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    Il nuovo faraone

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    Mohammed Morsi è il nuovo Presidente egiziano, confermando che il movimento rivoluzionario non ha terminato la sua spinta con la caduta di Mubarak. Eppure il nuovo Presidente ha già un percorso complicato davanti a sé. Non può deludere le aspettative della Fratellanza Mussulmana che lo ha fatto eleggere, né esimersi dal confronto con le forze armate, espressione del vecchio regime e ancora massimo potere nel paese. Inoltre, deve rassicurare i liberali che si sentono schiacciati tra due anime che non condividono

     

    IL PRIMO PASSO – La vittoria di Morsi non va definita come la conclusione della vittoria rivoluzionaria sul vecchio regime, quanto piuttosto uno dei suoi primi passi. Il controllo del Consiglio Supremo delle Forze Armate CSFA (e dunque delle forze armate stesse) sul Paese, in particolare la struttura economica, rimane infatti molto esteso, così come i suoi poteri politici fino all’elezione di un nuovo parlamento.

     

    Lo scontro tra queste due anime dell’Egitto moderno appare però essersi spostato su un piano più politico e istituzionale, almeno per il momento. I Fratelli Mussulmani hanno sì mobilitato i propri sostenitori e protestato in piazza Tahrir contro possibili brogli, ma non hanno voluto alzare il livello del conflitto sociale preferendo piuttosto attendere l’annuncio dei risultati finali. Due elementi hanno plausibilmente guidato tale decisione: 1) il fatto che una protesta violenta avrebbe fornito all’esercito la scusa migliore per mantenere il potere a lungo, così da “garantire la stabilità” e 2) l’idea che il modo più funzionale per immettersi nelle leve del potere fosse iniziare a occuparle legalmente, aprendo canali di dialogo e trattativa proprio con il CSFA. Tali trattative hanno probabilmente aiutato a trovare un accordo per un delicato equilibrio tra le parti.

     

    UN EQUILIBRIO SOTTILE – Proprio per questo motivo, come fa notare anche Janiki Cingoli, direttore del Centro Italiano per la Pace in Medio Oriente (CIPMO), Morsi si trova a camminare in equilibrio lungo una linea sottile, schiacciato da tre lati. Da una parte infatti deve appagare un’opinione pubblica laica che ha appoggiato la rivoluzione e che si aspetta cambiamenti concreti pur senza una trasformazione in uno stato confessionale islamico. Dall’altra parte deve invece rispettare le aspettative della Fratellanza Mussulmana di cui fa parte e senza la quale non sarebbe mai stato eletto, nonostante da essa non sia per nulla stimato (è stato un candidato di ripiego dopo l’eliminazione dell’uomo forte Khairat al-Shater dalla corsa per la presidenza). Infine, deve garantire ai militari di poter essere affidabile e non troppo legato agli estremisti.

     

    Nascono qui le contraddizioni dei discorsi di Morsi, che da un  lato afferma che gli accordi internazionali vigenti (come quelli di Camp David) non verranno toccati – cosa che, tra le altre, garantirà il mantenimento degli aiuti militari dagli USA, circa 1,3 miliardi l’anno – e dall’altro dichiara di voler richiedere la liberazione di alcuni estremisti. Sarebbe facile giudicarlo un irresponsabile o un indeciso, incapace di scegliere da che parte stare, ma è invece da ammirare, per ora, la sua capacità di navigare a vista in acque difficile e tra correnti opposte.

     

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    LA PROVA DEI FATTI – Rimane da verificare la sua capacità di influenzare davvero il cambiamento nel paese: se lo scioglimento del parlamento verrà confermato, le prossime elezioni saranno presumibilmente in Dicembre. Nel frattempo, il CSFA detiene ancora gran parte del potere esecutivo, e per quanto i generali si siano impegnati solo a compiti di routine e non a legiferare, la realtà di tutto ciò dipenderà da quanto riescano a evitare un’eccessiva penetrazione della Fratellanza nelle sale di comando del paese. Solo con un nuovo parlamento in carica potrà essere stesa la costituzione: fino ad allora il Presidente rimarrà soprattutto una figura con pochi poteri reali.

     

    A margine rimangono i moderati liberali, ma sarebbe sbagliato considerarli fuori gioco. Vero, non possono più aspirare alla presidenza, ma sono loro che alle prossime elezioni potrebbero proporsi come unica alternativa ai militari e alla Fratellanza (in calo costante di consensi), e raccogliere così i voti di una maggioranza che a quello presentato da militari e islamisti preferisce un futuro alternativo.  Certo, a patto di rimanere coesi e non dividersi, ancora una volta, in troppi partitini insignificanti.

     

    Lorenzo Nannetti

    redazione@ilcaffegeopolitico.net

    Lorenzo Nannetti

    Nato a Bologna nel 1979, appassionato di storia militare e wargames fin da bambino, scrivo di Medio Oriente, Migrazioni, NATO, Affari Militari e Sicurezza Energetica per il Caffè Geopolitico, dove sono Senior Analyst e Responsabile Scientifico, cercando di spiegare che non si tratta solo di giocare con i soldatini. E dire che mi interesso pure di risoluzione dei conflitti… Per questo ho collaborato per oltre 6 anni con Wikistrat, network di analisti internazionali impegnato a svolgere simulazioni di geopolitica e relazioni internazionali per governi esteri, nella speranza prima o poi imparino a gestire meglio quello che succede nel mondo. Ora lo faccio anche col Caffè dove, oltre ai miei articoli, curo attività di formazione, conferenze e workshop su questi stessi temi.

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