre i confini nazionali, dove non è solo Teheran a preoccupare, vista l’escalation degli scontri in Siria. Sia i laburisti che KADIMA e lo stesso Yesh Atid si sono detti favorevoli ad un governo di coalizione guidato da Netanyahu, non ci resta che attendere Settembre quindi per conoscere il futuro d’Israele.

    YEMEN – E’ una guerra sporca quella condotta dai droni della CIA in Yemen e dai reparti anti-terrorismo dell’esercito locale, anch’esso armato, addestrato e supportato direttamente da Washington. Il paese, dove nulla è realmente cambiato dopo la fine dell’impero di Ali Abdullah Saleh. Due militanti jihadisti uccisi, tra cui Fahd al-Qasaa uno degli organizzatori dell’attentato all’ammiraglia statunitense USS Cole del 2000, dove morirono 17 marinai americani, il bilancio dell’ultimo volo dei famigerati droni. Intanto si fa sempre più certa la sorte dei due cittadini di origine belga arrestati un mese fa all’aeroporto di San’a perchè sospettati di condurre atti terroristici, dalle trattative in corso col governo di Bruxelles, sembra che sia emersa la volontà di rimandarli in patria per essere sottoposti a processo.

     

    Fabio Stella

    Fabio Stella
    Fabio Stella

    Fresco di laurea in relazioni internazionali, con il sogno della carriera diplomatica nel cassetto, la voglia di nuovo e la curiosità l’hanno spinto per fare le valigie per l’estremo Oriente, da dove non sembra voler più tornare. Autore del “7 giorni in un ristretto” redige per voi il calendario della Comunità Internazionale ogni lunedì anticipandovi curiosità, scandali, intrighi e retroscena della geopolitica in ogni angolo del pianeta. Citazioni altisonanti e frasi ad effetto le sue armi “preferite” insieme all’ambizione di rimanere perennemente in equilibrio sul filo del rasoio delle previsioni “da sfera di cristallo”, con una tazzina di “caffè” rigorosamente “espresso” in mano.

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