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    Nella prima parte si è parlato della crescente scarsità di risorse che Pechino sta fronteggiando per garantirsi l’autosufficienza nelle derrate alimentari. Tuttavia c’è un altro aspetto del problema: che succederebbe nell’ipotesi (sempre più probabile) che la Cina non dovesse essere più in grado di far fronte alla domanda interna di grano? Si è parlato molto della nuova forma di “colonizzazione” che la Cina sta attuando all’estero, soprattutto in Africa. Pechino tesse relazioni diplomatiche sempre più fitte con paesi ricchi di risorse naturali, Africa in primis, per assicurarsi un canale preferenziale nell’acquisizione di commodites importanti come petrolio e gas naturale. A quanto pare terra e acqua sono state aggiunte alla lista della spesa

     

    (Segue. Leggi qui la prima parte)

     

    L’AUMENTO DELLE IMPORTAZIONI DI GRANO – Ad oggi la Cina produce 578 milioni di tonnellate di grano (riso, mais, soia e frumento) all’anno, che rappresentano il 90% della domanda interna e dispone di abbondanti riserve sia a livello nazionale che locale. E’ molto difficile, pertanto, che Pechino si trovi ad affrontare una crisi alimentare nel prossimo futuro. Tuttavia è anche vero che negli ultimi dieci anni il Governo ha dovuto ridurre considerevolmente il target di autosufficienza, tradizionalmente posto al 95% del fabbisogno nazionale. Le riserve dei granai sono diminuite, soprattutto al Nord, e le importazioni sono più che raddoppiate passando da 23 a 59 milioni di tonnellate tra il 2001 e 2011. Un campanello d’allarme per le alte sfere di Piazza Tien An Men, che potrebbe avere conseguenze sul piano internazionale. Da una parte un aumento della domanda Cinese di grano potrebbe avere un impatto disastroso sui prezzi internazionali, mettendo in difficoltà soprattutto i paesi poveri; dall’altra, un aumento dell’import di grano potrebbe portare ad un parziale riequilibrio della bilancia commerciale tra Cina e Stati Uniti, leader mondiale nel grano, rendendo così l’abbraccio tra le due economie sempre più serrato.

     

    LA SOIA – Per capire meglio di cosa stiamo parlando bisogna dare un’occhiata alla composizione dell’import agricolo cinese e ai suoi potenziali fornitori. La Cina è completamente autosufficiente nella produzione di riso, che viene consumato direttamente dalla popolazione, mentre il 90% delle sue importazioni consiste in soia, principalmente utilizzata per la produzione di carne, specialmente maiale. Di fatto, la composizione dei consumi interni cinesi sta cambiando velocemente a seguito dell’aumento dei redditi: il consumo di carne è aumentato vertiginosamente negli ultimi 10 anni passando da 19 a 53 kg pro capite tra il 1999 e il 2011. Questo si traduce direttamente in un aumento delle importazioni di soia. Ad oggi l’offerta mondiale dei soia sul mercato internazionale (primi 20 paesi esportatori) si aggira intorno a 95 milioni di tonnellate, di cui la Cina importa da sola circa 57 milioni, più metà delle quali dagli Stati Uniti. Se la Cina dovesse portare il suo consumo di carne ai livelli degli Stati Uniti (122 kg pro capite l’anno), o anche solo di Taiwan (74 kg), e allo stesso tempo fronteggiare una sostanziale diminuzione della produzione agricola interna, non è difficile prevedere una forte pressione sul prezzo internazionale della soia. Già nel 1995, Lester Brown nel suo libro “Who will feed China” evocò la possibilità che l’aumento dei redditi pro capite spingesse la domanda di cibo a livelli non sostenibili per il sistema agricolo globale e che la Cina potesse trovarsi nel 2025-30 con un deficit alimentare pari a 340 milioni di tonnellate di grano (due terzi della produzione corrente). Nonostante le previsioni di Brown siano sono state smentite dai dati degli ultimi quindici anni, la crescente scarsità di acqua e terra per l’agricoltura potrebbe però convalidare le sue stime da qui al 2030.

     

    LE SOLUZIONI – Finora il Governo ha cercato di colmare i crescenti deficit della produzione di grano attraverso un mix di politiche interne e una graduale estensione del target di autosufficienza da 95 a 90%. Il Partito ha cercato di riformare il mercato dell’acqua, migliorandone l’allocazione tra i settori economici e aumentandone il prezzo, in modo tale da evitare sprechi (60% delle risorse idriche è destinato all’irrigazione, ma solo il 40% arriva effettivamente alle piante). Tuttavia queste iniziative continuano a incontrare forti resistenze a livello locale, poiché l’acqua è vista come un bene libero.

    Si stima che, portando l’import al 15% della domanda, usando le falde acquifere rimaste e favorendo un’utilizzazione più razionale dei corsi d’acqua superficiali, la situazione possa ancora reggere per quindici vent’anni prima che la Cina si trovi effettivamente in una situazione di crisi. Nel frattempo il governo cerca strategie alternative e guarda oltre i suoi confini. E’ così che allo shopping internazionale di risorse naturali si aggiungono anche terra e acqua, che vengono cercate nei paesi che ne hanno in abbondanza. L’Argentina, ad esempio è in procinto di affittare a Pechino circa 300.000 ettari (0,2% del territorio coltivabile cinese) per la produzione di soia diretta al mercato cinese. Una soluzione più che conveniente per il Dragone, che può così sfruttare e inquinare il territorio come meglio crede senza poi sostenerne i costi ambientali. La stessa cosa sta succedendo in Africa e nel Sudest Asiatico. C’è chi sostiene che con il tempo le abitudini alimentari cinesi si modificheranno verso diete a più basso contenuto proteico, ma la crescente tendenza al consumismo a tutti i livelli sociali e il tasso di obesità tra i bambini (più del 15%) non fanno sperare per il meglio.

     

    Valeria Giacomin

    Valeria Giacomin
    Valeria Giacomin

    Laurea Triennale in Finanza presso l’università Bocconi nel 2009, Double Degree in International Management con la Fudan University di Shanghai tra il 2009 e 2011 e master di secondo livello in Economia del Sud Est Asiatico presso la SOAS di Londra nel 2012. Più di due anni in giro per l’Asia e gran voglia di avventura. Tra il 2010 e il 2012 ho lavorato in Vietnam come analista, a Milano come giornalista e a Città del Capo presso una compagnia e-commerce.
    Le mie aree d’interesse sono il commercio internazionale, business development e dinamiche di globalizzazione nei paesi emergenti, in particolare nel settore delle commodities agricole.
    Dal 2013 sono PhD Fellow in Danimarca presso la Copenhagen Business School. Sto scrivendo la mia tesi di dottorato sull’evoluzione del mercato dell’olio di palma in Malesia e Indonesia e più in generale seguo progetti di ricerca sul settore agribusiness in Sudest Asiatico.

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