Cina e USA appaiono due poli contrapposti per molti motivi e il pivot statunitense verso l’Estremo Oriente prelude forse a un confronto da Guerra Fredda. Mentre il Pentagono affila le armi e la Cina alza i toni sulle zone di mare contese, forse quella che viene già prevista come una guerra inevitabile potrebbe non accadere mai se ci fermassimo un attimo a meglio osservare gli interessi cinesi nel mondo, pensando a come volgerli anche a vantaggio dell’Occidente
OK CORRAL? – Esiste una tendenza comune ad accademici, politici e militari USA nel vedere la Cina solo come un futuro nemico da affrontare. “Questo mondo è troppo piccolo per tutti e due” sembrano dire, citando vecchi film western, prospettando l’inevitabilità di un conflitto militare. Non tutti ovviamente la pensano in questo modo, ma il numero di analisti convinti di tale futuro scontro tra potenze è incredibilmente grande, un’opinione che si conferma guardando i forum di discussione tra professionisti. Certamente questa è una possibilità reale, soprattutto osservando l’aggressività cinese nel Mar Cinese Meridionale. La Cina in fondo è piena di generali che non hanno mai combattuto una vera guerra e che, non conoscendone i rischi in prima persona, potrebbero mal valutare le proprie possibilità. Forse il Pentagono ha ragione quando, con la sua dottrina “Air-Sea Battle”, si prepara a uno scontro a fuoco convenzionale, perché in fondo non si sa mai. Eppure se si guarda a certi dati, il futuro che appare più probabile è un altro.
CINA NEL GOLFO – Diamo per esempio un’occhiata al coinvolgimento cinese nel Golfo Persico. Chiedete a un analista USA cosa ne pensa e questi, in molti casi, vi risponderà qualcosa del tipo “sono amici dell’Iran, contro gli USA e l’Occidente”. Verranno citati i dati relativi all’aumento delle importazioni di petrolio greggio dall’Iran a prezzi scontati, presentati come possibile prova del fatto che la Cina è intenzionata a stare dalla parte di Tehran sempre e comunque, anche a rischio di guerra. Se poi iniziamo a parlare della possibilità che la Pechino mandi navi da guerra nel golfo (non così incredibile nel futuro, vista l’espansione della sua “strategia del filo di perle”), il discorso verterà sulle possibilità di scontro con la marina USA, il confronto tra la tecnologia, le tattiche dell’uno e dell’altro. Se mandano le navi nel golfo insomma, l’unico motivo è prepararsi a combattere contro gli USA per proteggere l’Iran. Dunque meglio essere pronti alla battaglia. Tutto questo potrebbe anche accadere davvero, eppure se si osservano gli interessi cinesi nel Golfo Persico si arriva a una differente valutazione della loro strategia nell’area.
SETE DI PETROLIO – Secondo i rapporti mensili dell’OPEC e di aziende di analisi internazionali come Bloomberg, la Cina nel mese di maggio ha importato 6 milioni di barili al giorno, un record, ovvero 585.000 in più del mese precedente (+10.8%). I primi dati relativi a giugno confermano che il trend è in crescita. Dall’anno scorso, l’aumento di importazioni è stato del 18.2%. I dati OPEC confermano poi che ciò è dovuto principalmente all’aumento delle importazioni dal Medio Oriente, ma non solamente dall’Iran: Iraq, Emirati Arabi Uniti (EAU), Yemen e Arabia Saudita hanno tutti incrementato le vendite di petrolio a Pechino (Arabia Saudita +13.7%, Iraq +64%, EAU +32%). Inoltre la Cina continua a importare anche da Kuwait e Oman, ed è interessante notare che essa importa dalla Arabia Saudita circa il doppio di quanto importa dall’Iran.
Cosa ci dicono questi dati apparentemente complicati?
PRIMO – La Cina ha sempre più sete di petrolio. Non è una novità, è un dato confermato dai maggiori indicatori macroeconomici mondiali, e poiché la produzione cinese non sembra essere in grado di tenere il passo, questa sete aumenterà sempre di più e la Cina dovrà importare sempre più petrolio.
SECONDO – La Cina dipende molto di più dal petrolio non-iraniano che da quello iraniano. Attenzione, questo non rende le importazioni dall’Iran poco importanti. Come detto, Pechino ha sete di petrolio e l’Iran ne fornisce in buona quantità, a basso prezzo e quasi senza concorrenza viste le sanzioni internazionali. Ma al tempo stesso la produzione iraniana non aumenterà molto nel breve futuro: i pozzi e i sistemi di estrazione sono generalmente vecchi, poco efficienti e necessiterebbero dell’impiego di tecnologie di estrazione moderne (enhanced extraction techniques) che sono possedute solo dalle compagnie estere. Al confronto, altri paesi come l’Iraq non hanno invece tali limiti e anzi stanno beneficiando di un boom produttivo grazie ai molti investimenti stranieri. L’Iraq già quest’anno produrrà più petrolio dell’Iran e questa crescita continuerà almeno per qualche anno, mentre Arabia Saudita, Oman e EAU rimarranno produttori importanti. In breve, a meno che le sanzioni non vengano tolte a breve, l’Iran rimarrà importante ma non vitale, anche per la Cina.
TERZO – La Cina ha bisogno che il petrolio continui ad arrivare. Può sembrare la considerazione più banale, e in effetti lo è, ma è anche la più vitale. Pechino ha bisogno di petrolio e non vuole che nulla impedisca ad esso di arrivare alle raffinerie cinesi, dove verrà trasformato in benzina, diesel, nafta, ecc… per sostenere l’industria, le città, l’economia in generale. Dunque poiché gran parte delle importazioni provengono dal Golfo Persico, la Cina vuole che nulla ostruisca la loro estrazione e il loro trasporto.
ORA – Cosa significa questo nel breve periodo? Che la Cina non vuole una guerra nel Golfo Persico contro l’Iran, perché questo molto probabilmente farà cessare le importazioni di greggio dalla repubblica islamica e forse destabilizzerà anche il passaggio delle petroliere dallo Stretto di Hormuz. Questo potrebbe essere un vantaggio anche per l’Occidente, perché Pechino molto probabilmente premerà segretamente sui leader di Tehran perché non cerchi mai di chiudere davvero lo stretto: questo infatti danneggerebbe la Cina più di quanto farebbe con l’Occidente. Del resto ricordiamo anche che di tutto il petrolio che scorre fuori dal Golfo, almeno tre quarti vanno in Estremo Oriente e non verso l’Occidente… Qualche minaccia da parte di Pechino di togliere il proprio supporto all’Iran all’interno del Consiglio di Sicurezza dell’ONU potrebbe bastare a convincere gli iraniani che anche solo tentare di bloccare lo stretto potrebbe essere una pessima idea – una risposta massiccia degli USA diventerebbe non solo sicura ma anche più legittimata internazionalmente.
NEL FUTURO – Cosa significa in futuro, sul lungo periodo? Che la Cina non vuole nessuna guerra o seria destabilizzazione regionale nel Golfo anche nel futuro, e si impegnerà duramente per impedirlo in quanto questo rimarrà il maggiore rischio per la sua sicurezza energetica. Con così tanti interessi nel mantenere la stabilità, la Cina potrebbe diventare il migliore amico degli USA, garantendo che l’Iran non sia troppo aggressivo verso i vicini, anch’essi vitali per Pechino. Certo, i toni rimarrebbero alti e Tehran continuerebbe con le sue minacce, ma la Cina godrebbe di una maggiore fiducia di tutti (almeno fino al primo grosso pasticcio…) e potrebbe rendersi garante della pace regionale. Al tempo stesso gli USA potrebbero finalmente fare ciò che sognano da anni, ovvero ridurre sensibilmente il proprio impegno in Medio Oriente, concentrarsi meglio altrove e fare sì che stavolta sia la Cina a rimanere impantanata in una delle regioni più complesse del pianeta.
DUNQUE? – Per quanto sembri incredibile a molti, gli USA potrebbero guadagnare molto da una attenta cooperazione con la Cina. La dottrina Air-Sea Battle potrà anche rendere felice il Pentagono, ma non renderà più sicuro il Golfo Persico o altre aree. Lo farà invece lo sfruttamento delle debolezze economiche cinesi. Bisogna ricordarlo la prossima volta che una nave da guerra cinese si muove: invece di pensare al modo migliore per affondarla, può risultare più utile pensare a come guidarla verso interessi comuni.