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    Nobel o non Nobel, questo (non) è il problema

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    Sette giorni dopo, al di là delle opinioni di ciascuno, non è tanto importante stabilire se il Nobel per la Pace assegnato all’Unione Europea sia o meno meritato. La vera questione inizia ora, dal primo vertice post-Nobel in poi: sarà in grado l’Europa di guardare avanti, cogliere le opportunità della crisi e crescere nella sua integrazione? Sarà vera Unione, o solo presunta? La posta in gioco è alta, e non riguarda solo l’economia, ma anche e soprattutto le grandi tematiche al centro dell’assegnazione del Nobel

    È passata oramai una settimana dal giorno, a suo modo storico, del Nobel per la Pace all’Unione Europea. Qui al Caffè nei giorni scorsi non abbiamo voluto partecipare al giochino che vedeva guelfi e ghibellini contrapporsi sostenendo che sì, il Nobel è meritatissimo; macchè, l’assegnazione è completamente priva di senso. Come spesso avviene, infatti, tutto dipende da quello che si vuole sottolineare.

    NOBEL SI’ – Senza lunghe analisi, ci appare evidente come quantomeno la prima parte della motivazione data a questo riconoscimento sia sacrosanta: l’impegno per la pace, la riconciliazione, la democrazia e i diritti umani. Sulle altre tematiche citate, vale a dire il rafforzamento della democrazia, le divisioni terminate tra Est e Ovest, la risoluzione dei conflitti etnici, rimangono ancora diversi passi da compiere, sebbene moltissimo è stato fatto. Com’era l’Europa un secolo fa, e com’è oggi? Basterebbe chiedersi questo. Ed è chiaro che quasi settant’anni di pace consecutivi in gran parte d’Europa (ma non in tutta, è bene non dimenticarlo: tanto per fare un esempio, i Balcani, la Bosnia, il Kosovo sono qui, a due passi dalle nostre case) rappresentano un lasso di tempo lunghissimo, se guardiamo alla storia degli ultimi due-tre millenni, e tante volte diamo questo fatto per scontato, senza renderci conto che ampliando lo sguardo e guardandoci indietro si tratta di un periodo eccezionale, nel senso più letterale del termine.

    NOBEL NO – D’altro canto, esistono svariati motivi per storcere il naso davanti ad un premio assegnato a “questa” Unione Europea, che negli ultimi anni ha più volte fatto sollevare i calici degli euroscettici. È soprattutto la parola “Unione” ad apparire spesso come un paradosso, seguendo le cronache più recenti. La crisi economica ha spinto molti Paesi a coltivare il proprio orticello piuttosto che a cogliere l’opportunità di uno scatto in avanti per formare una vera Unione, con l’aggravante che proprio gli Stati leader, quelli chiamati a trascinare, hanno spesso e volentieri tirato i remi in barca, con le parole e con i fatti, promuovendo una spinta tutt’altro che di integrazione tra i diversi Paesi. E così è proseguita l’unione monetaria priva di un’unione fiscale ed economica, con le annesse problematiche che ben conosciamo. Per non parlare della politica estera dell’Unione Europea, che nonostante le sue potenzialità è apparsa in molteplici occasioni totalmente incapace di farsi sentire come una voce autorevole e influente. La Primavera araba è solo un esempio recente tra i tantissimi che potremmo fare. E l’elenco potrebbe continuare: lo spirito dei padri fondatori puntava sicuramente molto più in alto.

    NON E’ TEMPO PER NOI – Dunque, chi ha ragione? Francamente, non ci interessa granchè stabilire se un punto di vista presenti più ragioni rispetto all’altro. Ecco, potremmo al massimo sottolineare come forse la tempistica lasci qualche dubbio: il premio all’Unione Europea è arrivato in uno dei momenti di massima difficoltà della storia recente. Ci verrebbe quasi da dire che date le (giuste) motivazioni, questo premio l’avrebbe meritato assai di più la vecchia Cee, la Comunità Economica Europea, rispetto a questa Ue. Premio alla carriera? Premio di incoraggiamento? Decisione politica? Comunque la si veda, se rimaniamo all’ultimo anno è quantomeno una sorpresa pensare al Nobel per la Pace all’Unione Europea. Certo, va detto che non è la prima volta, di recente, che una tempistica appare bizzarra: nessuno si è infatti scordato il Nobel per la Pace “sulla fiducia” a quell’Obama insediato alla Casa Bianca da neanche un anno.

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    UN IMPREVISTO E’ LA SOLA SPERANZA – In ogni caso, ci teniamo a sottolineare che al di là di tutte le reazioni suscitate dall’assegnazione, quello che a noi sta veramente a cuore inizia adesso. I vertici europei si sono ritrovati tra le mani a sorpresa uno stimolo forte per proseguire con tutt’altro vigore sulla strada che porta ad una maggiore integrazione. Sì, perché se il Nobel diventa solo un felice imprevisto, e il momento massimo di riflessione porta a discutere su chi tra Barroso, Van Rompuy e Schulz (foto) sale a ritirare il Nobel, per poi decidere che saliranno tutti insieme appassionatamente, si tratterà dell’ennesima occasione persa, e di un momento buono per qualche fotografia e ampi sorrisi di circostanza, e nulla più. Ci piacerebbe invece immaginare, dal momento dell’assegnazione di questo premio, che non vi sia solo un complimentarsi per quanto fatto fin qui, bensì anche una valutazione su come poter uscire da questo guado e rilanciare un progetto che porti ad un’Europa che possa davvero definirsi un’Unione nel senso più pieno del termine, una unione politica, che non comprenda solo alcune tematiche economiche, che non sia solo una grande area di libero scambio, ma che possa proseguire il suo cammino di crescita. A guardarsi indietro, i risultati sono certamente eccezionali, da Nobel. Ma non basta: occorre alzare la testa e guardare avanti, senza soffermarsi al tornaconto del momento, pensando a cosa occorre per il bene dell’Europa da qui ai prossimi decenni.

    ADESSO – Per questo motivo, è più importante questo venerdì di quello precedente. Il primo vertice europeo post-Nobel per la Pace inizia con questi elementi, presi in ordine sparso dalle cronache odierne: un morto negli scontri ad Atene; gelo tra Francia e Germania; ultimatum alla Spagna; Inghilterra sempre più defilata. Sì può ben dire che per ora, il Nobel non sembra proprio far sortire un cambio di passo tra i protagonisti dell’Unione Europea di questi tempi. Eppure dobbiamo renderci conto che viviamo in un tempo in cui le nostre decisioni influenzeranno fortemente gli anni a venire. Se eviteremo di prendere decisioni forti, che comportano sacrifici e che rischiano anche di scontentare alcune frange, talvolta ingenti, delle opinione pubbliche interne dei vari Paesi, ci faremo trascinare dalla crisi, e pagheremo a lungo questi mesi di incertezza. Il 25 ottobre 2011, esattamente un anno fa, Angela Merkel uscì con un monito che non si può dimenticare: “Nessuno può considerare garantiti a prescindere altri 50 anni di pace in Europa”. D’altra parte, se da questa crisi l’Unione Europea saprà cogliere le opportunità intrinseche, guardando i faccia i propri problemi e affrontandoli con coraggio, allora potremo fra qualche tempo parlare di uno tra i Nobel più meritati. Le cronache attuali rendono questo scenario tutt’altro che agevole. Comprendendo però l’ampiezza della posta in palio, non possiamo che augurarci che sia così.

    Alberto Rossi

    Alberto Rossi
    Alberto Rossi

    Classe 1984, laureato nel 2009 in Scienze delle Relazioni Internazionali e dell’Integrazione Europea all’Università Cattolica di Milano (Facoltà di Scienze Politiche). La mia tesi sulla Seconda Intifada è stata svolta “sul campo” tra Israele e Territori Palestinesi vivendo a Gerusalemme, città in cui sono stato più volte, che porto nel cuore e in cui andrei domani a vivere (e sì, sembra assurdo, ma anche mia moglie Cristina verrebbe di corsa con me. Nostra figlia Anita invece, nata a maggio 2015, ancora non ci ha detto cosa ne pensa). Vivo a Milano, dopo 28 anni di Brianza, e sono Responsabile Marketing della Fondazione Italia Cina e analista del CeSIF (Centro Studi per l’Impresa della Fondazione Italia Cina). Tra le mie passioni, il calcio (portiere, allenatore, tifoso), la politica, i libri di Giovannino Guareschi, i giochi di magia, il teatro, la radio. Già, la radio: nel 2009 conducevo un programma di esteri su Bmradio.it, e con alcuni amici/colleghi appassionati di geopolitica e relazioni internazionali ci siamo detti: la radio non basta, dovremmo inventarci qualcosa di più per parlarne… Ecco, Il Caffè Geopolitico, di cui sono Presidente, è nato più o meno così.

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