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venerdì 30 Ottobre 2020
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    Cina: investimenti esteri per un’economia di consumo

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    La Cina è alla ricerca di maggiori opportunità di investimento nei mercati dei Paesi sviluppati per assicurare la sostenibilità di crescita della propria economia. L’accesso delle aziende europee a tecnologia e conoscenza permetterà di soddisfare la domanda di beni di consumo e accrescere la competitività cinese a casa e nel mondo.

    VERSO UN’ECONOMIA DI CONSUMO – La crescita economica della Cina ha impressionato non solo economisti ma anche osservatori internazionali per la sua eccezionalità. Con una crescita media annuale del 10%, il modello di crescita cinese è stato fonte di ispirazione di molti Paesi in via di sviluppo alla ricerca di quella giusta “ricetta” per la crescita economica. Tuttavia, l’anno scorso, il ritmo di crescita è calato al 7.5%, e gli economisti prevedono un ulteriore declino nel 2015. Nonostante un rallentamento del ritmo di crescita non preannunci un collasso dell’economia cinese, il cambiamento deve essere affrontato con le giuste misure. Infatti, dopo due decenni di crescita indotta da esportazioni e investimenti esteri, è giunto il momento per l’economia cinese per passare da un modello economico basato sulle esportazioni a un modello di economia di consumo, più sostenibile nel lungo termine. Il presidente cinese Xi Jinping ha definito questa nuova fase di crescita come la “nuova normalità”, secondo cui il Paese deve andare incontro a una situazione di riequilibrio attraverso una diversificazione dell’economia, il raggiungimento di un modello di crescita più sostenibile e una più equa distribuzione dei benefici tra la popolazione. Il consumo è in effetti cresciuto passando dal 37% del Pil nel 2010 al 51,2% del Pil a fine 2014, diventando il principale fattore di crescita. Insieme ai consumi, gli investimenti sono l’altro principale fattore di crescita, costituendo il restante 48,5% (pari al 3,6% della crescita del Pil). Nel 2013, complice la crescita economica, gli investimenti erano ancora superiori ai consumi, ma le difficoltà delle esportazioni sulla scia della crisi economica e finanziaria hanno spinto il Governo cinese a concentrarsi sui consumi interni per incentivare la crescita economica del Paese. Nel 2014 le misure attivate per incentivare i consumi andarono da quelle per migliorare la distribuzione del reddito e incrementare il reddito dei contadini, a quelle per assicurare che il reddito delle famiglie potesse crescere in linea con il Pil. Tuttavia, una transizione verso un’economia di consumo dipenderà inevitabilmente dal reddito a disposizione delle famiglie e dalla propensione al consumo. Consapevole di questo, il Governo cinese ha aumentato i livelli di salario minimo tra il 15 ed il 25% annuo negli ultimi quattro anni.

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    Fig. 1 – Dopo il “boom” degli investimenti, la Cina prova a cambiare driver di sviluppo?

    IL RUOLO DEGLI INVESTIMENTI ESTERI DIRETTI CINESI – La Cina ha incominciato a percorrere la strada che altri Paesi hanno già intrapreso per rendere la loro crescita economica sostenibile nel lungo periodo. Gli investimenti esteri diretti (IDE) cinesi giocheranno un ruolo importante nel trasformare l’economia cinese in un’economia di consumo. Le aziende cinesi hanno ora accumulato un surplus di risorse e capitali tale da poter investire all’estero fino a quando non eccederanno gli investimenti in entrata. Il Governo cinese ha implementato diverse misure per incentivare gli investimenti in uscita eliminando stringenti barriere burocratiche. Un importante esempio è il progetto della “nuova via della seta” che offre grandi opportunità di investimento per le imprese cinesi in diversi continenti nel settore delle infrastrutture. Un altro importante passo verso un’economia di consumo è stata la diversificazione dei settori di investimento. Sin dall’inizio del periodo delle riforme (1979) gli investimenti cinesi erano indirizzati principalmente al settore delle risorse naturali con scopi di acquisizione di tali risorse e di accesso al mercato, ma dalla metà del 2000 gli investimenti hanno incominciato a toccare anche altri settori – tecnologico, immobiliare, finanziario e della sanità – seguendo una strategia di “acquisizione di assets” (investimenti strategic assets seeking) e di accesso di mercato (market seeking strategy). Questo cambiamento e l’adozione di una strategia globale da parte delle aziende cinesi finalizzata ad aumentare la loro competitività internazionale sono dovuti a due principali motivi. Il primo è quello di far fronte alla crescente domanda, da parte della classe media, di prodotti di consumo ad alta qualità, ad alta tecnologia e di consumo high-end. La classe media cinese, per la loro migliore qualità, continua a prediligere, per esempio, i frigoriferi Bosch rispetto a quelli di una marca locale. Le aziende cinesi si trovano quindi davanti alla necessità di incrementare la qualità della loro produzione e salire così la catena del valore globale. A questo servono infatti gli investimenti esteri cinesi nei mercati dei Paesi sviluppati: l’acquisizione di tecnologia e conoscenze permetterà un aumento della qualità dei prodotti cinesi rendendoli più competitivi nel mercato interno. Il secondo è connesso al problema della competizione nazionale di cui molte imprese soffrono. Nel settore automobilistico, per esempio, la competizione è dovuta alla penetrazione del mercato da parte di imprese automobilistiche straniere negli ultimi tre decenni e dall’attrazione che godono presso la popolazione cinese. Le imprese automobilistiche cinesi incontrano quindi difficoltà nell’aumentare la loro partecipazione al mercato nazionale e sono quindi chiamate ad adottare una strategia globale di investimento tramite l’acquisizione di imprese straniere (come fu il caso dell’acquisizione di Volvo) per aumentare la loro competitività internazionale e far fronte agli “ostacoli” nazionali.

    I TARGET DEGLI IDE CINESI – I mercati dei Paesi sviluppati, cioè sia il mercato statunitense che europeo, sono la meta ambita della strategia globale delle aziende cinesi. Come accennato in precedenza, infatti, le aziende cinesi perseguono la strategia di accesso di mercato e acquisizione di assets mediante l’acquisizione di marchi stranieri. Un esempio è offerto da Volvo, che è passata completamente nelle mani dell’azienda cinese Geely nel 2010. L’azienda cinese ha potuto quindi avere accesso alla tecnologia Volvo (strategic asset seeking strategy) e, attraverso l’acquisizione di un brand rinomato a livello mondiale, ha anche potuto accedere al suo mercato e giovato della sua competitività sia nel mercato nazionale che internazionale. Questo tipo di strategia, inoltre, permette alle aziende cinesi di soddisfare le esigenze di una clientela più sofisticata (sia in Cina che nel mondo) adattando i propri prodotti alle caratteristiche di questa domanda.

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    Fig. 2 – Volvo, uno dei simboli della strategia di acquisizioni cinesi in Europa

    LA CRISI FINANZIARIA – Dai dati dell’ultimo decennio, gli IDE cinesi si sono rivolti maggiormente verso gli Stati Uniti piuttosto che verso l’ Europa. La classifica delle destinazioni mondiali degli IDE cinesi nel 2013 vede gli Stati Uniti al 3° posto e, tra i Paesi europei, la Gran Bretagna all’8° seguita dal Lussemburgo. Gli IDE cinesi in Europa sono concentrati in alcuni Paesi, ovvero Gran Bretagna, Lussemburgo e Russia alle prime tre posizioni, sino ad arrivare all’Italia, che si trova nella 13°, mancando quindi una distribuzione diffusa tra i Paesi dell’eurozona. Tuttavia, le difficoltà della crisi finanziaria del 2008 per gli Stati europei sembrerebbe aver offerto nuove opportunità di investimento per le aziende cinesi. Guardando agli investimenti esteri cinesi in Europa nel periodo dal 2000 al 2011, si sono registrate 573 transazioni del valore di 21 miliardi di dollari, 10 miliardi dei quali nel solo 2011. Nonostante l’alto valore delle transazioni nel 2011, se si suppone che in quell’anno gli investimenti esteri da parte di altri Paesi in Europa siano rimasti stabili, quei 10 milioni di dollari costituirebbero soltanto il 4% del totale dei flussi di investimenti in entrata dell’UE. L’aumento di tali transazioni è stato dovuto dalla necessità di liquidità da parte dei Paesi europei, presentando i cinesi come i migliori creditori. Nel 2009, gli investimenti cinesi aumentarono del 2% rispetto all’anno precedente, con un incremento di 1% nel 2010 sino a raggiungere il 6% di aumento nel 2011 con i 10 miliardi di transazioni. Esempi di transazioni post-crisi sono la concessione del porto ateniese del Pireo da parte del Governo greco all’impresa pubblica cinese, COSCO, nel 2010 e la parziale acquisizione dell’azienda italiana Pirelli da parte di ChemChina nello scorso marzo. Ciononostante il livello degli investimenti cinesi in Europa rimane ancora basso in confronto agli Stati Uniti, in cui si è invece registrato un aumento del 23,7%. Per il futuro però, analisti internazionali predicono una crescita degli investimenti cinesi non solo nei tre settori economici già fortemente toccati, il settore chimico, automobilistico, del petrolio e del gas e delle utilità, ma anche nel settore dei servizi, come quello della logistica e dei trasporti. Infatti, lo studio del Rhodium Group offre un quadro positivo del futuro dell’Europa – Francia, Gran Bretagna, Germania – come destinazione degli IDE cinesi, ma occorre vedere quando queste prospettive si realizzeranno. Gli IDE cinesi negli USA e nell’UE permetteranno una crescita a livello internazionale delle imprese cinesi e gioveranno all’economia cinese diminuendo la sua dipendenza dagli investimenti interni, destinati a calare nel lungo termine, aumentando il livello della produzione cinese nella catena del valore e soddisfacendo, infine, la crescente domanda di consumo della classe media cinese.  In conclusione, la transizione verso un’economia di consumo sarà determinata da un mix di misure interne, come crescita dei salari e dei consumi, ed estere volte a soddisfare questa crescente domanda interna di consumi.

    Martina Desogus

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    Un chicco in più

    Volvo non è l’unica impresa europea che ha attratto gli investimenti cinesi: non scordiamoci della parziale concessione dell’azienda italiana Pirelli nello scorso marzo di quest’anno e degli investimenti cinesi, forse meno noti a livello mediatico, nelle strutture portuali europee come quelle di Napoli e Anversa. A proposito di Volvo, però, è interessante sapere che il management cinese si occupa soltanto del mercato cinese lasciando la gestione del mercato europeo ai manager europei, in conformità con la strategia di investimenti cinesi sopramenzionata.

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    Martina Desogus
    Martina Desogus

    Dopo la laurea in Scienze Politiche – Relazioni Internazionali presso l’Università di Cagliari ho intrapreso una laurea specialistica in Relazioni Internazionali presso la Peking University. Ho un grande interesse per il ruolo della Cina nelle relazioni internazionali e delle sue relazioni con l’Unione Europea e i singoli paesi europei. Vivo già da tre anni in Cina, dove ho potuto perfezionare la conoscenza della lingua e cultura cinese e da dove è poi scaturito il mio interesse per la Cina nell’ambito delle relazioni internazionali.

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