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    L’economia USA: tra rafforzamento del dollaro e scioperi

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    In 3 sorsi Dall’inizio della crisi globale nel 2008, l’economia statunitense ha attraversato una crescita a singhiozzo. In seguito al fallimento della Lehman Brothers, il mercato degli Stati Uniti si è trovato davanti a molte sfide, che vanno dal maltempo che ha colpito gli States a inizio anno al rafforzamento del dollaro, dal deprezzamento del petrolio agli scioperi portuali

    1. NON BASTA LA CRESCITA – Dopo gli anni d’incertezza che hanno succeduto il 2008, negli economisti statunitensi si è riaccesa la speranza. Nel 2014 il Pil Usa è aumentato del 4% nel secondo trimestre e del 5% nel terzo trimestre, grazie ai consumi degli immigrati, all’affidabilità del dollaro e all’investimento di capitali stranieri. Gli economisti si ritenevano sicuri che l’economia degli States avrebbe continuato a crescere senza difficoltà. Nel quarto trimestre del 2014, però, il Pil ha rallentato la sua crescita, salendo “solo” di 2,2 punti percentuali. All’inizio di quest’anno la crescita Usa ha frenato ancora (0,2%), specialmente a causa del calo della spesa pubblica, conseguenza di una ritirata degli investimenti militari. Anche le condizioni atmosferiche sono state considerate una causa: esse, infatti, hanno frenato i consumi privati e pesato sul settore delle costruzioni. Negli Usa si sono verificati anche dei tagli delle spese di investimento da parte delle aziende energetiche, per via dei prezzi bassi del petrolio.

    lehman brothers foto

     Fig. 1 – La sede di New York City della banca finanziaria Lehman Brothers

    2. IL RAFFORZAMENTO DEL DOLLARO – Le cause del rallentamento della crescita USA, come abbiamo visto, sono molte e disparate. Degno di nota, però, è l’apprezzamento del dollaro statunitense, il cui rafforzamento sta causando danni non trascurabili. Da Maggio a Ottobre dell’anno scorso, il biglietto verde si è apprezzato nei confronti dell’euro del 9,7% e nel 2015 la sua preminenza sul dollaro è rimasta stabile. Va da sé che la naturale conseguenza del rafforzamento di una moneta sia il calo di esportazioni: i Paesi hanno diminuito l’acquisto dei prodotti made in Usa perché troppo costosi. Nel primo trimestre del 2015, infatti, l’export è sceso del 7,2% e il Pil di Washington sta accusando il colpo. Soffrono anche le grandi multinazionali: l’apprezzamento del dollaro ha colpito il giro d’affari estero delle grandi aziende per quasi 20 milioni di dollari. Tra queste troviamo perfino la Apple, che nel primo trimestre 2015 ha visto un rallentamento nei profitti. Anche Avis Budget Group, il gigante dei servizi del noleggio auto, ha chiuso il primo trimestre in perdita, registrando un rosso di 9 milioni di dollari.

    3. GLI SCIOPERI PORTUALI – Apparentemente di poca importanza, gli scioperi portuali hanno danneggiato molto l’economia statunitense. Nel Febbraio 2015, sulla West Coast, navi da tutto il mondo sono state bloccate per giorni fuori dai porti, senza riuscire a procedere allo scarico delle merci. Gli scioperanti sono stati quasi 14 mila e 29 i porti interessati, in cui passa circa il 70% delle merci importate dall’Asia. La situazione è stata così grave da portare Obama a inviare in California il Segretario del Lavoro Tom Perez, per negoziare un accordo tra i vertici aziendali e i lavoratori, i quali chiedevano il rinnovo del contratto di lavoro scaduto il 30 Giugno scorso e l’aumento dei salari. Il blocco ha avuto delle pesanti ricadute sulle distribuzioni delle merci al dettaglio, specialmente nel settore alimentare e manifatturiero, oltre che nell’industria dell’auto, per la mancanza dei pezzi di ricambio prodotti dalle industrie orientali. Non è la prima volta che gli scioperi spaventano gli Stati Uniti: nel 2013 le associazioni sindacali del personale portuale annunciarono un maxi-sciopero sulla East Coast, in particolare in 15 centri di vitale importanza commerciale, rischiando di assestare un colpo pesante alla catena della fornitura americana. Lo sciopero fu però evitato e con esso anche ulteriori danni agli Stati Uniti i quali, nonostante la crescita rallentata, restano comunque sul podio delle più grandi economie mondiali.

    Embed from Getty Images

    Fig. 2 – Lo sciopero dei dipendenti portuali ha contribuito a rallentare l’economia USA

    Giulia Mizzon

    [box type=”shadow” align=”aligncenter” class=”” width=””]Un chicco in più

    L’intervento del Segretario del Lavoro Perez fu richiesto con urgenza dalla National Retail Federation, la più grande associazione dei commercianti al dettaglio, spiegando che lo sciopero sulla West Coast sarebbe potuto costare fino a 2 miliardi di dollari al giorno.  [/box]

    Foto: what_upspandemonium

    Foto: klewfoto

    Giulia Mizzon
    Giulia Mizzon

    Nata a Imperia nel 1992, laurea magistrale in Politiche Europee e Internazionali all’Università Cattolica di Milano. Affascinata dalle dinamiche della politica internazionale, frequento un Master in International Relations all’Alta Scuola di Economia e Relazioni Internazionali. Confesso di essere un’amante degli States, sempre presenti nei miei programmi futuri, e una lettrice accanita di qualsiasi cosa mi capiti sottomano.

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