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    Diritti… e rovesci

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    La vicenda del fondatore di Wikileaks Julian Assange, confinato nell'ambasciata dell'Ecuador a Londra, costituisce un affascinante intreccio tra norme del diritto internazionale, prassi diplomatiche e questioni geopolitiche. Vediamo come, da una parte, la richiesta di asilo da parte di Assange si collochi nel panorama giuridico e, dall'altra, quali sono i reali interessi del Presidente ecuadoregno Correa

    LA VERITA’ – Chi è Julian Assange? Un paladino della trasparenza e della libertà di informazione, vittima di una campagna persecutoria da parte degli Stati Uniti, oppure un vero criminale meritevole di essere perseguito? E l’Ecuador di Rafael Correa è uno Stato davvero interessato a difendere tali diritti oppure è mosso da calcoli puramente politici e propagandistici? Vediamo innanzitutto di ricapitolare ciò che è accaduto nelle ultime settimane.

    I FATTI –  Tutti conoscono Julian Assange, fondatore di Wikileaks, il sito internet che da alcuni anni pubblica notizie e  comunicazioni “riservate” tratte da documenti governativi, soprattutto degli Stati Uniti, a proposito di questioni diplomatiche spesso “scottanti”. Assange, cittadino australiano, è stato accusato da due donne svedesi di violenza sessuale mentre si trovava a Stoccolma; nel frattempo, però, il fondatore di Wikileaks si era spostato a Londra, dove le autorità britanniche hanno deciso che dovesse essere estradato in Svezia per essere processato. Per sfuggire all’estradizione, Assange si è così rifugiato presso l’ambasciata dell’Ecuador a Londra chiedendo e ottenendo asilo politico, giustificato dal timore che l’estradizione a Stoccolma non sarebbe stata altro che l’anticamera verso un successivo trasferimento negli USA, dove le autorità intendono procedere contro di lui per aver divulgato una mole di documenti riservati. Ed è così che Julian Assange si trova confinato nell’ambasciata del Paese sudamericano da giugno, dalla quale ha fatto ad agosto una rapida comparsa che ha però fatto il giro del mondo: un discorso di pochi minuti affacciato su un terrazzino durante il quale ha attaccato duramente gli Stati Uniti dichiarando di essere un perseguitato politico.

    UN PO’DI DIRITTO… – Le autorità britanniche in un primo momento erano giunte a minacciare l’ambasciata ecuadoregna che avrebbero fatto irruzione all’interno dell’edificio se non avessero consegnato loro il ricercato. Successivamente, però, hanno dovuto fare marcia indietro: chi conosce un po’di diritto internazionale, sa infatti che le sedi delle ambasciate straniere godono dell’extraterritorialità ed accedere al loro interno senza un’autorizzazione è più o meno equivalente ad un’invasione, e quindi ad un atto di guerra. L’asilo politico viene invece concesso in base alla Convenzione di Ginevra del 1951, la quale prevede che gli individui in fuga da un Paese nel quale rischierebbero di essere perseguitati ingiustamente per le loro convinzioni ideologiche, politiche o religiose, debbano essere accolti in uno dei Paesi firmatari di tale convenzione. La Convenzione di Vienna sulle Relazioni Diplomatiche del 1961 ha disciplinato la concessione del diritto d’asilo, stabilendo però che esso può essere concesso solo sul territorio nazionale e non nelle ambasciate. Solo le nazioni latinoamericane hanno adottato un’applicazione estensiva della convenzione (vi ricordate il precedente di Manuel Zelaya, presidente spodestato dell’Honduras, che si era rifugiato nell’ambasciata brasiliana?), e così si spiega l’azione di Quito. Dunque, anche se l’asilo politico di Assange non è riconosciuto dal diritto internazionale, il Regno Unito non può comunque violare l’extraterritorialità dell’ambasciata ecuadoregna.

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    E DI ROVESCIO – Questi i fatti e le regole che li disciplinano. Quali sono però le motivazioni reali? I piani dell’analisi sono due. Il primo è quello relativo al giudizio sull’operato di Julian Assange e di Wikileaks: la domanda che ci si deve porre è se sia giusto rendere noti ai cittadini tutte le documentazioni relative alla diplomazia degli Stati sovrani in nome di una assoluta trasparenza e di un diritto all’informazione che ogni società democratica dovrebbe avere. Si parla di “open diplomacy” come di un processo che si è diffuso con la nascita delle organizzazioni multilaterali e che consiste in una maggiore trasparenza e condivisione, con i Parlamenti nazionali, della politica estera di uno Stato sovrano. Ma è giusto che si sappia proprio tutto? Pensiamo per esempio al caso delicato in cui un Governo si trova a negoziare con dei terroristi per il rilascio di alcuni ostaggi: si tratta di una fattispecie in cui la segretezza è logicamente d’obbligo. Il secondo piano è invece relativo alla posizione assunta dall’Ecuador. Difficile pensare che la decisione adottata dal Governo di Rafael Correa non sia dettata dall’ostilità antiamericana che è uno dei minimi comuni denominatori dei Paesi del Sudamerica che sono amministrati da esecutivi di sinistra (dal Venezuela di Chávez alla Bolivia di Evo Morales). Con un gesto così plateale, che ha peraltro ricevuto l’approvazione degli altri membri dell’ALBA (Alternativa Bolivariana per le Americhe), Correa vuole probabilmente ottenere la leadership politica del blocco di queste nazioni, approfittando della debolezza interna di Chávez, alle prese con problemi di salute ed elezioni dalle quali è uscito vincitore in maniera non così scontata come in passato. Infine, alcune considerazioni sulla questione della difesa della libertà di espressione da parte dell’Ecuador: è stato proprio il Governo di Correa ad aumentare il controllo sul potere giudiziario e ad ottenere che tre giornalisti di un quotidiano a lui ostile fossero condannati a tre anni di carcere (anche se poi sono stati graziati). Insomma: chi è senza peccato scagli la prima pietra. Sta di fatto che il problema della libertà di stampa e di espressione in Sudamerica è ancora presente in molti Paesi, nonostante gli enormi progressi in campo sociale ed economico avvenuti negli ultimi anni. Non solo in Ecuador, ma anche in Venezuela, in Argentina e nel più democratico Cile (ricordate le repressioni delle manifestazioni studentesche nel 2011) c’è ancora strada da compiere su questo fronte.

    Davide Tentori redazione@ilcaffegeopolitico.net

    Davide Tentori
    Davide Tentori

    Sono nato a Varese nel 1984 e sono Dottore di Ricerca in Istituzioni e Politiche presso l’Università “Cattolica” di Milano con una tesi sullo sviluppo economico dell’Argentina dopo la crisi del 2001. Il Sudamerica rimane il mio primo amore, ma ragioni professionali mi hanno portato ad occuparmi di altre faccende: oggi infatti lavoro a Roma presso l’Ambasciata Britannica in qualità di Esperto di Politiche Commerciali. In precedenza ho lavorato alla Presidenza del Consiglio dei Ministri dove mi sono occupato di G7 e G20, e a Londra come Research Associate presso il dipartimento di Economia Internazionale a Chatham House – The Royal Institute of International Affairs. Sono il Presidente del Caffè Geopolitico e coordinatore del Desk Europa

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