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    La Grecia è ancora in trattativa con i suoi creditori per un piano di riforme in grado di sollevare la Grecia dalla forte recessione economica e ripagare il debito. La privatizzazione di alcuni assetti greci si sposa con i progetti cinesi per la regione. Tuttavia l’instabilità politica greca rallenta le trattative sulla privatizzazione degli asset.

    Il PORTO GRECO DEL PIREO – La crisi del debito greco e la negoziazione tra la Troika (Unione Europea, Banca Centrale Europea, Fondo Monetario Internazionale) e il Governo Tsipras per cercare di risolverla sono state questioni nodali in quest’estate che volge al termine. Ma la crisi greca è iniziata ben prima: il Paese è stato fortemente colpito dalla crisi economico-finanziaria del 2008, cui è seguita la fuga di capitali da parte delle aziende multinazionali internazionali che ha originato la recessione ellenica. Ma nel 2010 la concessione del porto greco del Pireo per 35 anni alla cinese COSCO Pacific – azienda pubblica leader nel settore logistico – ha portato un’ondata di investimento dell’ammontare di 4.3 miliardi di euro per tutta la durata della concessione. L’arrivo di COSCO nel porto del Pireo ha risollevato le condizioni operative del porto dal crollo in cui era caduto a causa di decenni di declino industriale e della crisi dei debiti del Paese. COSCO ha aumento le operazioni del porto da 433.582 container nel 2008 a 3.16 milioni di container nel 2013. COSCO ha anche creato 1000 posti di lavoro, smentendo le preoccupazioni dei sindacati greci sulla possibilità di licenziamenti. Bisogna inoltre considerar quanto il Pireo è importante per il commercio sia marittimo che via terra: la spedizione di container tramite questo porto e poi, via treno, in Europa centrale, riduce i tempi tra i quattro e i dieci giorni rispetto alle vie alternative tramite i porti nordici di Amburgo, Anversa e Rotterdam.

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    Fig. 1 – Container cinesi al porto del Pireo

    ECONOMIE COMPLEMENTARI – Un continuo miglioramento delle capacità operative del porto del Pireo è molto importante per i progetti a lungo termine della Cina. La posizione geografica del porto permette infatti a Pechino di incrementare la sua catena di fornitura in Europa e la sua presenza nell’economia globale. Il progetto della Nuova Via della Seta, sia marittima che terrestre, darà la possibilità alle aziende cinesi di incrementare i rapporti economici con l’Europa riducendo i tempi di spedizione. Il porto greco ha quindi un ruolo fondamentale nella Via marittima della seta: per la sua posizione geografica ricopre un ruolo cardine per il commercio sia nel Mediterraneo che tra l’Europa e l’Asia, ed è il porto europeo più vicino al canale di Suez. Nel 2013 la Grecia ha raggiunto un accordo con l’azienda cinese per un investimento di 224 milioni di euro finalizzati all’espansione del porto. Durante la visita dell’estate scorsa, il Primo ministro cinese Li Keqiang ha affermato che «la Cina vuole una maggiore cooperazione con la Grecia nello sviluppo di aeroporti, reti ferroviarie, stradali e altre infrastrutture», aggiungendo che «l’economia cinese e greca sono complementari» in quanto «la Grecia sta accelerando la privatizzazione e la costruzione di infrastrutture» e «la Cina incoraggerà le imprese in loco a giocare un ruolo proattivo in questo processo». Anche Yannis Dragasakis, vice-primo ministro e rappresentante principale dell’ala moderata di Syriza, si è dichiarato favorevole a una maggiore cooperazione tra la Grecia e la Cina, sostenendo che «nel contesto dell’iniziativa della Nuova Via della Seta, ci sono progetti infrastrutturali di comune interesse» e che «un tassello importante del recupero greco nei prossimi anni deve provenire da un aumento di investimenti destinati all’infrastruttura».

    LA POSIZIONE OSCILLANTE DI SYRIZA – Gli interessi cinesi sembrano sposarsi bene con l’attuale crisi greca e la domanda da parte dei creditori europei di accelerare il processo di privatizzazione degli asset pubblici ellenici per risanare il debito del Paese. Durante il vertice Cina-Europa tenutosi a Bruxelles a fine giugno, il Primo ministro Li Keqiang aveva affermato l’interesse della Cina per un’Europa unita considerando la crisi greca un affare esclusivamente europeo e confidando nella capacità dei leader della regione per la sua risoluzione. Ciò nonostante non sono mancate le speculazioni su un possibile ruolo della Cina come “salvatore” della Grecia, che sono state poi smentite dal Governo di Alexis Tsipras. Da quando quest’ultimo è salito al potere la sua posizione sulla privatizzazione si è rivelata oscillante e poco chiara, impedendo ai cinesi di investire ulteriormente nel porto del Pireo. Il precedente Governo greco si era dimostrato favorevole a vendere il 67% della Piraeus Port Authority in accordo con i creditori della Troika. Il piano totale di privatizzazione comprendeva anche la vendita di una varietà di asset, incluse le licenze per lo sfruttamento di quattordici aeroporti in tutto il Paese. Ma Theodoros Dritsas, ministro della Marina mercantile dell’attuale Governo, ha riferito alla stampa che la vendita era stata cancellata, in linea con la promessa elettorale di Syriza che gli asset statali strategici non sarebbero stati privatizzati e che gli accordi sarebbero stati rinegoziati. All’inizio di quest’anno, però, il premier Tsipras ha cambiato rotta annunciando l’intenzione di procedere con la vendita degli asset greci, affermando l’importanza di Atene come porta d’accesso agli investimenti cinesi in Europa. Nel maggio di quest’anno il Governo greco ha sbloccato la vendita del 51% della Piraeus Port Authority e gli investitori dovranno presentare le loro offerte entro settembre di quest’anno. Hua Chunying, portavoce del ministro delle Finanze, ha presentato il programma di COSCO come «un modello per una cooperazione reciprocamente vantaggiosa tra Cina e Grecia», sperando nel raggiungimento di accordi al più presto. In considerazione del suo successo nel porto COSCO è al primo posto come probabile acquirente, ma altre aziende sono fortemente interessate – ad esempio la statunitense Ports America e la danese Apm Terminals.

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    Fig. 2 – Il vice-primo ministro greco, Yannis Dragasakis, con Alexis Tsipras

    PAURA DI PRIVATIZZARE – Tuttavia la diffidenza di una parte della classe politica greca sulla privatizzazione non è comune soltanto alla nazione ellenica, ma anche a molti Paesi sviluppati. In un articolo dell’ “Economist”, infatti, viene presentata la divergente posizione tra Paesi in via di sviluppo e quelli avanzati in merito alla privatizzazione degli assetti pubblici. La recente ondata di privatizzazioni ha visto come protagonisti i Paesi in via di sviluppo: la Cina, per esempio, ha venduto partecipazioni minori di banche, del settore energetico, dell’ingegneria e delle telecomunicazioni; il Brasile procede con la vendita di molti suoi aeroporti per aiutare il finanziamento di un programma di investimento di 20 miliardi di dollari. Undici delle 20 grandi IPO (offerte pubbliche iniziali) tra il 2005 e il 2011 sono vendite di quote minori da parte di imprese statali, la maggior parte delle quali in Paesi emergenti. La partecipazione di maggiori investitori negli assetti pubblici può favorire la riduzione del debito, il finanziamento di infrastrutture e il miglioramento dell’efficienza economica. Tuttavia anche molti Stati europei stanno valutando la privatizzazione di diversi asset pubblici per diverse ragioni. Il Governo conservatore britannico, per esempio, è deciso a ridurre il rapporto debito/PIL. Nel caso della Grecia, invece, la privatizzazione appare più una decisione imposta che una scelta: dopo il referendum greco che ha bocciato il piano di riforme di Bruxelles, il Governo ha appoggiato il nuovo pacchetto che, in merito alla privatizzazione, suggeriva «la costituzione di un fondo, non pienamente controllato dalla Grecia, in cui sarebbero inseriti i principali asset da privatizzare e i proventi delle cui vendite sarebbero finalizzate al risanamento del debito».

    UN FUTURO INCERTO – Le recenti dimissioni del Primo ministro Tsipras, tuttavia, gettano ancora una volta incertezza prima di tutto sul futuro politico della Grecia, e poi sul futuro della privatizzazione degli asset e degli investimenti cinesi nel Paese. Dragasakis aveva affermato che i cinesi hanno una strategia chiara e concreta sul porto come bacino commerciale, mentre i greci, dal canto loro, non hanno mai sviluppato una strategia. L’attuale valore di mercato della Piraeus Port Authority raggiunge i 278 milioni di euro, ma l’importanza geostrategica del porto ha sollevato indiscrezioni sulla disponibilità dei compratori a pagare un sovrapprezzo. Ma l’indecisa posizione del Governo greco sulla privatizzazione preclude la possibilità di usufruire di questa opportunità. Anche il portavoce di Amp Terminals ha sostenuto che la società rimane in attesa che «il Governo si pronunci sul processo della privatizzazione» e che «restano impegnati a favore dello sviluppo della Grecia. In termini di riforme, la privatizzazione del porto rimane un’opportunità positiva per l’investimento e per la crescita dell’economia». L’assenza di una strategia nel lungo termine e il perenne blocco nel processo decisionale greco ha causato e sta ancora causando uno spreco di grandi opportunità. È quindi ancora una volta la difficile situazione politica greca a impedire un miglioramento economico. Non devono necessariamente essere i cinesi i protagonisti del processo di privatizzazione greco. Nonostante le positive aspettative sulla vendita del 51% del porto del Pireo, durante una visita officiale in Cina nello scorso marzo, Dragasakis – in un’intervista al giornale cinese Xinhua News – ha ammesso la divergenza di opinioni con la controparte cinese in merito di privatizzazioni: «Abbiamo una diversa concezione di come sviluppare aziende ad azionariato diffuso […] noi [i greci] parliamo di joint venture tra il settore pubblico e quello privato, non solo la vendita di quote di partecipazioni statali di un’azienda, anche se il controllo manageriale può essere posto nelle mani dell’investitore privato». La richiesta di Bruxelles di privatizzare degli asset greci potrà costituire un passo importante verso il risanamento economico del Paese e del debito pubblico. In questo processo, tuttavia, la stabilità politica ellenica e una strategia industriale a lungo termine sono due fondamentali prerogative.

    Martina Desogus

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    Un chicco in più

    Il termine “asset pubblico” è usato per identificare una moltitudine di proprietà pubbliche che comprendono asset finanziari – come aziende che gestiscono porti, aeroporti o ferrovie –  e non – come terreni, risorse sottoterra, edifici. Tuttavia, non tutti gli asset pubblici sono convenienti da vendere: soprattutto nei settori come quello dei trasporti e delle utilities, i prezzi per la clientela – se la regolamentazione non è definita prima della vendita – potrebbero aumentare a causa dell’insufficiente competizione. Al contrario di una vendita completa o di una parte dell’asset pubblico, molti Governi stanno addirittura siglando delle partnership tra privato e pubblico (PPP) che prevedono il passaggio del management, e non della proprietà, dal pubblico al privato, soprattutto per ciò che riguarda la costruzione di progetti infrastrutturali.

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    Foto: pireaspiraeus

    Martina Desogus
    Martina Desogus

    Dopo la laurea in Scienze Politiche – Relazioni Internazionali presso l’Università di Cagliari ho intrapreso una laurea specialistica in Relazioni Internazionali presso la Peking University. Ho un grande interesse per il ruolo della Cina nelle relazioni internazionali e delle sue relazioni con l’Unione Europea e i singoli paesi europei. Vivo già da tre anni in Cina, dove ho potuto perfezionare la conoscenza della lingua e cultura cinese e da dove è poi scaturito il mio interesse per la Cina nell’ambito delle relazioni internazionali.

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