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    lunedì 17 Maggio 2021

    Uiguri? Al Kazakistan non importa

    In breve

    • Tra le minoranze perseguitate nello Xinjiang non ci sono solo gli uiguri, ma anche i membri della locale comunità kazaka
    • Ad oggi, il Governo di Nur-Sultan non ha ancora preso una posizione sulle politiche repressive della Cina in Xinjiang, temendo sia complicazioni interne che internazionali
    • L’impressione è che il Kazakistan non abbia semplicemente la forza per abbandonare tale posizione attendista

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    In 3 sorsi Tra i perseguitati nella regione cinese dello Xinjiang, oltre agli uiguri ci sono anche i membri della minoranza kazaka. Ma per Nur-Sultan è meglio mantenere il silenzio: una posizione netta nei loro confronti scatenerebbe una reazione difficile da gestire.

    1. I KAZAKI DI CINA

    Tra i Paesi che negli ultimi anni hanno criticato la Cina per il trattamento delle minoranze etniche nella provincia dello Xinjiang spicca l’assenza delle Repubbliche dell’Asia Centrale e in particolare del Kazakistan. La provincia cinese, secondo le accuse di Stati Uniti e altri Paesi occidentali, è lo scenario di un genocidio perpetuato ai danni delle minoranze etniche. Tra queste, gli uiguri sono i più numerosi, ma nella regione vivono anche le minoranze kazake e kirghise che in alcuni casi son presenti da decenni, se non da secoli. Anche loro sono vittime delle persecuzioni e negli ultimi anni Nur-Sultan ha dovuto affrontare il problema dei rifugiati provenienti da queste comunità. Le persecuzioni contro gli uiguri sono state affrontate anche dalle Nazioni Unite, ma ugualmente in quella sede la posizione del Governo kazako è stata di non condanna. Eppure l’attenzione per i kazaki che vivevano fuori dai confini della ex Repubblica sovietica è stata una caratteristica della politica interna di Nazarbayev negli anni Novanta. Perché allora adesso che il rispetto dei diritti umani da parte di Pechino è un tema nel confronto con gli Stati Uniti, Nur-Sultan rimane silente?

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    Fig. 1 – Manifestazione a New York contro la repressione degli uiguri nello Xinjiang, 22 marzo 2021

    2. POLITICA MULTIVETTORIALE E NON SOLO

    Come in ogni questione che riguarda la politica dell’Asia Centrale bisogna mettersi nei panni dei singoli Paesi e scoprire che esistono molte spiegazioni intrecciate tra loro. La prima è l’economia: la Cina è il principale partner economico del Kazakistan, che usufruisce della BRI in maniera importante (tra le infrastrutture ricordiamo l’hub di Khorgos, il porto di Aktau sul Caspio e gli investimenti nel settore energetico e tecnologico) e che spera di sfruttare il rilancio dell’Iniziativa dopo la fine della crisi Covid-19 in tutto il mondo. La seconda è politica ed è suggerita dal prof. Sean Roberts della George Washington University, secondo il quale in sede internazionale Nur-Sultan sta seguendo il principio della “politica multivettoriale”, ovvero il mantenimento di buoni rapporti diplomatici con i principali attori globali presenti nella regione. In altre parole, se non ci intromettiamo negli affari dei cinesi, loro non si intrometteranno nei nostri e noi avremo comunque margini per mantenere buone relazioni anche con altri Paesi (vedi la Russia). Ci sono poi le questioni interne. Il Kazakistan ha una vicenda separatista nel nord del Paese, dove è ancora presente una piccola minoranza russa, la quale di tanto in tanto fa sentire la propria presenza e paventa il pericolo di una possibile annessione in stile Crimea da parte della Russia. In questo caso la politica multivettoriale applicata nei confronti della Cina ha effetti anche nei confronti della Russia: se il Kazakistan rivendicasse il diritto di difendere la propria minoranza oltreconfine aprirebbe un caso anche con Mosca. La seconda questione interna riguarda più propriamente i diritti umani. Nel Paese centroasiatico l’opposizione politica di fatto non è permessa, come testimoniato dall’assenza di partiti di opposizione alle ultime elezioni per la Camera Bassa, e alcuni diritti basilari come quello di protesta non sono garantiti. Evitare di commentare gli eventi dello Xinjiang significa quindi lasciare che l’attenzione rimanga lontano da casa e dai suoi problemi.

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    Fig. 2 – Donne kazake protestano contro la detenzione dei loro mariti in Xinjiang di fronte al consolato cinese di Almaty, 9 marzo 2021

    3. NESSUN CAMBIO ALL’ORIZZONTE?

    La situazione cambierà in futuro? Immaginare una risposta positiva è complicato. Come elencato precedentemente, ci sono troppi fattori che devono essere ponderati in una mossa del genere, quindi al Governo kazako fa sostanzialmente comodo mantenersi su questa posizione attendista. Neanche la minaccia che questi eventi alimentino la “sinofobia” nel Paese, o l’uso che ne fa l’opposizione come arma contro il Governo, a quanto pare rendono possibile una presa di posizione più forte nei confronti del vicino asiatico: nella peggiore delle ipotesi l’esistenza del Paese sarebbe a repentaglio. Fino ad oggi alcuni esuli kazaki provenienti dallo Xinjiang hanno affrontato enormi problemi per il riconoscimento dello status di rifugiato nel proprio Paese e si sono traferiti all’estero per continuare la battaglia contro le persecuzioni in Cina. La difesa dei diritti dei kazaki in Cina passa per una forza internazionale che Nur-Sultan non può permettersi di avere.

    Cosimo Graziani

    Uighur Protest” by malcsb is licensed under CC BY-SA

    Cosimo Graziani
    Cosimo Graziani

    International Master in Eurasian Studies presso l’Università di Glasgow e l’Università di Tartu in Estonia. La mia area di interesse riguarda la politica estera dei paesi dell’Asia Centrale, per questo durante il mio master ho trascorso anche un semestre in Kazakistan. Tifoso bianconero, se non parlo di politica mi piace parlare di storia e leggere libri.

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