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    Dio salvi…l’imperatore

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    Negli ultimi mesi la Cina è stata scossa da eventi che ne hanno fatto tremare le fondamenta politiche e sociali con un’intensità maggiore del terremoto del Sichuan di quattro anni fa. Mentre il caso Bo Xilai, ex boss della municipalità di Chongqing criticato pubblicamente dalla Nomenklatura ed epurato dal Partito Comunista, si arricchisce ogni giorno di nuovi scandali, la comunità straniera in Cina deve fare i conti con alcuni sentimenti xenofobi che fanno temere per una “rivoluzione dei Boxer” 2.0. Ed entrambe le vicende hanno un curioso elemento in comune: l’Union Jack inglese

     

    ENGLISHMAN IN BEIJING – Sono due i britannici coinvolti in altrettante vicende cinesi: da una parte Neil Heywood, “faccendiere” che gestiva il patrimonio della famiglia di Bo Xilai, trovato morto in un lussuoso hotel di Chongqing il 15 Novembre scorso. Dall’altra un cittadino inglese di cui non si conosce ancora l’identità ma che è stato bersaglio nell’ultimo mese di attacchi (purtroppo per lui non solo verbali) dai netizens cinesi infuriati. Il motivo? Il “senza nome” inglese con passaporto turistico è accusato di aver stuprato una giovane cinese la sera dell’8 Maggio scorso mentre si aggirava in preda all’alcol nella zona di Xuanwumen a Pechino.

     

    Due vicende che in altri paesi avrebbero (probabilmente) occupato le pagine dei quotidiani solo per qualche giorno. Ma non in Cina. La morte del 41enne Heywood ha aggiunto dettagli scabrosi e paradossali all’affaire Bo Xilai, estendendo le accuse anche a Gu Kailai, moglie dell’ex ufficiale del PCC di Chongqing e presunta mandante dell’omicidio. Il movente sarebbe stato il timore che Neil Heywood potesse rendere pubblici i loschi movimenti di denaro all’estero della famiglia Bo.

     

    Una faccenda molto intricata che ha costretto il Governo Centrale ad usare le maniere forti per impedire che l’affaire Bo Xilai potesse destabilizzare il Paese in vista del cambio ai vertici previsto per l’autunno.

     

    E in tutto questo come ha reagito Londra? Il Governo inglese prima ha mostrato un’evidente e imbarazzante indecisione per poi chiedere a Pechino di riaprire l’inchiesta sulla morte del connazionale. A far cambiare tardivamente idea a Londra (ci sono voluti più di quattro mesi dal giorno del ritrovamento del cadavere) sono state le circostanze poco chiare della morte e le insistenti richieste da parte degli amici e familiari di Heywood. Poco credibile appariva la causa della morte diffusa dalle autorità cinesi in un primo momento: “abuso di alcol”. Una motivazione subito smentita da fonti vicine alla famiglia del britannico, pienamente convinti che il faccendiere fosse astemio. La riapertura del caso da parte delle autorità di Pechino, lodata dal Premier Cameron durante il tour in Asia a metà Aprile, ha rivelato alcuni dettagli scabrosi: secondo i risultati dell’autopsia, Heywood sarebbe stato assassinato con alcune gocce di cianuro e la principale indiziata è proprio Gu Kailai, accusata di “omicidio volontario”. Una vicenda, tuttavia, che è ancora tutta da chiarire.

     

    TRE “NO” CONTRO GLI STRANIERI – Così come sussistono molti lati oscuri anche nello scandalo a tinte sessuali che ha coinvolto l’altro cittadino di Sua Maestà.

     

    La violenza è stata parzialmente ripresa da un telefonino e il video si è diffuso in maniera virale sui principali siti cinesi, arrivando fino a 8 milioni di viewers in poco più di un mese (http://v.youku.com/v_show/id_XMzkzNDY5ODI0.html). Al video sono seguite alcune foto pubblicate su Sina Weibo che ritraggono lo stesso turista britannico mentre “cerca di molestare sessualmente alcune ragazze cinesi” nei vagoni della metropolitana. Le reazioni non si sono fatte attendere: gli insulti contro gli stranieri si sono moltiplicati rapidamente, seguiti da minacce e da esternazioni razziste che non hanno risparmiato nessuna nazionalità.

     

    E di certo non è stato d’aiuto lo sfogo di Yang Rui, celebre conduttore della CCTV English, canale in lingua inglese della televisione di stato cinese: il 16 Maggio scorso sul proprio blog ha insultato pesantemente la giornalista di Al Jazeera English Melissa Chan, espulsa dal Paese per aver raccontato in un servizio la situazione carceraria in Cina. Yang Rui è andato oltre invitando Pechino a “fare piazza pulita della spazzatura straniera, catturare i farabutti (stranieri) e proteggere le ragazze innocenti”. Il volto di Dialogue ha infine concluso la sua invettiva esortando i propri connazionali a “imparare a riconoscere le spie straniere che stanno con le donne cinesi per redigere reports di spionaggio”.

     

    Il Governo della RPC, invece di stemperare i toni, ha gettato benzina sul fuoco inaugurando una campagna di cento giorni per denunciare le violazioni d’immigrazione, di residenza e delle regole di lavoro da parte degli stranieri in Cina. Sono stati istituiti centralini appositi e intensificati i controlli per quella che è conosciuta come la “campagna dei tre no” che sta assumendo contorni di violenza in alcune città cinesi e facendo temere per una nuova ondata di xenofobia che ricorda la “Rivoluzione dei Boxer” del 1900.

     

    Ma cosa sarebbe successo se lo stupro fosse stato commesso in Gran Bretagna da parte di un cittadino cinese? Esiste un precedente che testimonia che i siti inglesi non sono stati riempiti di epiteti razzisti e insulti verso tutte le categorie di stranieri com’è avvenuto in Repubblica Popolare. Nell’Ottobre di due anni fa il 23enne cinese Hong Zhiyang fu sorpreso mentre, in preda ai fumi dell’alcol, stuprava una ragazza irlandese nel centro di Dublino. Il caso vuole che la condanna a otto anni di reclusione sia stata convalidata a metà maggio di quest’anno proprio mentre in Cina impazzava il dibattito contro gli stranieri. Ma a differenza di quanto avvenuto in Cina, i media inglesi non hanno sostenuto la necessità di campagne di “pulizia” nei confronti degli stranieri né offeso pubblicamente esponenti della comunità cinese locale. Stessa linea politically correct seguita anche dal giudice incaricato che ha sottolineato l’assenza di collegamenti tra il “crimine commesso e la provenienza dell’uomo”. Caso chiuso.

     

    Tutt’altro discorso per quanto riguarda la RPC dove le tensioni tra la comunità cinese e gli stranieri non si sono limitate solo allo stupro di Maggio. A Guangzhou, megalopoli nel sud della Cina con un’elevata presenza di foreigners, la morte “accidentale” di un ragazzo nigeriano tenuto in custodia dalla polizia ha scatenato violente proteste all’interno della comunità africana locale. Sono stati in 500 i manifestanti che sono scesi in strada secondo il Global Times, solo 100 invece quelli riportati dall’agenzia di stampa ufficiale Xinhua.

     

    Crescenti frizioni verso gli stranieri che stridono con le toccanti immagini che hanno occupato per giorni le pagine web cinesi a inizio maggio di quest’anno, pochi giorni prima la triste vicenda di stupro. La fotografia di Jason Loose, 23enne americano ritratto mentre offriva delle patatine fritte e una bibita a una senzatetto fuori da un McDonald’s a Nanchino, è diventata il simbolo della generosità occidentale e dell’integrazione culturale tra i due mondi. Sentimenti simili quelli provocati dal salvataggio di un cittadino cinese ad opera di una signora uruguaiana nel lago di Hangzhou. Queste vicende hanno dato vita a numerosi dibattiti e sono stati molti gli internauti cinesi che hanno proposto di prendere l’Occidente da esempio.

     

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    BIG BROTHER IS CONTROLLING YOU! – Ma è bastato qualche fotogramma di un telefonino per far riemergere quel carattere xenofobo latente all’interno della popolazione cinese, retaggio del colonialismo di fine ‘800, che riemerge ogni qualvolta viene provocato il sentimento nazionalista. L’Economist in un editoriale ci offre un’analisi quasi scientifica di questo movimento anti-stranieri, individuando tre fattori principali. Il primo è il più scontato: l’Occidente visto come area geografica egemone da cui dipendono le sorti del resto del mondo. Una condizione ormai insostenibile per la Cina e i suoi cittadini, “motori” del miracolo economico dell’ultimo decennio, non più disposti a seguire le direttive dei paesi occidentali. Il secondo fattore è quello più preoccupante: dopo anni di crescita economica a due cifre, Pechino deve fare i conti con una diminuzione del tasso di crescita del proprio PIL e con problemi sempre più evidenti riguardanti il mercato immobiliare, la sicurezza alimentare, il gap tra campagne e città… E’ qui che interviene il Governo, cercando d’incanalare questo diffuso malcontento verso altre direzioni. La campagna dei 100 giorni è un chiaro esempio di questa strategia. L’ultimo fattore è quello tecnologico: i microblog e i siti internet sono i principali strumenti utilizzati dal Governo per stemperare o aizzare sentimenti nazionalisti. Scegliendo cosa censurare e cosa mettere in evidenza, internet è ritenuto il veicolo preferenziale per creare la “coscienza sociale” dei cittadini e la percezione nei confronti dei temi più sensibili.

     

    E’ STATO TUTTO ORCHESTRATO? – Non sarebbe dunque fantascienza credere che il Governo si sia servito proprio di questo potente strumento per ottenere l’importante sostegno popolare nella campagna anti-immigrazione illegale. Lo stesso video incriminato non dimostra nessuna violenza sessuale effettiva e sono molti coloro che vedono lo zampino di Pechino dietro quei fotogrammi. A questo si aggiunge la sospetta escalation di accuse rivolte agli stranieri che ha permesso a Pechino di implementare i controlli e inaugurare nuove disposizioni per contrastare il fenomeno dilagante. Si calcola infatti siano circa 20,000 gli immigrati irregolari sul suolo cinese, cifra tuttavia impossibile da confermare. Citando il Global Times, giornale legato al PCC,è molto difficile che la Cina riesca ad affrontare il problema (dell’immigrazione irregolare). Non ha gli strumenti necessari e non si è mai preparata adeguatamente”. Secondo Behind the Wall, rubrica della NBC sulla Cina, queste dichiarazioni sarebbero finalizzate a sottolineare l’urgenza di riforme altrimenti ritenute troppo severe e ad avere carta bianca nella loro applicazione.

     

    Una strategia complessa che vedrebbe il Governo Centrale ingigantire il problema per dotarsi degli strumenti necessari alla sua risoluzione e per difendersi dalle eventuali critiche in caso di fallimento. Un piano che, per quanto machiavellico, sembra tuttavia trovare un riscontro nella realtà della primavera cinese appena trascorsa.

     

    Luca Bertarini

    redazione@ilcaffegeopolitico.net

     

    Redazione
    Redazionehttps://ilcaffegeopolitico.net

    Il Caffè Geopolitico è una Associazione di Promozione Sociale. Dal 2009 parliamo di politica internazionale, per diffondere una conoscenza accessibile e aggiornata delle dinamiche geopolitiche che segnano il mondo che ci circonda.

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