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    Dopo un excursus sulla storia della zona libera da armi di distruzioni di massa in Medio Oriente, vi portiamo ora al centro degli aspetti giuridici e politici di questo tema scottante. Da dove partire per giungere alla agognata WMDFZ? Quale metodo per superare i sospetti reciproci degli attori regionali? Di quali contenuti “riempire” il trattato? Quale Medio Oriente dovrebbe essere coinvolto? A tutte queste domande rispondiamo in questo articolo

    (Segue. Leggi qui la prima parte)

    IL PUNTO DI PARTENZA – La situazione attuale del Medio Oriente non è certo delle migliori al fine di instaurare un dialogo che possa condurre verso un disarmo degli arsenali non convenzionali: l’attitudine a sospettare dei governi stranieri è estremamente radicata tra gli attori regionali, alcuni dei protagonisti in questo settore vivono fasi di estrema instabilità interna che può compromettere l’assunzione di impegni ambiziosi, come in Egitto (nonostante dopo la caduta di Mubarak questa Nazione abbia riconfermato la propria disponibilità a discutere del tema) e fino al caso estremo della Siria in piena guerra civile. Inoltre, i sospetti sul programma nucleare iraniano, l’ambiguità di Tel Aviv a riguardo del proprio arsenale nucleare (stimato in circa un centinaio di testate) e l’insoluto conflitto arabo-israeliano, aggravato dalla recente crisi nella Striscia di Gaza, contribuiscono a deteriorare ulteriormente il contesto regionale. Infine, non è presente alcun forum regionale nel quale discutere questioni inerenti la sicurezza regionale e, fattore da non sottovalutare, non si registra una mobilitazione di rilievo della società civile a sostegno delle proposte di non proliferazione e disarmo.

    CI VUOLE METODO! – Quale strategia, dunque, per superare questi ostacoli? Si mettano da parte i sogni di una soluzione con una formula “all-at-once”. Il contesto è troppo complesso perché un simile modello abbia successo: le dinamiche tra gli Stati della regione rispondono perfettamente al cosiddetto “dilemma del prigioniero”, a causa del quale la mancanza di fiducia reciproca porta ad un escalation nella corsa agli armamenti. Si deve tenere presente che le rivalità nella regione non sono causate dalle armi, ma piuttosto sono le armi ad essere sintomo delle prime. Quindi deve essere avviato un processo di accrescimento e consolidamento della fiducia tra le capitali del Medio Oriente attraverso misure apposite, definite CSBMs (Confidence-and-Security-Building-Measures). Prendendo spunto dalla lunga esperienza a riguardo maturata in altre zone del globo, si dovrà adattare alle peculiarità regionali quanto già appreso: premessa imprescindibile è però quella che tutti i protagonisti, specie quelli in possesso o sospettati di possedere armamenti nucleari, chimici e biologici, accettino di rinunciare ad una porzione della propria sovranità, solitamente difesa strenuamente e che contribuisce a spiegare il basso grado di integrazione regionale raggiunto sino ad ora. Si potrà cominciare con le più semplici: lo scambio di informazioni tra governi al fine di gettare luce sui propri programmi nei campi scientifici con possibili implicazioni militari e informazioni sugli arsenali attualmente in possesso. Si dovrà giungere alla meta finale con passi graduali, instaurando prima, senza ombra di dubbio con enormi sforzi, un clima meno colmo di tensione, rendendo sempre più stringenti le CSBMs (ad esempio sistemi di verifica in loco dotati di diversi gradi di intrusività nel territorio degli Stati, dello stesso tipo di quelli previsti in altri trattati, tra cui la Convenzione per la proibizione delle armi chimiche della quale Siria, Egitto ed Israele non fanno parte).

    LE CONDIZIONALI DEGLI STATI – Tuttavia, grossi limiti ai progressi nel settore sono dovuti alle condizionali che gli Stati pongono affinché ci si possa sedere ad un tavolo comune per discutere dell’inizio del processo appena descritto: da una parte gli Arabi, che vogliono che il processo di pace in Medio Oriente proceda di pari passo con i colloqui per il disarmo, dall’altra Tel Aviv, che vuole prima una riappacificazione della regione per poi cominciare a discutere della regolamentazione degli armamenti. Un nodo non facile da sciogliere dato lo stallo nel processo di pace ed un peggioramento delle relazioni tra Arabi ed Israeliani dopo l’ultima crisi a Gaza, il via libera alla costruzione di nuove colonie in Cisgiordania e l’irrigidimento di Israele dopo l’innalzamento al rango di Stato osservatore all’ONU della Palestina. Si dovrà aspettare il risultato delle elezioni israeliane del 22 gennaio per vedere se l’orientamento del nuovo governo porterà delle novità nelle posizioni di Israele. Solo allora si potrà sperare in nuovi sviluppi e nel pressing su Tel Aviv di attori esterni alla regione come Stati Uniti, Russia, ONU e Gran Bretagna, i quattro sponsor della Conferenza per la WMDFZ.

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    COSA REGOLARE? – Ma, qualora si giungesse a stilare un trattato, cosa dovrà essere previsto al suo interno? In primis si penserà agli armamenti, creando un bando regionale per ogni tipo di arma di distruzione di massa, e alla distruzione degli arsenali esistenti secondo precise scadenze. Al fine di consolidare la sicurezza nel contesto mediorientale, l’obbligo di non sviluppare, acquisire, detenere, usare e quello di distruggere le suddette armi dovrà essere severamente monitorato o da una organizzazione creata appositamente o affidandosi alle agenzie internazionali di controllo già oggi esistenti: IAEA (International Atomic Energy Agency) per il settore atomico, OPCW (Organization for the Prohibition of Chemical Weapons) per il settore chimico e BWC ISU (Biological Weapons Convention Implementation Support Unit) per il settore biologico (benché quest’ultima sia eccessivamente sottodimensionata per eseguire questo compito e al momento sprovvista di un proprio servizio di ispezione, nemmeno previsto dalla Convenzione per la proibizione delle armi biologiche). Ma queste agenzie sono oberate dalle funzioni che già gli competono, specie l’OPCW che non riesce a controllare tutti i siti sensibili che dovrebbe e che non comprendono quelli di Israele, Egitto e Siria; appesantirle con ulteriori compiti potrebbe essere rischioso e non garantire un sistema di controlli sufficientemente stringente e dunque minare la credibilità dell’intero impianto del trattato. Una soluzione potrebbe però essere quella di potenziarle tramite ulteriori finanziamenti da parte degli Stati. Se si optasse invece per una nuova agenzia, questa si troverebbe a dover disporre di un personale con competenze che abbracciano una moltitudine di campi scientifici e competenze negoziali, rendendo dunque arduo il suo reperimento e addestramento e che si potrebbe anche tradurre in difficoltà nel corretto accertamento dei fatti durante le ispezioni da svolgere. Un problema tecnico, questo, di non poco conto e al quale bisognerà dare una risposta soddisfacente nel momento in cui i negoziati procedessero. Non sarà soltanto il settore militare ad essere monitorato, ma sarà anche quello civile data la natura spesso di dual-use (ossia sia militare che civile) dei materiali e strumenti utilizzati nelle industrie chimiche, biologiche e dell’energia nucleare; tutto ciò avverrà coniugando ispezioni altamente intrusive con la protezione di dati sensibili per la sicurezza nazionale e le industrie civili che hanno investito nello sviluppo e nella ricerca. A questo proposito un modello potrebbe però essere preso dalla CWC (Chemical Weapons Convention). Comunque la sintesi di tutte queste esigenze non sarà affatto semplice e progressi su questo fronte saranno possibili solo con una distensione effettiva dei rapporti tra i Paesi della regione. Il bando degli armamenti non dovrà però impedire lo sviluppo del settore civile delle industrie collegate, il cui sviluppo è un incontestabile diritto di ogni Stato; dovranno essere presenti nel trattato articoli specificamente preposti alla regolamentazione delle attività di commercio internazionale del materiale “dual-use” più rischioso per gli scopi della convenzione.

    COS’ALTRO…? – Come previsto nei trattati di denuclearizzazione attualmente in vigore, anche in questo caso il bando dovrà riguardare non soltanto il possesso di armi di distruzione di massa da parte degli attori regionali, ma anche l’impegno a non far transitare o posizionare quelle in possesso a Stati terzi: ciò significa che nessun altro Stato potrà collocare simili armi nel territorio di uno qualsiasi dei membri della zona. Questo è un elemento necessario, già presente nel Trattato di Tlatelolco, per esempio, il patto che sancisce il bando di armi nucleari dalla zona caraibica e dell’America Latina. Tramite appositi protocolli annessi alle convenzioni gli Stati (nucleari nel caso del Trattato di Tlatelolco) si impegnano a rispettare e non infrangere il bando stabilito, evitando così di posizionare gli armamenti nei territori sotto la propria giurisdizione che rientrano nella zona e a non usare armi nucleari, né a minacciarne l’utilizzo, contro gli Stati denuclearizzati. Nel caso del Medio Oriente ciò coinvolgerebbe in particolar modo il Regno Unito, che ha a disposizione delle basi a Cipro e dunque a ridosso dell’area, e gli Stati Uniti, che possiedono armi nucleari dispiegate in Turchia. Ulteriore norma, necessaria al fine di rendere il più stringente possibile il divieto, sarebbe quella che proibisce il dispiegamento di arsenali non convenzionali negli spazi aerei, sui fondali marini e nelle acque sotto la giurisdizione degli Stati coinvolti.

    QUALE MEDIO ORIENTE? – E’ fondamentale chiarire anche chi dovrebbe venire incluso nella zona libera da armi di distruzione di massa. Il progetto dovrà coinvolgere naturalmente gli Stati del Medio Oriente come è comunemente inteso: la penisola arabica, l’Iran, Israele, l’Egitto e poi su fino alla Turchia (con il menzionato problema, per questo Paese, della presenza di armi nucleari americane sul territorio), ipotizzando una possibile inclusione dell’isola di Cipro. Ma non basteranno queste Nazioni per rendere solido il trattato; si dovrà prestare attenzione anche alle aree contigue e che sono, o possono facilmente essere, interessate dalle dinamiche regionali, siano esse politiche, di sicurezza e culturali: la regione del Corno d’Africa, con in particolare il failed-State somalo e l’Eritrea. E’ auspicabile anche l’inclusione dell’area del Grande Maghreb, dalla Libia fino alle coste atlantiche del Sahara Occidentale, passando per la Mauritania. Infine, come già detto, saranno coinvolti nella firma di appositi protocolli tutti gli Stati nuclearizzati. Coniugare gli interessi e le peculiarità di tutte queste Nazioni complica ulteriormente il già arduo lavoro, ma si tratta di un elemento di ineliminabile importanza per il successo finale; piuttosto, una via possibile per la soluzione del problema potrebbe essere quella di partire da un nucleo di Stati chiave per la zona: Israele, Egitto, Iran ed Iraq. Lasciando aperto il trattato all’adesione successiva di altre Nazioni, gli altri attori appena menzionati potranno essere inclusi in un seguente momento, una volta registrato il corretto funzionamento del bando. Anche questa è un’applicazione dell’approccio a passi graduali per lo scioglimento del complicato nodo dei problemi regionali; unico metodo possibile per giungere, un giorno, alla realizzazione di questo tanto travagliato quanto apprezzabile progetto.

    [box type=”shadow” ]Quanto sostenuto nel presente articolo trae ampio spunto da quanto sostenuto da Paolo Foradori in “Sicurezza regionale, non-proliferazione e disarmo. Il difficile caso della zona libera da armi di distruzione di massa nel Medio Oriente”, in N. Ronzitti, “Una zona priva di armi di distruzione di massa in Medio Oriente: problemi aperti”, Istituto Affari Internazionali, Roma, 2012[/box]

    Matteo Zerini

    Laureato magistrale in Relazioni Internazionali presso la Statale di Milano, frequento ora il master Science & Security presso il King’s College di Londra. Mi interesso soprattutto di quanto avviene in Europa orientale, Russia in particolare, e di disarmo e proliferazione, specie delle armi di distruzione di massa.

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