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    Nuvole su Gaza

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    Puoi leggerlo in 3 min.

    Tra Primavera Araba, elezioni USA e Iran, molti forse non pensavano più a Gaza. Gli eventi di questi giorni ci riportano invece alla Striscia, dove Hamas e Israele sono impegnati in un nuovo confronto. L’Operazione Pillar of Cloud (pilastro di nuvole) sembra essere il nuovo tentativo di Israele di risolvere la questione, ma difficilmente lo sarà. Vediamo il perché con cinque domande e altrettante risposte.

     

    Dopo Cast Lead, Israele ci riprova con Pillar of Cloud… ma Hamas è sempre lì. Operazione uguale al passato? Differente?

     

    L’Operazione Cast Lead di fine 2008-inizio 2009 vide un intervento massiccio di terra per ridurre sia il lancio di razzi contro Israele sia distruggere gran parte dell’infrastruttura militare di Hamas. Pillar of Cloud, secondo le dichiarazione del Ministro della Difesa Ehud Barak ha scopi simili ma si osserva un approccio, per ora, più “di fino”.

     

    La maggior minaccia per Israele è sempre quella dei missili e razzi lanciati dalla striscia. Non stupisce pertanto che nelle prime ore siano stati colpiti i depositi e i veicoli che possono trasportare i razzi Fajr-4 e Fajr-5, ovvero quelli a più lunga distanza, che potrebbero raggiungere anche Tel Aviv. Allo stesso modo era già stata colpita nelle settimane scorse con un raid aereo a lungo raggio una fabbrica di missili vicino a Khartoum, in Sudan, che secondo l’ex-capo dell’intelligence militare Amon Yadlin ospitava anche il deposito strategico dei razzi di Hamas e Jihad Islamica.

     

    Il risultato: privare i miliziani armati nella Striscia delle armi per minacciare le maggiori città israeliane e, quindi, togliere loro la speranza di poter causare sufficienti danni tali da convincere Israele a smettere.

     

    Cosa spera di ottenere davvero Israele da questo? Eliminare Hamas?

     

    No, questo non è possibile, e Israele lo sa bene. Secondo fonti dirette, la comunità militare israeliana si riferisce piuttosto a queste operazioni come a “mowing the grass”, ovvero “tagliare l’erba”: quando un’organizzazione estremista diventa troppo aggressiva (gli attacchi con razzi dalla striscia nelle ultime settimane si erano notevolmente intensificati), Israele agisce militarmente contro di essa per ridurne le capacità così che non possa più nuocere, almeno per un po’… poi inevitabilmente questa alla lunga riprenderà forza e Israele compirà un nuovo “taglio”. E’ in questo che consiste l’affermazione “ristabilire la deterrenza delle IDF” citata da Barak: si vuole indebolire a sufficienza Hamas per farla tornare a una situazione di ostilità senza fuoco di razzi o altri attacchi. Difficile dire se fosse stato proprio Hamas il responsabile dei recenti attacchi – altri gruppi sono attivi nella Striscia – ma forse qualcosa nel patto sotterraneo tra Hamas e Israele per mantenere la calma si era rotto.

     

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    Come si inserisce in tutto ciò l’uccisione di Ahmed al-Jabari?

     

    Ahmed al-Jabari era il Comandante dell’ala militare di Hamas, le Brigate Ezzeddin al-Qassam. La sua morte, di per sé, non è elemento che possa cambiare i rapporti di forza contro Israele: un altro leader verrà presto nominato al suo posto. L’idea israeliana deriva dall’esperienza del passato, in quanto spaventa i leader islamici costringendoli a nascondersi e a cercare, al di là della retorica di segno opposto, la cessazione delle ostilità per salvarsi la vita – finora l’unico mezzo che Israele riconosce aver funzionato.

     

    E funziona davvero? “Tagliare l’erba” sembra piuttosto un circolo vizioso senza fine.

     

    In effetti è evidente che tale strategia non offre alcuna soluzione a lungo termine, e anzi appare una rassegnazione riguardo al fatto che il conflitto non è evitabile – semplicemente si pensa ad affrontarlo ogni volta e sopirlo “per un po’”, fino allo scoppio successivo. Manca invece un qualsiasi intento di risoluzione delle dispute con Hamas che possa portare ad accordi duraturi, a soluzioni che permettano la coesistenza, per quanto difficile possa essere. In parte ciò è dovuto all’estremismo di Hamas, che ancora rifiuta di accettare l’esistenza di Israele, in parte dalla pigrizia di Israele, che preferisce affrontare minacce militari conosciute piuttosto che imbarcarsi in difficili imprese diplomatiche che richiederebbero di osare molto. A tutto ciò si aggiunge una profonda sfiducia e scarsa conoscenza reciproca, che rende entrambi oltremodo sospettosi nei confronti dell’altro.

     

    Ci sono anche le elezioni politiche in Israele a Gennaio 2013… possono influire?

     

    Certamente. Netanyahu ha dovuto incassare la vittoria di Obama (che non gli è particolarmente amico) e intravede difficoltà all’orizzonte: per vincere punta molto sulla sua aura di saper affrontare le minacce esterne meglio degli altri. Ha sempre molto puntato sulla minaccia iraniana e ora non può permettersi di apparire debole rispetto ad Hamas. Se ci pensiamo bene, Al-Jabari è stato l’artefice del rapimento Shalit, del quale Netanyahu ha ottenuto la scarcerazione, e la sua morte è un altro colpo mediatico in patria. Poi un successo migliore di Pillar of Cloud verrebbe usato come confronto con Cast Lead, eseguita sotto il governo Olmert, suo possibile oppositore. Un eventuale attacco via terra verrebbe dunque prima attentamente valutato secondo una logica di rischio/guadagno anche e soprattutto politica.

     

    Lorenzo Nannetti

    redazione@ilcaffegeopolitico.net

    Lorenzo Nannetti

    Nato a Bologna nel 1979, appassionato di storia militare e wargames fin da bambino, scrivo di Medio Oriente, Migrazioni, NATO, Affari Militari e Sicurezza Energetica per il Caffè Geopolitico, dove sono Senior Analyst e Responsabile Scientifico, cercando di spiegare che non si tratta solo di giocare con i soldatini. E dire che mi interesso pure di risoluzione dei conflitti… Per questo ho collaborato per oltre 6 anni con Wikistrat, network di analisti internazionali impegnato a svolgere simulazioni di geopolitica e relazioni internazionali per governi esteri, nella speranza prima o poi imparino a gestire meglio quello che succede nel mondo. Ora lo faccio anche col Caffè dove, oltre ai miei articoli, curo attività di formazione, conferenze e workshop su questi stessi temi.

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