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    Da Guangzhou – Ecco in esclusiva una testimonianza unica: il racconto delle proteste anti-giapponesi che hanno infiammato la Cina negli ultimi giorni, vissute in prima persona da un nostro collaboratore. Prendete la disputa delle Diaoyu/Senkaku all’apice della battaglia diplomatica, l’anniversario dell’invasione giapponese del 18 Settembre 1937 e unite il tutto al fatto di trovarvi casualmente in Cina, precisamente a Guangzhou, davanti al Consolato giapponese. Ecco come nasce la testimonianza di un martedì 18 settembre nel mezzo delle proteste anti-giapponesi di scena a Guangzhou

     

    QUANDO IL CERCHIO SI CHIUDE – Il cellulare mi sveglia di soprassalto alle 7:30, dall’ufficio mi chiedono di rimanere tranquillamente a casa data la vicinanza fisica al Consolato Giapponese preso il Garden Hotel, quartiere Yuexiu, zona Taojin. Non che l’avvertimento fosse un lampo a ciel sereno, nei giorni precedenti proteste insignificanti e slogan urlati a squarciagola avevano spezzato la monotonia della settimana lavorativa. In realtà è stato il weekend a fare aprire gli occhi all’intera Guangzhou su quanto la questione dell’arcipelago conteso fra Cina e Giappone potesse diventare esplosiva.

     

    L’ANTEFATTO – Domenica 15 settembre, in tarda mattinata, un gruppo di manifestanti che stazionava al di fuori del Consolato giapponese a Taojin ripiega verso l’entrata principale del Garden Hotel, che oltre ad essere uno degli alberghi più famosi di Guangzhou, ospita anche numerosi uffici e consolati tra cui anche quello statunitense. Dopo aver letteralmente polverizzato la porta di vetro nella hall, il gruppo di violenti si vede chiuso la strada verso il Consolato giapponese e ripiega quindi verso l’obiettivo più semplice e meno protetto: il ristorante in stile nipponico del secondo piano. Vetrine distrutte, tavoli divelti e altri danni materiali il bilancio dell’azione mordi e fuggi. Dopo la paura per l’evento inaspettato, non resta che immaginare quali conseguenze porterà l’imminente 75esimo anniversario dell’invasione giapponese del 1937, che l’amministrazione del complesso chiama “giornata speciale”, nell’avviso in cui avverte gli ospiti della struttura.

     

    LA “GIORNATA SPECIALE” – Passato il secondo di shock emotivo per la vacanza inattesa di martedì, mi ricordo di aver cullato per qualche tempo velleità da inviato di guerra, finendo sempre per desistere a causa della quiete italo-europea della Brianza in cui ho sempre vissuto. Cerco di trovare almeno un motivo per cui dovrei rimanere nel mio letto al sicuro e non raggiungere il mio posto di lavoro, trasformatosi in una zona di guerra nel giro di una notte. Ne trovo almeno una decina e quindi decido di uscire di casa dopo aver scelto la t-shirt piu’ politically-friendly con le ragioni della piazza: quella con il faccione di Lei Feng, immaginifico eroe nazionale, stampata in rosso su sfondo nero. L’aria increddibilmente fresca di queste ultime giornate d’estate mi riporta con la mente agli innumerevoli inviti alla prudenza ripetuti come un mantra da parenti e amici.

     

    STESSA STORIA, STESSO POSTO? – Prendo al volo il bus 191, quello che ogni giorno mi porta in ufficio e mentre scruto l’orizzonte dietro i miei Rayban da perfetto espatriato mi accorgo che il Tianhe Sport Centre, il complesso dove gioca il Guangzhou Evergrande di Marcello Lippi, si è trasformato in una base militare. Circa 50 mezzi pesanti appartenenti alla Chinese People’s Armed Police Force, per gli amici Wujing, circondano l’intero stadio nei pressi del quale gli scontri del weekend hanno danneggiato anche l’auto del Console Generale d’Italia a Guangzhou, che transitava ignaro delle proteste su una TOYOTA con targa diplomatica: errore quasi fatale. Giunto a Taojin, riesco a malapena a credere ai miei occhi, quello che durante la settimana è normalmente uno dei quartieri più attivi e affollati di Canton, appare ora privo del solito traffico cui si sono sostituiti però circa 20.000 uomini appartenenti alle varie forze di polizia. L’impressione è quella di camminare ad occhi chiusi in un campo minato.

     

    NON-VIOLENZA A SQUARCIAGOLA – Dopo un breve giro dell’isolato cerco di quantificare il microcosmo che mi circonda tirando le somme di partecipanti alla manifestazione e appartenenti alle forze dell’ordine. Sicuramente i secondi raddoppiano i primi, per un totale di circa 10mila controllori e 5mila controllati, cui vanno aggiunti miriadi di curiosi accorsi a Taojin per assistere allo spettacolo. La situazione si mostra subito come innocua, come testimonia il basso livello di nervosismo degli agenti della polizia locale, impegnati a godersi il mondo dei sogni, stremati dai turni di 8 ore di veglia. Iniziano ad arrivare i primi gruppi organizzati, appartenenti a Università, associazioni giovanili o aziende cinesi che per l’occasione sfoggiano t-shirts con motti patriottici, il profilo delle Diaoyu o semplicemente minacce rivolte al nemico di sempre. Con il mio cinese stentato, riesco tuttavia a comprendere i due slogan che ascolterò incessantemente per tutta la giornata, la resa improvvisata in italiano è “Le Diaouyu sono territorio cinese” e “Schiacciamo l’insignificante Giappone”, come nel più classico dei tormentoni dell’estate, il ritornello va ripetuto fino allo svenimento.

     

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    PRESENTE E PASSATO – Dopo alcune ondate di perlustrazione, i gruppi organizzati di manifestanti iniziano a concentrarsi presso l’entrata ovest del Garden Hotel, dove solo una salita fortificata in maniera impeccabile li separa dalle odiate mura della rappresentanza nipponica. Bandiera ammainata, consolato chiuso e circondato da un numero sconvolgente di uomini in divisa, tanto fitti che si ha l’impressione metaforica che lanciando il famoso ago, le possibilità che tocchi terra siano davvero minime. Mentre inizia il concerto a cappella degli slogan propagandistici qualcuno nota il mio viso occidentale nella massa cinese, parte la raffica di domande, alcune addirittura in cantonese (dialetto del Guangdong molto vicino ai suoni del Sud-Est Asiatico). Fortunatamente incontro JJ, che parla un inglese sopra la media e che invece di recarsi al lavoro nella sua compagnia giapponese ha deciso di unirsi alla protesta “per una causa giusta e per ricordare l’orrore della storia”. Sembra un vizio piuttosto diffuso nella folla in cui mi trovo da estraneo quello di collegare in maniera inscindibile le recenti vicissitudini delle Diaoyu/Senkaku alla memoria di lunga data delle violenze dell’invasione giapponese e dell’incancellabile “stupro di Nanchino”, in cui circa 300.000 tra civili e volontari persero la vita in pochi giorni.

     

    SALE LA TENSIONE – L’aver risposto alle domande della folla che mi circonda mi costerà il venire identificato su weibo, il twitter locale, come “l’italiano che partecipa alla manifestazione”, qualche foto compromettente insieme alle manifestanti del gentil sesso e una t-shirt contro il Giappone compresa nel pacchetto “famosi per un giorno”. La rabbia dei manifestanti inizia intanto a montare, e per l’impressionante presenza delle forze dell’ordine, e per l’assenza della tanto attesa controparte che ha preferito saggiamente ritirare dietro mura lontane dal troppo esposto consolato. Qualcuno lancia cartelloni contro le transenne, qualcun altro colpisce un sergente della polizia che filma i manifestanti con una bottiglietta d’acqua, le bandiere bruciate e gli insulti a Giappone e giapponesi si sprecano. Più che violenta, la folla inizia ad essere annoiata, tanto che si cerca di sostituire i due slogan ormai noti anche ai muri con l’inno cinese e ritornelli di sapor di Rivoluzione Culturale. D’altra parte i santini formato A4 di Mao Zedong sono veramente tanti lungo il serpentone che racchiuso tra due ali di poliziotti in assetto anti-sommossa circonda le mura di un Garden Hotel fantasma.

     

    BOICOTTAGGIO UNICA VIA – Tra le menti più reattive presenti in strada c’è probabilmente quella di JJ, con cui continuo a discutere della situazione e che uso spudoratamente quale interprete per le mie domande al popolino. Alla decima risposta preimpostata sulla disputa delle Diaoyu e sulla storia dei rappoerti col Giappone decido di rimettere in tasca il taccuino, inutile carpire opinioni personali in una massa abituata alle risposte di facciata o disposta solo a mostrare solo la faccia politically correct del proprio pensiero. Dalla faccia del mio compagno di “marcia” capisco la delusione di chi ha buttato una giornata di lavoro per veder sfumare ogni possibilità di successo di una manifestazione in realtà sterile di risultati. L’unico lampo che riesce a riaccendere le speranze della piazza è il boicottaggio, richiamato da vari striscioni che ricordano la miriade di marche giapponesi o dai punti vendita Jusco e 7 eleven, prudentemente chiusi per l’occasione. “To boycott is castrate Japan” riporta nel suo inglese stentato un cartellone che svetta sugli altri, e proprio il boicottaggio, anche per un periodo simbolico, dei prodotti giapponesi sembra l’unica via per far sentire il peso dell’opinione pubblica in un paese in cui la politica estera si mischia facilmente al nazionalismo dell’eccezione cinese.

     

    RITORNO ALLA NORMALITA’ – Verso le 18 Taojin inizia a svuotarsi, sia per il calar del sole sia per la fame che attanaglia l’orda di manifestanti strenuati dalle grida e da un sole che nonstante il forte vento si è fatto sentire per tutta la giornata. Il bilancio della “giornata speciale” sa di miracolo, zero danni a cose e persone, zero contusi o feriti, zero episodi di violenza vera e propria, alla fine dei conti la mobilitazione di massa richiesta dalle autorità di Guangzhou è stata un deterrente più che efficace a sedare qualunque tentativo irragionevole viste le proporzioni. L’ordine e la sensazione di controllo e sicurezza hanno fatto impallidire anche l’osservatore più cinico nei miei panni di straniero abituato al bollettino di guerra fatto circolare dopo ogni scontro scottante nella Serie A nostrana. Dopo gli avvenimenti di Piazza Tienanmen sembra che il Governo cinese abbia imparato a dosare violenza e pressione sui manifestanti, che nonostante la censura online, riescono comunque a raggiungere livelli di organizzaazione invidiabili. Occasioni come quelle di martedì sembrano rappresentare in realtà le valvole di sfogo per i risentimenti di chi rimane escluso dal benessere ormai dilagante nella classe media cinese, canta che ti passa dice il vecchio adagio, ma il concetto sembra rimanere un evergreen anche al di fuori della sbornia anti-nipponica. Ritorno verso casa sul solito 191 noto che dei camion mimetici attorno allo stadio non è rimasta neanche l’ombra, in fondo, dopo le emozioni forti della giornata il tramonto sul Pearl River sembra scacciare via le nubi delle minacce di una guerra che resta in stand by, in una Guangzhou scossa dal vento dell’est che porta lontane inimicizie.

     

    Fabio Stella
    Fabio Stella

    Fresco di laurea in relazioni internazionali, con il sogno della carriera diplomatica nel cassetto, la voglia di nuovo e la curiosità l’hanno spinto per fare le valigie per l’estremo Oriente, da dove non sembra voler più tornare. Autore del “7 giorni in un ristretto” redige per voi il calendario della Comunità Internazionale ogni lunedì anticipandovi curiosità, scandali, intrighi e retroscena della geopolitica in ogni angolo del pianeta. Citazioni altisonanti e frasi ad effetto le sue armi “preferite” insieme all’ambizione di rimanere perennemente in equilibrio sul filo del rasoio delle previsioni “da sfera di cristallo”, con una tazzina di “caffè” rigorosamente “espresso” in mano.

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