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domenica 19 Settembre 2021

America is Back, or is it?

In breve

  • L’incontro ad Anchorage tra i vertici degli affari esteri di Washington e Pechino è stato senza esclusione di colpi e lascia presagire una prosecuzione della tensione tra i due Paesi a dispetto dei manifesti intenti di collaborazione.
  • L’UE e gli USA sembrano agire all’unisono, almeno sulla carta, rispetto alla questione degli uiguri nello Xingjiang, imponendo sanzioni individuali ad alti funzionari della regione cinese e scatenando le ire di Pechino.
  • La nuova postura degli Stati Uniti riflette lo slogan del Segretario di stato Blinken “America is back”, ma un ritorno della leadership USA all’era “pre-Trump” non sarà affatto semplice.

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AnalisiIl Segretario di Stato Blinken ad Anchorage propone un’America ritornata alla multilateralità e intenzionata a riallacciare i rapporti con gli alleati per coordinare il contenimento della Cina. Pechino non accetta lezioni e prepara la propria risposta mediatica e diplomatica.

IL PUNTO DOPO ANCHORAGE

Al di fuori del clamore mediatico di uno scambio teso, quanto è emerso dal summit in Alaska non porta novità rispetto alle posizioni già adottate pubblicamente da USA e Cina, profilandosi più come un’operazione mediatica che come un incontro foriero di decisioni fattuali. I cardini della China policy di Joe Biden, almeno per ciò che concerne la dimensione pubblica, sono la competizione strategica in materia tecnologica, le accuse di maltrattamento degli uiguri nello Xingjiang, la national security law di Hong Kong e il comportamento aggressivo delle Forze Armate cinesi sul confine himalayano con l’India e nel Mar Cinese meridionale, in cui si inserisce la delicatissima questione di Taiwan.
Si è fatta attendere la nomina del Rappresentante del Commercio Katherine Tai, sostenitrice della linea dura con Pechino e di un’apertura a Bruxelles, per questo fra i temi emersi ad Anchorage il profilo della politica commerciale è defilato. A questa si lega però l’ambito della competizione tecnologica, da cui sono influenzate anche le policy in materia energetica e ambientale, che le due delegazioni hanno riconosciuto quale cardine di cooperazione. Inoltre la creazione della nuova posizione di Indo-Pacific coordinator “su misura” per Kurt Campbell rivela l’intenzione di abbracciare due linee di policy care a questo personaggio: la convinzione che le Istituzioni di oggi, a partire dall’OMC, non riflettano più lo scenario contemporaneo, ma debbano restarne alla base (condivisa da Katherine Tai) e la volontà di creare nuove regole attorno all’ecosistema della tecnologia data-based, da adottare tra le democrazie occidentali e chi ne abbraccia i valori. La prima deadline è il 2024, anno delle prossime presidenziali USA, ma anche di un’ondata elettorale che coinvolgerà diversi Paesi chiave dell’Asia-Pacifico.
I delegati lasciano Anchorage con ottimismo nonostante i toni della discussione pubblica, facendo intendere che ci sia stato uno scambio privato costruttivo e prevedendo una collaborazione sui “problemi di azione collettiva” dell’inquinamento e dei dossier Nord Corea e Iran, ambiti che il mondo intero non può permettersi diventino giochi a somma zero. Si tratta di un’altra indicazione di come l’evento fosse volto alla comunicazione esterna e domestica, con un messaggio condiviso leggibile a chiare lettere: Stati Uniti e Cina restano in competizione strategica, ma faranno il possibile perché questa possa produrre effetti positivi nel lungo periodo. Gli elementi per lasciar presagire ciò, tuttavia, non sono ancora chiaramente visibili. La collaborazione dipende da una riscrittura almeno parziale delle aggressive politiche commerciali dell’Amministrazione Trump. Per il momento, invece, Biden mantiene il blocco dei semiconduttori e alza le barriere allo scambio con Pechino, confermando l’unica istanza di appoggio autenticamente bipartisan a una policy di ideazione trumpiana, che verrà però reinterpretata in chiave multilaterale secondo lo slogan scandito dal Segretario di Stato Anthony Blinken: “America is back”, con la sua “secret sauce” che è la libertà di criticare il proprio sistema per trarne lezioni per il futuro.

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Fig. 1 – Il summit di Anchorage tra i vertici della politica estera cinese e statunitense, 18 marzo 2021 

IL RIAVVICINAMENTO TRA WASHINGTON E BRUXELLES

Blinken si è presentato ad Anchorage dopo il suo primo “tour asiatico” focalizzato su Seul e Tokyo (già nell’orbita della gravità economica cinese) e dopo la conferenza Quad, che estende il dialogo, almeno a grandi linee, anche a India e Australia. La poco ortodossa sicumera con cui in Alaska il Segretario di Stato ha dato voce agli alleati assenti, sottolineandone le preoccupazioni per la postura aggressiva della Cina nel mondo, è stata accolta con sufficienza dal Consigliere di Stato Yang Jiechi e dal Ministro degli Esteri Wang Yi, i quali, in linea con il “benaltrismo” a tratti fuorviante al quale la diplomazia cinese ha abituato gli osservatori internazionali, hanno ribadito la narrativa consolidatasi nell’ultimo anno: l’Occidente è in declino, il modello democratico americano è fallace e afflitto da disuguaglianza economica e sociale, razzismo sistemico e immeritato senso di superiorità; la Cina, che ha eradicato la povertà ed è accerchiata da Paesi invidiosi del suo successo, non accetta lezioni, né accetta che Washington parli a nome degli alleati.
A conferma delle parole di Blinken giunge il primo timido segnale di un Occidente disposto a riallinearsi con gli USA sul dossier dei diritti umani, che Trump sembrava aver lasciato da parte: pochi giorni fa l’UE ha applicato sanzioni individuali a membri dell’amministrazione dello Xingjiang: è la prima volta che l’UE sanziona la Cina dalle misure punitive dei Paesi CEE in reazione al massacro di piazza Tiananmen, ancora formalmente negato dalla storiografia cinese. A questa iniziativa europea se ne è coordinata una simile dei Paesi del Five Eyes: USA, UK, Canada e Australia, quest’ultima già da tempo ai ferri corti con la Cina. Pechino tende a bollare sistematicamente come fabbricazioni le accuse di violazione dei diritti umani degli Uiguri, ma dalla periodica review del Consiglio per i diritti umani dell’ONU emerge chiaramente come la Cina si sia rifiutata di garantire il libero accesso degli ispettori delle Nazioni Unite a quelle che definisce strutture di rieducazione.
La Cina ha risposto con sanzioni individuali più che proporzionali, coinvolgendo membri del Parlamento Europeo e di think tank. L’Amministrazione Biden ha così ottenuto di ostacolare l’approvazione degli accordi di investimento Cina-UE, situazione confermata da una dichiarazione dell’S&D, secondo gruppo all’Europarlamento, che subordina anche la sola discussione dell’accordo al ritiro delle sanzioni individuali sui parlamentari europei. Ma Washington ha ancora molto lavoro da fare, a partire dal dossier TPP complicato dal recente accordo RCEP di Pechino, fino al coordinamento macroeconomico post-Covid e al rimedio del danno reputazionale causato dalla diplomazia trumpiana.

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Fig. 2 – Xi Jingping e Joe Biden durante un incontro pubblico con staff e studenti dell’International Studies Learning Center di South Gate, California, 17 febbraio 2012

AMERICA IS BACK, OR IS IT?

L’Occidente ha perso il “monopolio della narrativa” e la propria posizione di forza sui mercati. Mentre l’informazione che riesce a farsi strada oltre il great firewall è filtrata dai censori cinesi, Pechino può abbandonare la tradizionale politica di non ingerenza per organizzare una risposta mediatica e diplomatica che per gli USA, nel centro del mirino per la maldestra gestione dell’emergenza Covid-19 e le tensioni razziali, è senza precedenti. Un esempio è il rapporto del Consiglio di Stato cinese sulle violazioni dei diritti umani negli Stati Uniti, pubblicato subito dopo il summit in Alaska. A questo è seguita una dichiarazione congiunta Cina-Russia sulla governance globale che rivendica il rispetto del diritto internazionale, dei diritti umani e dei principi democratici, condannando l’interferenza straniera a guisa di promozione della democrazia. Mentre Blinken incontra i vertici NATO, gli E3 e i Visegrad four, il Ministro degli Esteri Wang Yi effettua un tour diplomatico per definire le relazioni strategiche con sei Paesi islamici chiave: Arabia Saudita, Turchia, Iran, Emirati, Bahrain e Oman, nessuno dei quali pare per ora intenzionato ad ergersi a difesa degli Uiguri. Con l’Iran, inoltre, la Cina ha appena firmato un accordo di cooperazione venticinquennale.
Infine non è ancora chiaro come l’Amministrazione Biden intenda agire, nel lungo periodo, sul piano commerciale e degli scambi people-to-people. Infatti gli esperti di nazionalità o di origine cinese costituiscono oggi una parte importante del capitale umano “chiave” delle compagnie che producono alta tecnologia negli Stati Uniti. Senza contare che la Cina è ormai il consumer market più vasto al mondo e ne può fare una leva potentissima non soltanto nel delicato ambito dell’alta tecnologia. Si prenda ad esempio la questione sorta negli ultimi giorni sul blocco delle importazioni di cotone dallo Xingjiang da parte di H&M e Nike, che ha visto i due brand di vestiario rimossi dalle piattaforme di e-commerce cinesi in poche ore.

Federico Zamparelli

Two travelers standing on path with flags of USA, European Union and China” by wuestenigel is licensed under CC BY

Federico Zamparelli
Federico Zamparelli

Udinese per nascita e affinità calcistica, genovese nel cuore, cittadino del mondo anche se fa un pochino cliché. Ho studiato Scienze Diplomatiche al SID di Gorizia (Università di Trieste) e proseguito con una magistrale in Global Studies, in un programma di doppia laurea con la LUISS di Roma e la China Foreign Affairs University di Pechino. Ora frequento un corso intensivo di lingua e cultura cinese alla Tsinghua University di Pechino, perché proprio non riesco a resistere al fascino del “regno di mezzo”. Parlo correntemente inglese e francese, le mie aree di maggior interesse sono l’Africa e l’Asia – in particolare la Cina – e nel Caffè metto la mia passione per l’economia, l’high tech e le politiche energetiche.

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